BITTE MILANO, IL BILANCIO AMARO DI TOMMASO MANZINI
La parabola di un circolo Arci che ha provato ad essere un luogo di riferimento per la club culture
Una città grande come Milano è "gremita" di ogni tipo di divertimento, ma non sarà mai varia come una metropoli quale Berlino. Certo, ci sono ragioni storico-culturali a differenziare l’Italia dalla Germania come da qualsiasi altro grande Paese, ma la motivazione principale è che da noi c’è poco spazio per le 'culture metropolitane'.
Quando un fenomeno inizia a espandersi viene risucchiato dal "giro dei grandi" che lo trasformano in promozione e commercializzazione. Oppure gli vengono "tagliate le gambe" prima che sia troppo tardi.
Che non sia facile "resistere" a questo tipo di processo lo dimostra la storia del circolo Arci Bitte.
Il Bitte è un 'circolo Arci' nato nel novembre 2007 sulle ceneri di una vecchia stamperia milanese del 1928. Per i primi mesi, la sua apertura ha segnato una svolta per molti clubber milanesi, che si sono trovati davanti a un un locale con una grande superficie, ben gestita e una serie di ospiti internazionali come Juan Atkins o i Freestyler. “Era proprio una bella atmosfera”, dice Tommaso Manzini, gestore del Bitte . “Non ci sono mai state risse nonostante l’affollamento, perchè il clima che si respirava era quello in cui la gente viene per divertirsi e non per rovinare la serata a qualcuno”.
Qualcosa di magico era insito nel nome, Bitte, così 'berlinese', così diverso dagli altri nomi di locali.
Bitte è una parola che in tedesco vuol dire “prego”, e l’idea di Tommaso, con i primi organizzatori, era quella di dar vita a un luogo accogliente e familiare in cui la gente potesse riconoscersi.
“Era un posto diverso rispetto alla classica discoteca di tendenza e priva di fantasia”, continua Tommaso. “Allo stesso tempo il Bitte si differenziava dai centri sociali che stavano imboccando una china discendente, per via di una dubbia gestione degli spazi”.
Purtroppo però, il Bitte, già appena nato, ha conosciuto mille ostacoli. Il "progetto" era quello di un circolo culturale aperto 6 giorni su 7, che fornisse anche un servizio di ristorazione diurna. Ma la rigidità dei controlli, unitamente alle polemiche che contraddistinguono immancabilmente i “rapporti di vicinato” tra un club, gli esercizi commerciali e gli abitanti del quartiere in cui si va a situare, hanno contribuito ad alimentare un "clima di tensione".
I controlli frequenti non hanno aiutato un locale che si stava scavando una via tra la miriade di proposte cittadine e che cercava di ricoprire i debiti dell’apertura con un’offerta di serate nuove, di nicchia, a prezzi competitivi.
Così nel maggio 2008 finisce, dopo soli sei mesi, l’incanto della prima era Bitte. “Ci è voluto più di un mese per elaborare il lutto”, dice Tommaso. “L’attività portata avanti nei sei mesi di apertura era stata molto faticosa ma ci aveva dato grossi risultati. L’impegno dopo la chiusura si è tutto concentrato sul capire come fare per riaprire il nostro locale”.
A un anno dalla chiusura riparte una seconda epoca Bitte, con un "cambio di formula".
“Ci stiamo concentrando su mostre e attività culturali, cercando di rendere le nostre mura uno spazio di discussione su temi anche politici. Cerchiamo la collaborazione di altre realtà. Non abbiamo una linea definita perchè abbiamo scelto di essere sempre aperti e valutare di volta in volta le proposte. E’ un costante work in progress”.
A rimanere spiazzati dalla nuova direzione intrapresa sono stati principalmente i giovanissimi, mentre altre fasce di età e culture diverse hanno trovato qui un posto su misura.
Quanto ai progetti futuri, Tommaso fa qualche anticipazione. “Mi piacerebbe riuscire a fare solo qualche bella nottata al mese, per rendere il progetto ancora più esaltante. Prima di questo esperimento organizzavo serate con i CCKZ, cercando location mai utilizzate o poco conosciute. Mi piacerebbe poter fare una serata in un altro posto con il nome Bitte.”