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ECCO CHI SONO I PREDATORI DELL'ARTE PERDUTA
Nell'avvincente libro di Fabio Isman, edito da Skira, viene ricostruita, come in un romanzo, la storia della "Grande razzia" dei reperti archeologici
Fabio Isman, specializzato in testi sul patrimonio culturale italiano e titolare per 10 anni della rubrica “La pagina nera” su Art e Dossier, manipola il titolo del celebre film di Stephen Spielberg per raccontare la cosiddetta Grande Razzia “quasi come un romanzo”, una ricostruzione dettagliata delle sottrazioni illecite che hanno compromesso definitivamente l’integrità del patrimonio archeologico italiano.
Dal 1970 fino al 2000 sono milioni le opere d’arte trafugate, un mercato che ha coinvolto persone di ogni dove; non solo organizzazioni criminali, ma anche professionisti e personaggi famosi, tra cui la celebre Maria Callas che “custodiva” nella sua dimora tre pannelli di un sarcofago proveniente da Paestum e datato al IV secolo a.C. Non mancano nella lunga lista numerosi collezionisti, musei e case d’aste del calibro di Sotheby’s e Christie’s.
Queste ultime, fondate nel XVIII secolo, durante la Grande Razzia agivano da protagoniste, organizzando la vendita di oggetti scavati illecitamente e addirittura di opere rubate ai musei; esse avevano il compito di “ripulire” gli oggetti di frodo riciclandoli “come la mafia [fa] con i soldi” allo scopo di attribuire loro una nuova provenienza per sviare qualunque sospetto. E’ il caso, per fare un esempio, del bronzo ellenistico di Poseidone Zeus sottratto al Museo nazionale romano; l’oggetto passa da Sotheby’s nelle mani di un privato, giunge al Getty Museum per poi fare rientro in Patria anni dopo.
I protagonisti di questa Razzia compongono una gerarchia immutabile, ove cioè sono proibiti transiti di rango; il reperto passa dalle mani delle squadre di “tombaroli” a quelle dei mediatori di zona per poi entrare in possesso dei grandi trafficanti che si spartiscono il territorio italiano. Da qui giungono ai pochi commercianti internazionali (“quattro o cinque” como riporta l’autore) detentori del contatto con i potenziali acquirenti: collezionisti e musei.
Il tutto avviene secondo passaggi precisi e per l’appunto immutabili, dato che ad ogni persona corrisponderà sempre lo stesso ruolo; tale particolarità ha garantito per anni l’unifomità e riservatezza del sistema di contrabbando oltre ad un incremento del prezzo del reperto proporzionale al “livello” di vendita. Anello chiave della Grande Razzia è Giacomo Medici, l’intermediario più noto nel campo e unico condannato in primo grado. Coinvolto in migliaia di trafugazioni di opere d’arte all’estero, il suo “punto di raccolta” era in Svizzera ove, grazie alla collaborazione di una funzionaria delle dogane, Medici poteva liberamente gestire le vendite e il trasposto dei reperti.
A “spartirsi” con lui i tesori trafugati dall’Italia era Gianfranco Becchina, le cui illecite attività erano concentrate sul contrabbando degli oggetti provenienti dal Centro Sud della Penisola. Il gradino successivo di questa gerarchia è dedicato ai mercanti, tra i quali compare Robert Emanuel Hecht jr., detto Bob; dagli stralci di interviste proposte dall’autore emerge il profilo di un uomo privo di scrupoli, il cui nome ha spopolato nell’ambiente del commercio illecito di reperti grazie all’altissima qualità degli oggetti ch’egli era in grado di offrire come testimoniato da alcuni suoi “clienti”.
A riveleggiare con Hecht per il primato dei mercanti vi sono Robin Symes e Christo Michaelides, coppia che ha vissuto e commerciato per oltre trent’anni; tra i tanti reperti Isman ricorda l’ Artemide Marciante, statua di marmo bianco datata intorno al I secolo d.C. e numerose altre opere vendute a collezionisti privati e a musei. Oltre alla particolare gerarchia che coordina il mercato nero dell’arte, vi sono altri fattori che hanno consentito l’incremento esponenziale di questa attività che ha interessato (e interessa tutt’ora) in larga misura i reperti provenienti dalla nostra Penisola; innanzitutto, come sostiene Isman, questo mercato ha il vantaggio di sfruttare “il passato, non richede spese d’avviamento, ne ha scarsissime di fisse”.
Inoltre, trattandosi di un commercio che adotta canali riservati, individuarne i passaggi è impresa assai ardua, come lo è il venire a conoscenza del compimento di un trafugamento prima che il reperto oggetto dell’illecito sia esposto o pubblicato. L’azione diplomatica internazionale disposta dal ministro dei Beni Culturali Rocco Buttiglione e intensificata tra il 2006 e il 2008 dal successore Francesco Rutelli, è stata un traguardo fondamentale nelle attività di contrasto al mercato nero dell’arte che molto spesso sbarca oltreoceano rendendo ancora più difficoltoso il recupero dei reperti trafugati.
Molti musei, in primo luogo americani, sovente chiamati in causa in processi e inchieste, hanno convenuto sulla necessità di attuare delle politiche di acquisto più rigorose; disgraziatamente non si può dire lo stesso per le restituzioni che ancora oggi vengono attuate solo in minima percentuale! Seppur alla luce delle precedenti riflessioni, l’autore individua un infausto malessere sin alla radice del concetto di Beni Culturali che in Italia è trascurato e infragilito dalle torbide ripartizioni del potere e dall’esigua disponibilità di risorse da impiegare sul campo; queste ultime, risultano infatti sottodimensionate in proporzione alla vastità del patrimonio del quale a tutt’oggi non è ancora stato effettuato un inventario completo.
Tali debolezze, sommate alla mancanza di una conduzione unitaria e di una collaborazione attiva tra i vari Paesi e le istituzioni coinvolte, ha comportato la perdita di milioni di opere d’arte delle quali è quasi impossibile rintracciare la locazione attuale. Ad infierire sulla difficile situazione dei Beni Culturali è un’altra piaga che per anni ha compromesso l’integrità delle scoperte archeologiche, vale a dire la quasi totale assenza di pentiti.
Tra questi, Isman ricorda alcuni personaggi che hanno ricoperto ruoli essenziali nel ritrovamento di pezzi unici, di qualità e valore inestimabile. Persone che si reputano uomini di cultura, ma secondo quanto sostenuto dall’autore, evidentemente identificandosi in un concetto diverso da quello comunemente riconosciuto. Si tratta piuttosto della “cultura delle ruspe; dei furti allo Stato; dei contesti smembrati; della ricettazione, del contrabbando e, soprattutto, delle antichità vigliaccamente private di tutto ciò che potrebbero ancora raccontare.”
Frutto delle sconvolgenti interviste svolte dall’autore ai protagonisti della Grande Razzia è anche la ricostruzione del modus operandi seguito dai “tomabaroli”; tecniche grezze e utensili sommari come gli immancabili metal detector e le ruspe, spesso causa di danni irreversibili sulle opere d’arte ritrovate. Ne è esempio il Volto o maschera d’avorio, reperto datato alla seconda metà del I secolo a.C., mutilato dai denti di una ruspa durante le attività di scavo dirette dal “re dei tombaroli”, Piero Casasanta.
Tra le opere trafugate e irrimediabilmente danneggiate non mancano i cosiddetti reperti “venduti a rate”, definizione non riguardante il prezzo, ma bensì gli oggetti stessi volontariamente ridotti in frammenti allo scopo di incrementare il guadagno derivante dall’esigenza dell’acquirente di ricostruire l’integrità dell’opera. Ne è esempio eclatante il caso di un bacile (kylix) firmato da Eufronio e Onesimos, raffigurante l’uccisione del re Priamo e una sequenza di vicende troiane; il reperto, trafugato agli inizi degli Anni 80, venne restituito dal Getty solo nel 1999 dopo un “rimontaggio successivo” assolutamente sorprendente!
Isman ricorda il fatto come uno tra gli infiniti casi riconducibili alla Grande Razzia; trent’anni di illeciti e danneggiamenti subiti dal patrimonio artistico unicamente per denaro. Infatti, nonostante la maggior parte delle persone coinvolte in queste attività si ritenga cultore della Storia, in realtà è necessario sottolineare che lo “scavo” illecito è di per sè un’operazione irreversibile che priva il reperto del suo contesto rendendolo un oggetto a tutti gli effetti “muto”. Sullo sfondo della riflessioni elaborate dal celebre Quatremère de Quincy e dall’imprescindibile esperienza di Roberto Longhi, l’autore conclude l’opera focalizzando l’attenzione sulla storia della Tutela dei Beni Culturali; un’analisi dal gusto amaro che rileva come purtroppo le leggi riguardanti l’arte ad oggi risultino arcaiche e di difficile applicazione. Tale condizione dichiara l’immobilità dell’Italia “rimasta a lungo a guardare”, incapace di consegnare alla giustizia i fautori dell’omicidio più grave mai compiuto, l’assassinio della Storia.
| Autore: Alice Sala |
04/01/2010 - 12.21.28 |
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