"LIBERTÀ", LA NATURA SECONDO JONATHAN FRANZEN
Più vicino a Thoreau e Tocqueville che a Wallace e Roth, il nuovo romanzo dell'autore de "Le Correzioni" gioca con gli stilemi della letteratura pop, ma è migliore della sua ostentazione di cattivo gusto
Non sappiamo quanto sia ingeneroso dire che Jonathan Franzen è un Salieri alle prese con due Mozart (David Foster Wallace e Philip Roth). La definizione è di uno che pur di eludere il proprio complesso d’inferiorità ne ha fatto una questione generazionale. Non crediamo dunque che “Libertà” ( Einaudi 2011, 622 pp.) sia una soap opera, anche se non siamo convinti che debba per forza restare negli annali come “il Grande Romanzo Americano”, come pretenderebbe il "Telegraph". Certo è un testo più problematico di “Le Correzioni”, che aveva goduto del fattore sorpresa, tanto quanto il suo successore sembra aver sofferto il peso delle aspettative. Ci sembra però di poter riconoscere una certa ambizione di classicità istantanea, una specie di naturalismo alla Richard Yates, anche se “Libertà” è pur sempre un romanzo scritto nel 2010, appesantito da una narrazione sequenziale e una costruzione deterministica, che sembra fare a pugni con il suo tema portante e le sue intenzioni più alte. Se esiste una possibile declinazionale del romanzo come genere borghese, essa coincide comunque con la cornice e le questioni di “Libertà”. Che gioca forse agli stilemi della soap indie, ma lo fa per avere poi le mani libere nella costruzione di una portentoso personaggio intriso di bovarismo, nella figura di Patty. Ex giocatrice di pallacanestro, con alle spalle una violenza subita al tempo del college, è stata a lungo affascinata dal chitarrista e cantautore Richard, ma ha finito con lo sposare il miglior amico di questi, Walter, molto più rassicurante e quadrato. Il “primo tempo” del libro non ci sembra spingersi molto più in là di una rivisitazione di “Revolutionary Road” (che qui diventa Ramsey Hill). Il punto di maggior interesse di “Libertà” è invece misurare come,valicata la soglia delle trecento pagine, i personaggi, apparentemente senza tradire nulla delle loro convinzioni, si trovino sbalzati dal timido ecologismo degli Anni Novanta, dalle loro convinzioni ferree in materia di politica, economia e società, al quadro corrotto della presidenza Bush, in cui l’affermazione dei propri ideali coincide necessariamente col cinismo. Si tratta di un decorso inevitabile, una specie di periodizzazione obbligata (non dissimile da quella che il grande Hermann Broch mette in scena nella trilogia “I sonnambuli”), o i Berglund sono individui che hanno deragliato dal solco del politically correct e dalla dimensione rasserenante della loro vita coniugale? In questo senso, la classicità di Franzen non è la stessa di un album dei Pearl Jam o di un film di Clint Eastwood. Non si tratta cioè della capacità di stare nel solco di una tradizione, sfruttandone tutte le potenzialità per provare a tirar fuori qualcosa di nuovo. Il fascino di “Libertà” sta proprio nel non concedere altro spiraglio di senso se non nell’osservazione di sé stessi da parte dei protagonisti. Sono loro i soli che possano domandarsi sino in fondo sino a che punto il romanzo è un’autobiografia (come fa Patty riportando i suoi ricordi in terza persona, e dunque provando a prendere distanza da sé).
Per tutti gli altri, il romanzo resta nient’altro che un genere ad alta concentrazione metaforica. Non sarei così sicuro del fatto che questa “soap” parli davvero del matrimonio e della famiglia come istituzioni in crisi, né che ambisca a dire qualcosa di nuovo e dirompente sull’idea stessa di libertà, incarnando magari il punto di vista corrosivo della rockstar/costruttore di terrazze Richard Katz, e nemmeno che contenga una parabola del figliol prodigo, nella vicenda di Joey, il figlio dei Berglund. Più semplicemente, penso che la sua “americanità” stia nel porsi comunque tra Thoreau e Tocqueville, tra Whitman e Dylan. Nel parlare cioè sempre e solo della “natura”, e in questo non potendosi staccare nemmeno un millimetro da una prospettivamente rigorosamente individuale. Ecco perché in definitiva il personaggio emblematico, quello che davvero con il proprio istinto di libertà produce quei disequilibri che fanno muovere la storia, è Lalitha, l’amante di Walter, nemica giurata del desiderio di riprodursi della sua specie, e che è la sola che sembra configurare un modello di verità congruente con lo spirito dei tempi, nella riduzione del tempo al presente, a quel che si sta vivendo, come a un assoluto, in grado di produrre scelte definitive. Appena al di là, comincia il mondo dell’intenzionalità del differimento delle decisioni e dunque della morte.
La questione non è infatti capire se il matrimonio sia il terreno della libertà o della sua privazione, e nemmeno quella relativa al “lento ritorno” del desiderio nell’alveo della famiglia. Questi sì, sarebbero argomenti da letteratura popolare. Si tratta piuttosto di capire i limiti della domanda “Come mi devo comportare”, e di accettare, di contro, che l’istinto conosca della nostra natura cose che noi non sappiamo. Aver fatto di questi problemi un racconto pronto a essere trasferito in una sceneggiatura hollywoodiana non è il difetto e tanto meno il pregio maggiore di Franzen, scrittore in cui forse il romanziere supera il prosatore, e il prosatore l’osservatore di costume, ma che ci consegna una lettura senza facili piaceri, più adatta ai palati fini di quanto gli editor travestiti da critici possano pensare.