"IO VIVO LA MIA VITA E SCRIVO DI CIÒ CHE VEDO": LA LEZIONE DI ANNA POLITKOVSKAJA
"Proibito Parlare" raccoglie gli articoli relativi alle più importanti inchieste della giornalista assassinata
Coraggio e semplicità l'hanno resa una delle giornaliste più conosciute nel suo paese. Come accade di solito ai ribelli, però, fu il suo omicidio a portare il nome di Anna Politkovskaja in giro per il mondo. Dopo aver studiato all'Università di Giornalismo a Mosca, in Russia, diventò, nel 1999, non una ma "la" firma caratterizzante della rivista indipendente "Novaja Gazeta". Cronista dei fatti più cruenti della Russia post sovietica, fu la penna della guerra in Cecenia. Testimone scomoda per i potenti del Cremlino, Anna pubblicò articoli di inchiesta e reportage.
Famosa non solo per la sua carriera giornalistica, ma anche per il suo ruolo attivo in campagne umanitarie che l'hanno resa protagonista di pagine di cronaca indimenticabili. Diede voce alle madri dei soldati spariti nel nulla, ma anche alle vittime torturate dalle forze dell'ordine russe. La gente imparò ad amarla soprattutto dopo l' iniziativa "Groznyj. Casa degli anziani", grazie alla quale vennero donate alla Cecenia tre tonnellate di aiuti umanitari. Per non parlare del suo ruolo di negoziatrice durante il sequestro di ostaggi al Teatro Dubrova e della sua schiettezza nel raccontare la strage dei bambini ceceni, nella scuola di Beslan.
Era il 2 dicembre del 2004 quando Anna scriveva: "Le famiglie di Beslan i cui figli risultano tuttora dispersi si sono fatte idee diverse: c'è chi, come Zifa, crede siano ancora tenuti in ostaggio da qualche parte; chi invece pensa siano morti e i loro resti seppelliti per errore da altri genitori, scambiandoli per quelli dei loro figli". Pagine e pagine della Novaja Gazeta riportano il nome di Anna Politkovskaja. E più arrivavano minacce di morte, più Anna continuava a scrivere. I primi avvertimenti risalgono al 2001, ma è nel 2004 che qualcuno tentò di ucciderla avvelenandole il thè, mentre si trovava su un volo diretto nell'Ossezia del Nord. Tentarono di spaventarla ma non ci riuscirono. Fino a quando, il 7 ottobre 2006, Anna fu trovata riversa a terra sulla porta della sua casa moscovita. A toglierle la vita: quattro proiettili.
Un omicidio che tutt'oggi non vede traccia di colpevoli o pentiti. Un fatto che lascia perplessi giornalisti e lettori di tutto il mondo, tanto più che, da lì a pochi giorni, Anna avrebbe dovuto pubblicare un'inchiesta sulle torture russe ai danni di centinaia di ceceni. Politkovskaja: un cognome quasi impronunciabile per noi occidentali. Ciò fa sorridere se si pensa che, se avesse mantenuto il suo, Mazepa, e non avesse adottato quello del marito, Politkovskij, avrebbe reso meno difficile il compito di coloro che, ricordandola, sbagliano a pronunciare quel cognome divenuto ormai simbolo della libertà di stampa.
"A volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce ciò che pensa": è una delle frasi che più colpiscono nel libro "Proibito Parlare". Una raccolta di articoli, scritti tra il 2002 e il 2006, che riportano le più importanti inchieste della Politkovskaja. Trecentosette pagine che si lasciano facilmente leggere da tutti, anche da chi, in storia, non è un Indro Montanelli. Ma soprattutto, un libro che, se anche non si finisce di leggere, può essere utile per chi, prima o poi, dovrà sostenere l'esame di Stato da giornalista. Se non per cultura generale, per un consiglio: "Io vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo".