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DAVID SYLVIAN E I NUOVI TERRITORI DI MANAFON

Il bardo britannico si concede un'opera di radicale sperimentazione pop, sospesa tra Takemitsu e Robert Wyatt

 
 

Spostando ancora più in là l’orizzonte delle proprie sperimentazioni, David Sylvian approda con il suo ultimo lavoro a una forma inedita di musica camera, che conserva rapporti ectoplasmici con il songwriting malinconico dell’ex leader dei Japan. Manafon è un album difficile da giudicare. Chi ama la qualità di balladeer di Sylvian indubbiamente resterà scottato, dal momento che le aperture melodiche si limitano alla scarna “Jacqueline”.

L’imprinting che domina l’album è invece quello della difficoltà degli strumenti a relazionarsi melodicamente, e dunque il tentativo di intrecciare nuovi rapporti, basati soprattutto sull’occupazione dello spazio sonoro, a partire dalla sottrazione di base che viene immediatamente individuata dal brano di apertura, Small Metal Gods. Non vi è altra forza armonica in queste canzoni che la voce di Sylvian, il cui timbro si è arricchito di nuove bruniture, ma che non rinuncia a una declamazione da bardo folk e da storyteller, in un melting pot di linguaggi, che sembra incrociare la concisione della poesia estemporanea e, di contro, la distillazione di versi maturati da un complesso e tormentato percorso di meditazione interiore.

Quelli che avevano ascoltato e conoscono Blemish, il disco del 2003, possono forse immaginare le traiettorie lungo le quali Sylvian ha sviluppato il proprio nuovo corso. Se c’è una rottura, dunque, è con la materia melodica, quasi da glith pop, del progetto Nine Horses, che sembrava aver consegnato Sylvian alla formula di una canzone maestosamente orchestrata, con profusione di colore jazzy, quasi ad anticipare, in una sorta di efebico gospel, certe combinazioni amate dai Raah Project, così come il country cinematico e sottrattivo degli Sweet Bill Pilgrim, pubblicato dalla Shamadi, label legata allo stesso David.

Si tratta di due direzioni completamente differenti, in cui l’artista si muove ormai come una sorta di doppio di sé stesso. Da un lato, la frequentazione della “bella scrittura” e la vocazione del proprio inimitabile talento di crooner, prestato a singoli memorabili, come quelli scaturiti dalla collaborazione con Sakamoto (da Heartbeat a Black Water, sino a World Citizen, che restano tra le canzoni più belle dell’ultimo trentennio).

Dall’altro, la radicalizzazione di un’attitudine manifestatasi già nelle pieghe di album d’annata come Gone to Earth e Secrets of the Beehive, e consolidata dagli esperimenti di sonorizzazione ambientale e i flussi d’improvvisazione approntati con Holger Czukay. Più che un’anima “kraut”, Sylvian però ha mostrato recentemente di amare una prassi compositiva che procede dall’ascolto di Takemitsu e di molta musica contemporanea, a partire da John Cage.

La collaborazione da un lato con Evan Parker e Christian Fennesz, il mirabolante chitarrista austriaco di Endless Summer e Venice, convive così con quella dei giapponesi Akiyama, Sachiko, Nakamura e Yoshihide. Queste frammentazione del suono, incapace per molti versi di farsi lingua, al pari della parola, e dunque destinato a retrocedere nei territori liminali al rumore e al silenzio, fa da contraltare alla volontà di tessere un dialogo con la lirica di R.S. Thomas o di Emily Dickinson, in un’attenzione crescente a ciò che in questi pezzi viene detto, ben al di là dell’estetismo di maniera di opere come Dead bees on a cake.

È per queste ragioni che forse Manafon, pur non essendo il disco più bello dell’anno, è di certo il più avventuroso. Nella maniera in cui lo restano le pietre miliari di Robert Wyatt, o pochi altri lavori (i primi Tortoise) che, pur restando sugli scaffali della musica pop, mirano a scardinarne i presupposti, sin dai meccanismi percettivi dell’ascoltatore, chiamato qui a innescare una forma riposta di sinestesia, tra i fantasmi sonori e le immagini larvali a cui l’oscuro mondo scontornato a colpi di dissonanze e dissolvenze da Sylvian sembra alludere.

 
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Autore: Andrea Dusio
07/01/2010 - 9.19.49
 
David Sylvian e i nuovi territori di Manafon
FOTO: David Sylvian e i nuovi territori di Manafon
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