UNA RISPOSTA POSSIBILE A JEAN CLAIR, PER UN'IPOTESI DI "ESTATE DEL SAPERE"
"L'inverno della cultura", il saggio pubblicato dallo storico dell'arte francese per Skira, chiama in causa la necessità di individuare una traiettoria di uscita dal tempo del disgusto
Ho pensato per qualche giorno di scrivere una specie di risposta a “L’inverno della cultura”, il saggio di Jean Clair pubblicato da Skira. Un tentativo di ribaltare il decadimento di valori espresso efficacemente dallo storico dell’arte francese, di individuare se non le linee guida almeno qualche ipotesi di sondaggio per un’ “estate della cultura”. Mi sembra però che il momento del sistema dell’arte non meriti questo sforzo di riaccreditamento. Ogni volta che vado alla vernice di qualche mostra faccio sempre più fatica a condividere le mie domande e le mie perplessità. Si finisce inevitabilmente, nelle chiacchiere scambiate con gli addetti ai lavori, per attenersi appunto alle questioni minime: le luci, l’allestimento, l’utilizzazione degli spazi. In modo da esorcizzare la questione evidente, ossia l’illeggibilità delle opere. Faccio l’esempio più semplice. Chi entra in queste settimane a Palazzo Reale può scegliere tra la mostra di Cézanne, quella della Transavanguardia e quella di Artemisia Gentileschi. L’unica che i critici hanno guardato con freddezza è la monografica dedicata al pittore di Aix-en-Provence. Che non ha forse i suoi pezzi migliori, ma è ispirata a un forte intento didascalico, e sfrutta apparati multimediali in grado di offrire una conoscenza di base dell’uomo e dell’artista Cézanne. Ma chi è in grado oggi di capire quanto sia mediocre la mostra di Artemisia, non solo per la confusione tra dipinti autografi, copie, opere di bottega, ma anche per l’incapacità di fondo di raccontare, al di là dello stereotipo della “pittrice violata” (e di scoperte documentarie interessanti per gli specialisti), qualcosa su quel tempo, su cosa era la pittura, sul ruolo sociale dell’artista, sul mondo del collezionismo dell’epoca? Chi sa misurare l’impotenza dell’intervento di Emma Dante, così in linea con la moda di far interagire il contemporaneo con l’antico, usando il primo per “leggere” (ma in realtà deformare) il secondo? E venendo alla mostra sulla Transavanguardia, chi è capace di decrittare la fumisteria critica di Achille Bonito Oliva e distinguere così i valori pittorici-ammesso che ve ne siano-dei vari Cucchi, Chia, Paladino, De Maria, Clemente? Cosa ce ne faremo tra cent’anni di queste tele? Non le considereremo forse un documento dell’inarrestabile scivolamento verso l’analfabetismo figurativo a cui siamo definitivamente approdati in questi anni? E che dire dell’approssimazione di tutti gli aspetti che possono contribuire comunque a fare una buona mostra, anche se l’artista è pessimo. Ricordo per esempio la mostra di Tamara De Lempicka. Chiunque abbia un’idea di cos’è la pittura, e non sia meramente affetto da una forma di autismo che gli fa preferire lo scimmiottamento della figurazione, perché rassicurante, ad altre ipotesi di lavoro, sa che la De Lempicka non è artista che si possa prendere seriamente. Ma egualmente si può fare, con la valutazione attenta dei materiali, una monografica esemplare su di lei. Anzi, se fatta bene, la mostra non mancherà di mostrarci il basso dilettantismo e la scaltrezza che sono consustanziali alla sua opera. Una buona mostra di un pessimo artista non può che abbassarne le quotazioni. Una pessima mostra di un buon artista oggi mira invece sempre e solo ad alzarle.
Dunque come leggere il libro di Clair? Come una serie di ragionamenti sfilacciati, eppure in buona parte condivisibili? Come il messaggio nella bottiglia lanciato da un intellettuale ormai anziano a un mondo che non sa più capire? Oppure come l’ultima possibile declamazione di un alfabeto che oggi fruiamo solo nelle forme mutevoli di una lingua senza radici?
Il capitolo che certamente ha fatto più parlare di sé è nel saggio di Clair è quello intitolato “Il tempo del disgusto”, in cui i toni sfiorano quelli dell’invettiva, contro l’arte di Jeff Koons o Paul Mc Carthy. E d’altronde Clair appartiene certamente più a quel filone pessimista della cultura francese che va da Baudelaire a Celine, da Bataille a Houellebecq (il cui ultimo romanzo, se letto alla luce delle considerazioni di Clair, dispiega tutta quella capacità di misurarsi con le questioni cruciali del contemporaneo che la critica non gli ha riconosciuto), che alla parte dei Malraux e dei Sartre (il taccuino di viaggio dedicato a Roma e Venezia resta paradigmatico per l’incapacità di leggere l’antico, da Tintoretto alle chiese dei Capuccini). Si può esorcizzare quel che scrive Clair con la derisione di Massimiliano Parente (“se Michelangelo fosse vissuto negli anni Trenta, in Germania, anziché affrescare la Cappella Sistina avrebbe affrescato la Cappella del Terzo Reich, al posto degli angioletti avrebbe piazzato tante svastichette volanti, senza porsi problemi, e magari al posto del Giudizio Universale avrebbe dipinto la Soluzione Finale, che problema c’era”), ma la capacità di comprendere una cultura non la si misura esclusivamente nel rapportare il sistema dell’arte di allora a quello di oggi, concludendo che oggi la libertà espressiva è indubitabilmente maggiore, quanto piuttosto nella capacità di comprendere quali forme e contenuti assumesse la porzione residuale di autonomia.
In un mondo che tutto consente e che anzi li obbliga all'iperbole, Mc Carthy e Cattelan vengono misurati solo per la quantità di provocazione che c’è nei loro prodotti. In Michelangelo la trasgressione è diventata invisibile, e così i ragazzotti che sproloquiano di botteghe del Verrocchio come Parente vanno a Pitti o agli Uffizi e scambiano i nostri artisti del Cinquecento per una confraternita di baciapile. È lo stesso difetto di presbiopia -l’incapacità di vedere le cose da lontano- che fa considerare Artemisia una sorta di Lorena Bobbitt ante litteram perché inscena storie bibliche di atti violenti consumati da donne su uomini. Ma la realtà è che la parte da salvare della cultura di oggi assomiglia molto a quella rimpianta da Jean Clair. “ Un uomo è legato a una città, non a un mondo indifferenziato o insensato; appartiene a una città, una civitas, una civiltà”, si legge nel saggio. E ancora: “ L’uomo, per citare Hölderlin, abita la terra da poeta, per questo la sua arte è mortale”. A me non può non venire in mente la Londra descritta nel dubstep di Burial, o la Los Angeles di Michael Mann (il coyote che si aggira negli slum come aggiornamento dell’affresco del Buon Governo nel Palazzo Comunale di Siena), le strade blu di William Least Heat Moon o la Terra dell’Osso di Franco Arminio.
Non è meramente una questione di glocal: quello che forse a Jean Clair sfugge è l’intenzione ermeneutica che sta alla base della mediazione culturale, e che è tanto più operante quanto la compenetrazione tra il vissuto dell’autore e il mondo che vuole rappresentare è forte. Quando invece c’è una distanza di partenza da superare siamo chiamati ad assumere un attitudine conoscitiva che è molto simile a quella degli Avatar del film di James Cameron. Non possiamo cioè pretendere di entrare nei musei e nelle mostre e capire tutto. Qualcuno, l’artista, il curatore o il nostro stesso sguardo, dunque la nostra armatura critica, deve funzionare da scambiatore. Se manca la mediazione, si producono risultati alla Parente, o si ricade nell’estetica del disgusto di cui parla Clair, che è in definitiva solo un gioco sociale che tradisce l’incapacità di pensare nuove forme di bello (ma i veri pittori, come Bacon, non hanno di questi problemi, anche se appartengono pienamente al nostro tempo, perché sanno parlare con tutta l’arte che li ha preceduti). Koons, Hirst, Mc Carthy sono autistici a loro volta. Pensano che la pratica artistica non contempli il loro sguardo sulle cose che non capiscono, e si preoccupano solamente che lo sguardo degli altri resti impressionato dalle loro cose. L’estate della cultura è dunque una stagione che, per uscire dall’estetica del brutto, ha bisogno di tanti volonterosi mediatori, che ricostruiscano con gli strumenti lessicali di oggi una lingua e un sapere che includa il resto del tempo.