UN DISASTRO LUNGO TRENT'ANNI
Nel libro "Le Rovine di Milano" Giovanni Agosti traccia un quadro delle politiche culturali attuate nella nostra cittā a partire dagli Anni Ottanta a oggi. Il filo rosso č costituito dalle scelte compiute dagli assessori, da Daverio a Carrubba, da Sgarbi a Finazzer Flory
Per chi li aveva persi la scorsa estate, quando, in concomitanza con le elezioni amministrative per il rinnovo della giunta milanese, erano apparsi su “Alias”, il supplemento del sabato de “Il Manifesto”, Feltrinelli ora riunisce i reportage che Giovanni Agosti aveva dedicato alle vicende delle politiche culturali nella nostra città, nell’arco di tempo che va dagli Anni Ottanta a oggi. “Quasi una discesa agli inferi”, recita la quarta di copertina. Una storia di cui molti conoscono uno spezzone, ma che solo un osservatore attento come Agosti poteva ricostruire con quella stessa precisione che avrebbe utilizzato per la cronologia del “suo” Mantegna. A partire dai primi sintomi di una discontinuità, rintracciati nella pubblicazione del primo capitolo del catalogo di Brera, che rappresentò il momento in cui la qualità della collana Electa avviata da Raffaele Mattioli (ai tempi direttore della Banca Commerciale Italiana) nel 1973 iniziò sensibilmente ad abbassarsi. Nella mancanza di un coordinamento generale degno di questo nome, gli schedatori procedettero ciascuno indipendentemente dall’altro. Federico Zeri, che aveva assunto, dopo la morte di Carlo Volpe, il ruolo di consulente di Finarte per i dipinti antichi, venne chiamato, in ragione della sua popolarità televisiva, a incarnare la figura del curatore di facciata, in sostanza limitandosi a verificare la bontà delle attribuzioni, quasi che le collezioni di Brera fossero equiparabili a un lotto da passare in asta.
Agosti individua così nel mondo dell’editoria il luogo in cui cominciò lo smantellamento del sistema culturale che aveva contraddistinto la scena milanese dal Dopoguerra sino agli Anni Settanta. Da un lato, s’inaugurava allora un rapporto più stretto tra le case editrici e le case d’asta. Dall’altro, cambiava il modus operandi stesso all’interno delle redazioni, con la riduzione dei contributi interni e l’affidamento di parti sempre più consistenti e fondamentali del lavoro di costruzione di una pubblicazione ai collaboratori esterni. Inizia così quella prassi secondo la quale “il libro somiglia a quelli originari e tanto basta alla civiltà dell’apparire”. Ma intanto le abbreviazioni bibliografiche in coda alle schede senza scioglimenti sono divenute inservibili. E dopo l’editoria, ecco il collasso qualitativo del sistema dell’organizzazione delle mostre, che oggi, dopo un’involuzione durata trent’anni, è stato consegnato proprio nelle mani dei grandi gruppi editoriali, i quali lo trattano non si sa più se come spin off o addirittura core business delle proprie attività.
Agosti ricorda che una volta il Comune non era caricato dell’onere organizzativo degli eventi di Palazzo Reale, di cui si occupava invece l’Ente Manifestazioni Milanesi, e che Palazzo Reale era sì utilizzato, ma soprattutto per il piano nobile, con il finale di ciascuna mostra che immancabilmente dava luogo nella Sala delle Cariatidi a “un colpo di teatro conclusivo”, come nel caso dei pulpiti del Duomo e i quadri della vita e dei miracoli di San Carlo nella mostra sul Seicento lombardo del 1973, che vide impegnato nell’allestimento il grande Ignazio Gardella. Oggi al confronto, ma qui la nota è del sottoscritto, fa sorridere la soluzione di Emma Dante per la mostra, peraltro piena di attribuzioni troppo generose e di veri e propri errori, di Artemisia Gentileschi. Agosti cita anche tra le esposizioni che lo hanno influenzato quella di Agnoldomenico Pica, che restituì la dimensione del lavoro di Mario Sironi, sgravandola del dato ideologico (era il 1973, e fare una mostra di Sironi suonava in quegli anni come un gesto di straordinaria estroversione intellettuale). E, uscendo da Palazzo Reale, sottolinea ancora il valore di “Zenale e Leonardo, Tradizione e rinnovamento della pittura lombarda”, al Poldi Pezzoli. E quando parla di “acutezza sperimentale” torna alla mente la sfortunata mostra bresciana su Foppa. In cui, e qui il pensiero è nostro, per molti versi si poteva già leggere in controluce il cambiamento in atto, nell’impossibilità di dar luogo a un momento critico di alto profilo, senza che uffici stampa e strutture di comunicazione “sporcassero” poi quel rigore con l’intento di rimpinguare gli incassi. Poi sono arrivati gli Anni Novanta, e con essi l’esposizione a Palazzo Reale della Madonna Litta di Boltraffio (appartenente alle collezioni dell’Ermitage” ) come un’opera di Leonardo. Qualunque fosse la ragione di quella scelta, essa, guardata oggi retrospetticamente, ha “sdoganato” la possibilità di riproporre nel contesto di una mostra organizzata da un soggetto pubblico un’attribuzione già da tempo squalificata dagli studi accademici (ricordiamo che era stato Alessandro Ballarin a individuare per primo la mano del Boltraffio nel dipinto). Oggi questa è diventata la prassi. Si scrivono libri sul crocifisso di Michelangelo acquistato dallo Stato(certamente un caso clamoroso di improvvisazione, che dà la misura di cosa fosse diventata la gestione dei Beni Culturali con il ministro Bondi), ma ci si dimentica poi del fatto che l’Italia esporta ormai incultura, inviando il “Narciso” dello Spadarino a Cuba con l’indicazione di un autografo di Caravaggio, per responsabilità diretta di una soprintendente (Rossella Vodret) che andrebbe immediatamente rimossa dal ruolo solo per l’ostinazione con cui continua a difendere quell’attribuzione (oltre che per la vera e propria speculazione cui ha dato luogo, con la moltiplicazione di mostre inutili organizzate dalla Sorpintendenza del Polo Museale Romano, e naturalmente con pubblicazioni di cataloghi relativi, proprio in occasione del quarto centenario della morte del Merisi).
Con la Giunta Formentini divenne assessore Philippe Daverio, mercante d’arte, laureato in economia ed appassionato di storia. Daverio possedeva in precedenza una galleria, e di fatto strinse ancora di più le relazioni tra il mondo del commercio delle opere d’arte e le mostre ospitate a Palazzo Reale. Mai come allora vennero dedicate monografiche ad artisti viventi, al solo scopo di alzarne le quotazioni (quando non per intavolare direttamente trattative di vendita a margine della mostra, consuetudine che diventerà metodo con Vittorio Sgarbi). Certo, non mancarono mostre molto belle in quegli anni. Agosti ricorda quella del Lissandrino, e per rivedere una monografica così affascinante avremmo dovuto aspettare sino al Tanzio da Varallo curata dallo specialista Rosci. Lo spunto più pregevole del lavoro di Agosti consiste a mio parere nel mettere per la prima volta nero su bianco la conclamata inettitudine di Salvatore Carrubba, che ottenne il ruolo di assessore alla Cultura nella giunta Albertini in ragione dei suoi strali su Il Sole24 Ore. Carrubba trascorse i primi mesi del mandato a lanciare proclami ambiziosi. E poi non combinò nulla di nulla. Promise la Biblioteca Europea allo scalo di Porta Vittoria, il Museo del Presente alla Bovisa, un centro di alti studi delle arti visive, una Città delle Culture all’Ansaldo. Mise insieme un grottesco “Museo della Reggia di Palazzo Reale” (e Agosti ricorda che nessuno pensò di raccordare il percorso di visita alla chiesa palatina di San Gottardo in Corte, ridecorata nel Settecento dalle stesse maestranze operanti nel palazzo). Ma il punto peggiore della parabola di Palazzo Reale coincise con la direzione affidata a Flavio Caroli, che diede luogo a due mostre premiate dal botteghino ma disastrose quanto a esiti scientifici, tra attribuzioni fantasiose a Leonardo, Giulio Romano, Bramantino e il Cigoli, nonché la “prima milanese” di quella “Murtola” riproposta quest’anno della mostra “Gli occhi di Caravaggio”, e che si vorrebbe essere una versione alternativa dello scudo da parata fiorentino del Caravaggio.
Per quanto riguarda l’operato di Stefano Zecchi, Vittorio Sgarbi e Massimiliano Finazzer Flory, c’è da dire che il periodo segnato dall’incarico assessorile all’ordinario di Estetica della Statale ha prodotto se non altro la bellissima mostra sulla scultura lignea curata da Giovanni Romano e Claudio Salsi. Di Sgarbi, della sua partnership con Gilberto Algranti, e del suo ricorso a società private che si sovrapponevano all’organizzazione delle mostre da parte delle strutture pubbliche, il sottoscritto possiede ricordi se è possibile ancora più imbarazzanti di quelli di Agosti. Come quando mi capitò di sentire in un corridoio di Palazzo Reale il presidente di Skira Massimo Vitta Zelman spiegare “Con quest’amministrazione di sicuro lavoreremo molto e in maniera continuativa”. Ed è a quell’epoca che risale di fatto la consuetudine di non indire gare per l’organizzazione delle mostre. Il soggetto pubblico rinuncia all’iniziativa, che passa ai gruppi editoriali. Non c’è gara, ma solo l’acquisizione di un pacchetto completo, che va dall’organizzazione della mostra ai servizi di biglietteria e di prenotazione, alle visite guidate, sino al bookshop. A Vitta Zelman l’Università Statale finirà nel 1991 per conferire una laurea honoris causa. La prima assegnata dopo quelle a Riccardo Bacchelli ed Eugenio Montale. È questo probabilmente il punto d’arrivo del processo cominciato appunto con il volume Electa di Brera, e che oggi continua sotto l'egida de Il Sole 24Ore, mentre escono in occasione della mostra di Artemisia addirittura due cataloghi, uno di Motta, "ufficiale", e dunque affidato ai curatori della mostra, e l'altro di Skira, firmato anche in questo caso dalla Vodret.
Ci siamo concentrati sul rapporto tra editoria, mercato e sistema delle mostre. Nel libro di Agosti c’è molto altro ancora, dal racconto della “favola di Brera” a una vera e propria recensione del Museo del Novecento. Resta da capire se oggi è possibile ricostruire sulle macerie della cultura milanese. Ci sembra che l’esordio della nuova giunta non sia stato sul piano delle politiche culturali particolarmente brillante. E la narrazione delle situazioni paradossali potrebbe dar vita a un filone di pubblicazioni. In questi giorni per esempio abbiamo assistito alla presentazione dell’antologica dell’arte povera negli spazi di un’istituzione, la Triennale, che ha affidato la curatela della sezione architettura a uno specialista in arte contemporanea, Germano Celant. Che è come se affidassero a Paolo Portoghesi la direzione di una pinacoteca. E infatti Celant propone mostre sui suoi protetti di sempre, e di architettura si disinteressa del tutto. I segnali di cambiamento, insomma, latitano. E le rovine di Milano coninvolgono sempre meno l’opinione pubblica, mentre il dibattito tra gli addetti del settore è congelato dalla questione della riduzione delle risorse, che sembra diventata l’unico tema. Sarebbe invece possibile spendere meno e meglio, a partire proprio da una riflessione sistematica sui temi che attraversano il “breve feuilleton” di Agosti.