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LETTERATURA  ›  SAGGISTICA

RILEGGENDO L' "AFFAIRE MORO" DI LEONARDO SCIASCIA

Nella sua opera del 1982, lo scrittore siciliano avanza tesi, semina dubbi, analizza le parole

 
 

Non troverete una risposta all'"affaire" Aldo Moro, se è questo che sperate di leggere. Vi sembrerà, però, di entrare in una stanza annebbiata dal fumo, una stanzetta con le finestre socchiuse e i giornali sparpagliati per terra. Al centro, lui: Aldo Moro. E' seduto su una sedia. La stessa sulla quale fu immortalato dalle 'BR' mentre teneva in mano 'La Repubblica' del 19 aprile 1978.

Una foto importante visto che, il giorno prima, proprio su Repubblica, si era data notizia del suo omicidio. E' passato poco più di un mese dal sequestro, avvenuto in via Fani, a Roma, mentre stava per raggiungere la Camera dei Deputati. Un appuntamento che avrebbe cambiato la storia politica italiana visto che, da lì a un'ora, avrebbe presentato il programma del nuovo governo; un governo guidato dalla Dc ma che, per la prima volta, avrebbe avuto il sostegno dei voti comunisti.

Da un mese che Moro è prigioniero politico. E' il 18 aprile 1978 e qualcuno ha appena inviato alla stampa un comunicato firmato Brigate Rosse: "Oggi si conclude il periodo "dittatoriale" della Dc. In concomitanza di questa data comunichiamo l'avvenuta esecuzione del presidente Aldo Moro mediante il suicidio". Chi voleva far credere ai giornalisti che Moro fosse morto? Passano due giorni prima della smentita. Quel giorno, il 20 aprile, le Br definiscono il fatto "una lugubre mossa", accusando il governo e, soprattutto, l'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti.

In allegato c'è la foto di Moro. Ha il volto stanco ma non appare né denutrito né malmenato. Il giorno dopo il gruppo Baader-Meinhof fa recapitare tra le mani di Benigno Zaccagnini - che aveva sostenuto fino all'ultimo la "linea della fermezza" - uno scritto di Moro: "...eccomi qui, sul punto di morire per aver detto di sì alla Dc. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d'Italia..". La disperazione del presidente della Dc, l'impotenza della sua famiglia, un'Italia divisa tra chi non vuole cedere alle condizioni di una manciata di terroristi e chi, invece, sarebbe pronto a negoziare per salvare la vita di un uomo: è tutto scritto nelle pagine di Sciascia.

Un libro attento alla cronologia dei fatti che, dalla 31esima pagina in poi, catapulta il lettore indietro di trent'anni. Chi legge ha l'impressione di essere immobile nella casa in cui era stato rinchiuso Moro e di poterlo spiare, dalla "prigione del popolo", mentre scrive lettere di dignitosa supplica agli amici della Democrazia Cristiana. Ci sono tutte: dalla prima, scritta a Francesco Cossiga, all'epoca ministro degli interni, a quelle indirizzate a Craxi, Leone, Fanfani. Si ha la sensazione di sentire il suono della sua penna frenetica e il rumore dei suoi mille pensieri. A tratti si fanno nitidi nel cuore gli stessi sentimenti di Moro: la sua rassegnazione diventa la rassegnazione di chi legge, così la nostalgia, la paura e la rabbia.

Centonovantasei pagine che richiamano alla memoria una vecchia canzone di Franco Battiato: "Povera Patria": schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame che non sa cosa è il pudore. Si credono potenti e gli va bene, quello che fanno e tutto gli appartiene. Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni questo paese è devastato dal dolore ma, non gli danno un po' di dispiacere, quei corpi in terra senza più calore..."

"Mia carissima Noretta - scriveva Aldo Moro alla moglie - resta pure in questo momento la mia profonda amarezza personale. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro. Ma non è di questo che voglio parlare; ma di voi che amo e amerò sempre, della gratitudine che vi debbo, della gioia indicibile che mia avete dato nella vita...." Ne "L'affaire Moro" Leonardo Sciascia avanza tesi, semina dubbi, analizza le parole di Moro così come delle Br.

Il lettore non può che rimanerne travolto. "Non credo abbia avuto paura della morte - scrive Sciascia - Secoli di scirocco sono nel suo sguardo". Poi, improvvisamente, il lettore torna alla realtà. Siamo nel novembre del 2009 e ne è trascorso di tempo dall'omicidio di Moro, dal giorno in cui, il 9 maggio 1979, il suo corpo venne trovato in una Renault 4 rossa. A pagina 130 è riportato integralmente il dialogo telefonico che i brigatisti ebbero con il professor Franco Tritto. "Lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo in via Caetani, che è la seconda traversa a destra di via delle Botteghe Oscure, va bene? Lì c'è una Renault 4 rossa, i primi numeri di targa sono N 5 ", diceva il brigatista. "N 5? Devo telefonare io"?, rispose Tritto, scoppiando a piangere.

Può essere definita un' opera letteraria quella scritta da Sciascia ma, come membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'"affaire", l'autore viveva questo libro come "opera di verità". Ed è a pagina 161 che il lettore si trova di fronte alla relazione presentata da Sciascia al Parlamento: 37 pagine scritte in modo semplice e chiaro. Non serve avere una laurea in giurisprudenza per capire cosa voleva dimostrare lo scrittore siciliano nel lontano 1982: una verità che è nella concatenazione dei fatti, ma attende ancora di essere consegnata alla storia.

 
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Autore: Francesca Baraghini
26/11/2009 - 9.41.30
 
 Rileggendo l' "Affaire Moro" di Leonardo Sciascia
FOTO: Rileggendo l' "Affaire Moro" di Leonardo Sciascia
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