Milano Cultura
Milano Notizie
 
 
LETTERATURA  ›  NARRATIVA

MA SONO TQ O QQ?

Il manifesto dei trenta/quarantenni riempie le pagine dei quotidiani e del web. Ma dietro a un coacervo di rivendicazioni parasindacali e richieste di visibilità, c'è solo l'ambizione frustrata di un gruppo di editor

 
 

Del manifesto dei TQ, i trenta-quarantenni che operano nel campo della scrittura, dell’editoria e della comunicazione, hanno già parlato in tanti, per lo più stigmatizzando le intenzioni di partenza, ancor prima che arrivassero i contenuti. Ora invece abbiamo i documenti, nero su bianco, che i TQ hanno voluto destinare da un lato agli operatori di altri ambiti-nella speranza che nascano dei TQ in tutti i settori-e dall’altra ai lavoratori dell’editoria, per individuare in questo caso linee di intervento che non siano meramente velleitarie.
Prima di entrare nel merito del Manifesto, non posso eludere una considerazione preliminare. Buona parte dei firmatari appartiene oggi a tutti gli effetti al “sistema” dell’editoria italiana. Non sono sicuro che la richiesta implicita dei TQ li affranchi dall’essere considerati una lobby. Non mi convince a pieno il loro radicamento locale, per esempio, o il fatto che il movimento coincida in una parte significativa con l’entourage di Minimum Fax. Personaggi del mondo dell’editoria milanese, per esempio, che sicuramente possono essere, con qualche approssimazione, ascritti a un ambito di contiguità ideologica coi TQ, sono rimasti lontani dall’assemblee in cui è stato prodotto il manifesto. Come mai?
“Dovendo dunque contrastare i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto nel campo della cultura, TQ si impegna ad agire secondo quelli che possono essere definiti come criteri di «ecologia culturale» al fine di proteggere e coltivare l’unicità e la varietà delle scritture, e assume come criterio cardinale la bibliodiversità, battendosi contro l’omologazione delle scritture indotta da una produzione editoriale sempre più orientata al largo consumo. In secondo luogo TQ, constatando come la quantità di libri pubblicata ogni anno sia ormai ampiamente oltre la soglia della sostenibilità non solo culturale ma addirittura commerciale, si fa promotrice di una proposta di riequilibrio nella produzione dei libri che impegni gli editori a privilegiare la qualità rispetto alla quantità. Dovendo dunque contrastare i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto nel campo della cultura, TQ si impegna ad agire secondo quelli che possono essere definiti come criteri di «ecologia culturale» al fine di proteggere e coltivare l’unicità e la varietà delle scritture, e assume come criterio cardinale la bibliodiversità, battendosi contro l’omologazione delle scritture indotta da una produzione editoriale sempre più orientata al largo consumo. In secondo luogo TQ, constatando come la quantità di libri pubblicata ogni anno sia ormai ampiamente oltre la soglia della sostenibilità non solo culturale ma addirittura commerciale, si fa promotrice di una proposta di riequilibrio nella produzione dei libri che impegni gli editori a privilegiare la qualità rispetto alla quantità”.
Abbiamo riportato, nel virgolettato, il pezzo secondo noi più controverso, e però più ricco di stimoli, del manifesto. Come si concilia l’idea di “bibliodiversità” con il riequilibrio nella produzione dei libri? La stessa Minimum Fax da un lato pubblica un numero molto ristretto di novità di narrativa italiana, e poi però ributta sul mercato testi esauriti da molti anni, ma che il lettore potenziale potrebbe comunque trovare in biblioteche o in formato elettronico. Che senso hanno oggi le versioni cartacee dei vari Tevis, Yates, Malamud? La prima forma di ecologia potrebbe essere quella di affidare tutto il prodotto catalogico alla distribuzione digitale, evitando il doppione brossura/tascabile, per esempio. E studiando un posizionamento prezzo da subito potabile per il consumo “democratico”.
E d’altronde, se è vero che esiste una questione di sostenibilità commerciale, e cioè il mercato non è in grado di assorbire i circa 15mila libri pubblicati ogni anno nel nostro Paese, perché non prendere atto che il rischio d’impresa legato alla pubblicazione di un 90% di opere il cui conto economico è tutto da verificare costituisce comunque la parte più nobile del mestiere dell’editore? Una restrizione dell’offerta avrebbe senso se e soltanto se fosse provato che la “massa” produce il ritorno d’investimento, e dunque quella degli editori è una mera strategia commerciale, che deprime artificiosamente alcune fasce di mercato. Allo stato delle cose, ci sembra invece che, nella carenza generalizzata di risorse professionali, sia comunque il pubblico che fa il mercato (unitamente alla capacità di tener corta la catena distributiva). La selezione delle referenze andrebbe intrapresa privilegiando forse una maggiore profondità di copia sul punto vendita, e dunque una massificazione di ciascun titolo. Ma qui siamo nell’ambito delle strategie commerciali: diversa è invece l’idea di un segmento che decide a tavolino, indipendentemente dal contesto economico generale, di “deprimersi”, per tornare a privilegiare logiche che siano diverse da quelle della libera concorrenza.
In che modo poi consumismo e capitalismo hanno determinato deserti e derive nel mondo della cultura? Cosa c’era prima del consumismo? Quanti libri venivano letti all’anno? Quanti film visti? Quanti dischi ascoltati? E chi decideva cosa pubblicare? Non era molto più pronunciata la necessità per gli intellettuali di essere organici alle ideologie, per avere una chance in più di visibilità per il proprio lavoro? Basta guardare ai valori della cultura italiana nella seconda parte del Novecento: siamo così sicuri che i vari Moravia, Guttuso, Bertolucci siano stati guardati come mostri sacri nei rispettivi ambiti d’espressione per il contenuto intrinseco della loro ricerca, e non perché avevano in tasca la tessera giusta, esattamente come accaduto tra le due guerre per Malaparte, Sironi e Blasetti?
Nel migliore dei mondi possibili, il mercato rappresenterebbe la possibilità per tutti avere le stesse opportunità. Non è così, e non serviva certo la paginetta web dei TQ a raccontarcelo. Ma la loro logica da piano quinquennale, secondo cui pubblicando meno libri si sanerebbe la produzione, andrebbe a omologare ancor più le scritture: non è mettendo uno sbarramento in entrata che si produce la “bibliodiversità”. Basta dare un’occhiata ai titoli di narrativa italiana pubblicati da Nichel, la collana di Minimum Fax, di cui è editor uno dei principali esponenti dei TQ, Nicola Lagioia. Tra le ultime uscite figurano un thriller (“Paesaggio con incendio” di Ernesto Aloia), un romanzo generazionale (“Il mio impero è nell’aria”) di Gianluigi Ricuperati, un romanzo d’iniziazione (“Tetano” di Alessio Torino). Al di là del valore delle scritture, difficile immaginare una scelta più calibrata sui gusti del lettore medio. Non vogliamo ricadere nelle speculazioni sulla partecipazione iniziale alle riunioni che hanno prodotto il manifesto di Mario Desiati, autore Mondadori, che con “Ternitti”, perfetta incarnazione del libro destinato alle classifiche, è arrivato quarto allo Strega. Ci piacerebbe invece che il riequilibrio di cui parlano i TQ partisse da una maggiore attenzione alla produzione saggistica, confinata, quella sì, in territori clandestini, o schiacciata esclusivamente sull’attualità, all’interno di una categoria merceologica “usa e getta” che viene privilegiata dal punto di vista espositivo sul punto vendita, e che concentra su di sé tutti gli investimenti in marketing e comunicazione.
Buona parte del Manifesto Editoria vede poi uno slittamento del raggio d’azione del movimento in un ambito para-sindacale: la retribuzione di chi lavora nel settore, lo spostamento degli investimenti dalla produzione alla promozione, il malcostume dell’editoria a pagamento che si è esteso alla lettura dei testi in cerca di pubblicazione. Si tratta di questioni reali, ma il fatto di coagulare questioni relative alla “fabbrica” fa a pugni con l’intenzione di portare il discorso sulla formulazione di un’idea di “ecologia culturale”, che riguarda il consumo più che la produzione.
“TQ intende costruire un circuito virtuoso per i libri di qualità che inizi anche prima della loro pubblicazione e che predisponga, attraverso i migliori critici letterari, librai e lettori, un’accoglienza attenta e qualificata in grado di aumentare la longevità, la risonanza e la redditività di quei libri. TQ chiede anche agli autori di abbracciare e promuovere pratiche di qualità nel lavoro creativo e pratiche etiche in quello critico. Sempre a tal fine TQ si ripropone di essere un riferimento e un raccordo tra le migliori voci della critica letteraria che sono, negli ultimi anni, sempre più isolate e inascoltate, così da conferire al loro impegno in favore dei libri di qualità ancora maggior forza e risalto e da fondare, insieme a loro, una nuova autorevolezza”.
Che cosa vuol dire un circuito virtuoso? Quando si parla di “accoglienza attenta e qualificata”, prodotta dall’interazione di critici, librai e lettori, ci sembra che ricadiamo nella questione iniziale. TQ è un’urgenza (maturata forse un po’ in ritardo..) generazionale, un sindacato, o meramente una lobby? È un movimento trasversale o un’aggregazione di intelligenze che reclama una porzione di potere nell’organizzazione dell’industria culturale del nostro Paese? E se è così, il consumismo e il capitalismo, cosa c’entrano?
TQ è un gruppo di editor di case editrici di medie dimensioni e medio fatturato. Che ha provato negli scorsi mesi, a dispetto alle critiche mosse al “capitale” ad usare le pagine del Domenicale de Il Sole 24Ore per creare il proprio piccolo spazio egemonico. E che ora è pronto a fare cartello per giocare al meglio la propria partita contro i grandi gruppi editoriali. Il resto non è nemmeno velleitarismo: è solo il rumore di fondo che serve a far immaginare una struttura di pensiero dietro ad aspirazioni individuali certamente legittime, ma che il sistema a oggi non ha accolto. Non è riunendosi sotto l’egida dei TQ che ci si emancipa dal complesso del QQ, quarantenne qualsiasi. E un briciolo di onestà intellettuale non sarebbe stato di troppo, come dimostrano le defezioni a cantiere aperto. Ma quella è fuori catalogo da tempo, e non saranno Lagioia, Raimo, Ostuni & C. a rimetterla in circolo.

 
GALLERIA FOTOGRAFICA

La fotogallery necessita di JavaScript e Flash Player. Scarica Flash qui .

   
Autore: Andrea Dusio
29/07/2011 - 9.53.00
 
Ma sono TQ o QQ?
FOTO: Ma sono TQ o QQ?
PRIMO PIANO
INTERVISTE
Quotidiano di notizie, eventi e personalità
Registrato presso il Tribunale di Milano con il n° 518 del 15/09/2008
Direttore Responsabile: Gianluca Grossi
Edito da Milano Web Publishing Snc  -  Web Hosting Company: Aruba SpA