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RONIN, ECHI SURF E DI DESERT ROCK PER "L'ULTIMO RE"

Il nuovo lavoro del gruppo di Bruno Dorella č una colonna sonora immaginaria che sposa uno scabro suono chitarristico

 
 

I Ronin di Bruno Dorella sono certamente tra le presenze più eccentriche nell’ambito sotterraneo della 'musica europea'. A 2 anni dal loro secondo album, “Lemming”, considerato da molte riviste specializzate come uno dei migliori lavori in assoluto del 2007, il gruppo ritorna con una colonna sonora immaginaria, “L’ultimo Re”, che costituisce l’ennesima uscita di valore per Ghost Records in questo fortunato 2009.

La vocazione per i soundtrack dei Ronin, che si è concretizzata recentemente anche nella realizzazione del 'commento sonoro' di Vogliamo anche le rose, il film di Alina Marrazzi, ma anche alla partecipazione alle musiche di diversi episodi della serie Tv Non Pensarci, diretta da Gianni Zanasi e Lucio Pellegrini, assume ne L’ultimo Re le forme eleganti e rarefatte di un album interamente strumentale che si pone da un lato come un “concept”, dall’altro assume le forme di un post rock fortemente cinematico, attraversato da echi desertici e di surf music, così come da suggestioni etniche e lounge.

La strumentazione elettro-acustica e il respiro folk degli altri lavori dei Ronin si condensa nell’occasione in una formula più compatta, che vede sì gli apporti di Nicola Manzan, al violino e alla viola, di Giordano Geroni al basso tuba e all’organo, e di Ivan A. Rossi per i fields recordings, ma è concentrata sull’assetto delle 2 chitarre di Bruno e di Nicola Ratti, sostenute dalla sezione ritmica di Chet Martino e Enzo Rotondaro.

Solenne, lento, il suono dei Ronin nella traccia iniziale cita senza reticenze Morricone, producendo lo strano effetto di una specie di Mogwai “tex-mex”. Le chitarre virano presto su di uno stile alla Link Wray, che farebbe la felicità di Quentin Tarantino.

Racconta Bruno Dorella di aver sentito da piccolo un oste cantare in un film la strofa “Con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo re”, e di esserne rimasto così suggestionato da continuare a fantasticarci sopra per anni, sino a formare nella mente una sorta di cinema trascendentale, concretizzatosi in veri e propri episodi, con 1.000 varianti e storie parallele.

Quest’immaginario prende ora forma negli sketches sonori dell’album, molti dei quali sembrano sospesi tra le atmosfere dei Concrete e le malinconie stoner dei Friends of Dean Martinez. Il passo dell’album si fa ora più accelerato, per tornare poi a dilatarsi nei silenzi e negli echi che ingigantiscono il raffinato interplay delle 2 chitarre.

La produzione è scarna, volutamente essenziale. L’album è stato registrato e mixato da Ivan A. Rossi e masterizzato da Giovanni Versari.

Ci sembra in tal senso che non ci sia traccia di sovraincisioni o “trucchi” di vario genere. Il suono delle chitarre è cristallino, e il disco si presta, al di là delle aperture epiche e delle cavalcate in stile spaghetti-western, a un ascolto attento, appartato, in cui ci lasci andare al flusso microemozionale innescato dalle chitarre, come nella bellissima coda di Tre Miniature, un brano che i Ronin hanno strappato al loro stesso repertorio, spogliandolo dagli umori folksy e adeguandolo a questo “chamber rock”.
È tra questa traccia e la successiva Bleedingrim che “L’ultimo Re” sembra assumere i connotati delle pagine meno sperimentali di Christian Fennesz, con un mood quasi ambientale, sostenuto dal parco feedback che si staglia come un paesaggio sul ricamo di Bruno. Venga la guerra stravolge completamente l’atmosfera: è questa la traccia su cui regge l’idea stessa di questo strano action movie inesistente, in cui le scorribande surf sembrano interrompersi sempre sul precipizio di incontenibili languori. Tra spettri che cavalcano e vecchi scheletri di sacerdoti che si rigirano tra le mani lo stesso rosario da centinaia di anni, in sacrestie polverose al riparo della luce accecante del sole, la corsa dei Ronin si infrange su di una struttura rock, concepita però come di quelle miniature sinfoniche a cui ci ha abituato Pascale Comelade. L’ultimo brano, ovviamente, è quello che descrive la Morte del re. Ma non c’è gioia alla liberazione dal tiranno, solo un senso di ineluttabilità, come se la storia non potesse che andare così.

Nell’anno in cui le prove dei nomi di riferimento del post-rock italiano, dai Giardini di Mirò ai Gatto Ciliegia contro il grande freddo, ci hanno convinto meno che in passato, questo diamante grezzo, perso tra passaggi alla Thin White Rope e introspezione, è l’ennesima conferma di un artista che, dagli Ovo ai Bachi da Pietra, sino appunto ai Ronin, continua a costituire il talento più spiazzante della scena italiana alternative rock.

 
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Autore: Andrea Dusio
19/10/2009 - 9.56.00
 
Ronin, echi surf e di desert rock per "L'ultimo Re"
FOTO: Ronin, echi surf e di desert rock per "L'ultimo Re"
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