LA MEMORIA PERDUTA DI MILANO
Un'antologia di scritti, curati da Stella Casiraghi, ripercorre la storia di un'idea di paradigma culturale alla base dell'attuale dispersione di saperi
È uno strano volume, “La memoria perduta di Milano”. Apparentemente potrebbe essere un libro inutile, di quelli che si trovano nei cataloghi di qualsiasi editore. Poi però, mentre le pagine girano, gli scritti raccolti da Stella Casiraghi sulla nostra città, e pubblicati da Skira, lasciano spazio alla sensazione che ciascuna delle riflessioni che compare in quest’antologia rappresenti un’occasione perduta e una voce non ascoltata. Il che potrebbe sembrare paradossale, a leggere le firme che si succedono. Al di là delle presenze un po’ scontate e comunque non così a fuoco rispetto al cuore del libro, di Bonvesin della Riva, Carlo Cattaneo e Cesare Correnti, i testi che fanno parte della sezione “Dialogo con la storia culturale di Milano” sono spesso spiazzanti. Forse più che di “memoria perduta” dovremmo parlare di “polemica ritrovata”. Ogni ragionamento caduto nel silenzio scava infatti una sorta di tracciato di quello che Milano poteva diventare e non è, una mappa dei rimpianti molto più attuale di quelle che capita occasionalmente di intercettare da quelle che vorrebbero essere voci antagoniste. Penso al patetico reading che ha visto sfilare sabato sera al Cox 18 Aldo Nove, Matteo Guarnaccia, Gianni Biondillo e Piero Colaprico, uno peggio dell’altro, in un campionario di approssimazioni che la dicono lunga sullo stato dell’arte della controcultura milanese. E d’altronde Nove, a fronte dei consensi raccolti dal suo ultimo romanzo, non è nuovo a controperformance in tema, si pensi a “Milano non è Milano”.
Forse la pagina più attuale è quella tratta da “Ascolta il tuo cuore, città” di Alberto Savinio, scritta nel 1944. “Civiltà chiusa è la civiltà molto matura e conchiusa in sé, che non ascolta più nulla dall’esterno e che fa tesoro di quel che possiede”. Quanto assomiglia questo pensiero, legato al momento più drammatico del '900, alla fisionomia delle nostre culture, alla nostra incapacità di riscriverle e all’idea che nella persistenza di saperi immutabili ci sia un valore? “Civiltà vera non è curiosa. Le comuni regole d’igiene non le si confanno: l’aria di fuori le nuoce”. Savinio si scaglia contro “l’arcangelo della mediocrità”, rappresentato all’epoca dal Corriere della Sera, casa di tutti i conformismi. Oggi scivolerebbe sulla necessità di una contaminazione. “Incivile” quanto si vuole, ma capace di farci diventare, lei sola, diversi da come siamo (e perfettamente adeguati alle nicchie sempre più esigue dei nostri lifestyle, che chiamiamo “antagonisti” e sono invece solo “individualisti”, condivisi con persone che non ascoltano o non capiscono, perché l’uniformità dei linguaggi equivale al loro azzeramento). Poi ci sono visioni che la storia ha superato, come la necessità di un “piano regolatore della cultura”, evocata da Paolo Grassi, il celebre articolo del 1953 di Indro Montanelli che segnava l’addio all’idea di “capitale morale” (un’osservazione generata dalla mancanza di un “aerodromo”), o l’intervento di Leo Longanesi in cui viene prefigurata l’immagine di una città “senza testa”, che si sviluppa in maniera incongrua, mentre il sindaco si occupa solo della Scala, definita “una grande macina da milioni” (sempre meglio del pozzo senza fondo di oggi).
Certo, la vision sconfitta dalla storia per eccellenza è quella di Giorgio Bocca: “Sarebbe opportuno che qualcuno, per pubblico incarico, con i mezzi e le capacità necessarie, si occupasse di raccogliere, confrontare, documentare le esperienze contestatrici, pubblicando ogni anno un’opera, un annuario della cultura popolare milanese: i dibattiti e le lotte di rione, di istituto, di ufficio, le esperienze degli assistenti sociali, degli amministratori, dei cittadini”. Di quest’idea, che la cultura sia una fotocopia uno a uno della politica, e che la politica sia la vita, quella che vale la pena di documentare, e dunque l’impegno abbia anzitutto dignità (anche di pubblicazione), l’Italia e Milano sono morte, schiacciate sotto il peso di un’autocelebrazione ingombrante come una religione civile, e che, come ogni religione, serve solo in chiave autoconsolatoria e come garanzia di immobilità sociale. Ognuno cerchi dunque il proprio percorso, dentro a quest’antologia. Con la certezza però che si tratta sempre e comunque di una sorta di gioco dell’oca, dove, dopo un numero di giocate variabile si ritorna immancabilmente al via. Oggi questo dibattito si è forse spento, e il libro vale come un tentativo di rianimare una discussione, che però non potrebbe non ricalcare le strade già tracciate. E così, Giovanni Raboni, nel 1992, rimpiange la “prudente, avara, timorata borghesia imprenditoriale, asserragliata nelle sue case buie, nei suoi giardini invisibili, nel numero ferocemente chiuso dei palchi alla Scala e degli abbonamenti alla Società del Quartetto”, senza comprendere che è proprio questa prudenza e questa chiusura che hanno spianato la strada a “speculatori, trafficanti in ogni merce lecita e illecita, stilisti e pubblicitari e mediatori del nulla, affaristi corruttori e politici corrotti”. Ammesso anche che questo sguardo manicheo richiami le dinamiche reali (ma Marx avrebbe avuto qualcosa da dire), il carisma morale, se resta chiuso in una torre d’avorio, spalanca solo la porta della città ai barbari. Civiltà era forse una volta conchiusa in sé, ma così ha solo accelerato la propria emarginazione e la vittoria dei barbari.