ANGELO LUMELLI, PER NON ESSERE L'ACQUA CHE AMO
La Vita felice Milano – Labirinti 2
“Piedi in terra, la testa in fiamme”. Così definiva Giancarlo Majorino il poeta Angelo Lumelli al suo esordio nel 1977 (“Cosa bella cosa”), d’allora sono usciti altri suoi testi oggi introvabili come la maggior parte dei libri dei poeti. Una lunga ricerca tra pensiero e linguaggio che approda a questo bel libro piuttosto complesso e intrigante.
Il tormento di Lumelli prosegue con grandi accensioni a volte smorzate, nella visione di una realtà che non sempre si piega alle sue continue evoluzioni e ai ribaltamenti, in continuo dibattito tra la mente e il verso. Insomma tra gioco e ironia, “tra sorriso e vertigine”, come dice Milo de Angelis (nel piego di copertina), Lumelli fa sul serio nell’apertura del libro: “Ci pensò l’angelo alla fine/ a sottrarre l’essere/ dal linciaggio della folla /lo liberò come un palloncino/ come la bambina che balla sulle punte …”
Michelangelo Coviello dà una versione ingegnosa sulle “parentesi” usate da Lumelli, specie nella terza parte del libro. Il poeta ha questo vizio un po’ indigesto anche per il lettore più ben disposto, costringendolo a inciampare e a cercare di saltare gli ostacoli nel testo. Coviello identifica la parentesi nel filo che cuce la poesia di Lumelli, paragonandolo “al chirurgo che sutura ogni ferita”.
In questo libro la parentesi prende il sopravvento sul linguaggio, la ferita emerge e diventa il filo che doveva chiuderla. Pur galleggiando nella difficoltà emerge il titolo del libro: “ [Per non essere(l’acqua che amo)/sarò dunque il suo ciottolo / (mai) il complesso si equipara/( in corsa ruscelli – attese ondine )/ (uno strano sospetto - il divenire… “ Si salva l’”indenne”:”sarò dunque il suo ciottolo”, mentre sembra decisivo il “mai”.
Nella seconda parte in prosa poetica (con “le righe lunghe”) emerge di più la trama di un discorso sempre in bilico, in precario equilibrio. “Anche il senso non dura più di tanto se ne va com’era venuto in quel caso non tutto è perduto bussando senza esito al passato …” e si prosegue così “fino all’ultimo respiro” senza punteggiatura.
Questa trama la si ritrova nella prima parte del libro di Lumelli. Il passaggio del ponte traballante tra un verso e l’altro oscilla pericolosamente come in un film di Indiana Jones. Saltando di palo in frasca, alla maniera di Trakl, Lumelli dà il meglio di sé.
“A volte il tempo si lascia prendere / con piccoli inganni da bambine /passa adagio tra i denti del pettine / si perde in rosse gonnelline".