TESTUALE: LA RIVISTA DI CRITICA DELLA POESIA CONTEMPORANEA COMPIE 25 ANNI
Intervista a Gio Ferri, direttore di 'Testuale'
Giò Ferri, alias 'Giorgio Ferrari', è un artista eclettico di origine veneta, milanese di "adozione". Abita ora a Milano in zona Città Studi. E’ poeta, saggista (critico d’arte e letteratura) e artista visivo. Le sue ultime opere sono oggetti di plexiglass (cubi) contenenti dei libri elaborati e bruciati (“Resti della biblioteca di Alessandria”).
La rivista “Testuale”, critica della poesia contemporanea, fondata e diretta dal 1984, da Gio Ferri, con Giuliano Gramigna e Gilberto Finzi, poeti e saggisti, festeggia quest’anno i venticinque anni di età.
Ferri vive con la moglie tra Milano e Lesa, sul lago Maggiore, in un appartamento e studio circondati dal verde di un parco ottocentesco. Là si trova anche la redazione di “Testuale” (c.p. 71 - 28040 Lesa - No).
Hai figli?
“Ho una figlia grecista e latinista: otto anni fa mi ha dato due intraprendenti nipotini gemelli che hanno piacevolmente turbato la mia tranquillità”.
Parlaci un po’ di tua figlia, di tua moglie Isa e di cosa combinano i tuoi nipotini.
“Mia figlia è fra i fondatori di un liceo classico di Carate Brianza, scuola privata di notevole prestigio culturale e didattico. Ha pubblicato diversi libri sulle sue specializzazioni. Primo fra tutti, a suo tempo con Mondadori, gli ‘Epigrammi di Callimaco’, un arricchimento della sua tesi di laurea di cui fu relatore il prof. Del Corno, famoso grecista e uomo di teatro. Mia moglie Isa è particolarmente interessata (ma anch’io con lei) alle vicende del Novecento nel mondo cattolico a partire dal Modernismo (Rosmini, Fogazzaro Maritain, Don Mazzolari, Don Milani, Padre Balducci, La Pira, Simon Weil, ecc.). I miei nipotini, gemelli di otto anni, senza nulla perdere dei piaceri della loro infanzia, si sperdono anche giocando tra computer e televisione fanatici di astronomia, geografia, robotica, progettazioni di… impossibili case future!. Li ho portati a Parigi: ora non fanno altro che parlare, appunto del futuristico quartiere della Défense!".
Come ti trovi nella tua zona della Città Studi, una delle più popolari di Milano, dove a volte succedono cose assai interessanti?
“Ho girato il mondo risiedendo fra l’altro parecchi anni nelle Tre Venezie, e vi torno sovente, ma poi sono stabilmente ritornato a Milano. La zona fra Lambrate e l’Ortica a prima vista può sembrare piuttosto squallida, tuttavia da quando si è fortemente sviluppata la Città Studi (e per quanto riguarda i miei interessi in particolare la Facoltà di Architettura) presenta diverse iniziative culturali movimentate soprattutto da una folta e dinamica presenza giovanile. Ma in questa zona in un primo tempo (anni '40-'50, quand’ero ragazzo) avevo già abitato. Di quel tempo ricordo fra l’altro i numerosi campetti di calcio in cui i ragazzi si agitavano giocando partite domenicali entusiasmanti anche a vedersi (assai più di quelle professionali!). E poi c’era una baraccopoli di barboni che fu individuata da De Sica e Zavattini per girarci il film "Miracolo a Milano": ne approfittai allora per vivere in diretta l’esperienza affascinante di un set cinematografico nel quale mi intrufolavo clandestinamente”.
A Milano svolgi la maggior parte della tua attività di consulente. Rimane la tua base operativa. In venticinque anni com’è cambiata Milano in generale e dal punto di vista culturale?
“Poiché letteratura e arte non danno di che vivere decentemente tengo, per associazioni e aziende (finalmente retribuito!), corsi di comunicazione e marketing, ma anche di storia dell’arte. Milano come luogo e come centro della cultura e delle arti (anche se nei primi anni ’50 la città appariva come un grigio paesone squallidamente industrializzato), a quell’epoca, viveva una attività artistica assolutamente eccezionale: le gallerie d’arte (Cardazzo, Annunziata, Milione, Schwarz, Brera, ecc.) erano luoghi di incontro degli artisti e dei critici di maggior prestigio italiano e internazionale. Potevi far amicizia con quelli che contavano. E poi ci sono stati (con i loro entusiasmi e anche, purtroppo, i loro disgraziati eventi) gli anni comunque straordinari del ’68 e ’70: allora mi dedicavo anche al sindacalismo-politico-culturale. Facevamo notte alla Camera del Lavoro e alla Palazzina Liberty per discutere e leggere poesia. Leggevamo poesia anche nelle fabbriche. Ora tutto è finito…!“.
A Lesa invece è un luogo di svago-lavoro. Come ci sei arrivato?
“Mi sono spostato a Lesa per… lavorare seriamente (!) immerso in una natura straordinaria, oltretutto a due passi da Milano. Lì c’è pace e non manca l’opportunità di organizzare, per esempio, letture e spettacoli estivi. Nelle ultime due estati ho diretto quattro settimane shakespeariane. Perché Shakespeare a Lesa? Perchè a Lesa ha vissuto ed è sepolto Giulio Carcano il primo traduttore italiano del 'tutto Shakespeare'. Carcano era amico di Manzoni (che a Lesa villeggiava alla Villa Stampa della moglie) e di Rosmini".
Immagino che lavori di più lì che a Milano.
“Sicuramente. A Milano si tengono certi indispensabili contatti, ma a Lesa posso dedicarmi alla ‘scrittura’ in senso lato, e ovviamente alla lettura. E all’ascolto della musica: cuffietta alle orecchie mi ascolto Mozart passeggiando per il parco! In mezzo a una favolosa fioritura esotica (importata dall’Oriente fin dall’Ottocento)”.
Non è un po’ una menata lavorare in un luogo che dovrebbe essere quello di riposo e di svago?
“Ma Lesa, come tu stesso hai detto, non è il mio luogo di svago. Anche perché (tu lo sai benissimo) per chi si interessa (visceralmente) di poesia, arte, letteratura l’unico svago piacevolissimo è il lavoro. Specialmente quello che devo svolgere per la nostra rivista”.
Com’è nata l’idea di fondare una rivista di critica che non riporta testi poetici tranne gli stralci di quelli che vengono commentati?
“Tra i primi di noi a notare una totale assenza di critica, agli inizi degli anni '80, è stato Giuliano Gramigna, responsabile della terza pagina del Corriere della Sera. Allora autori anche importanti venivano ignorati. I loro libri non venivano commentati come già si faceva con i classici del Novecento. Al di là delle concise e superficiali recensioni, l’analisi “testuale” era assente e noi abbiamo pensato di renderla viva con la nostra rivista. L’unica eccezione del genere era “il Verri” di Anceschi che però in quel periodo aveva sospeso le pubblicazioni. Ora “il Verri” è tornato ad essere un delle più prestigiose riviste milanesi, italiane e internazionali".
Un po’ di cifre su venticinque anni di attività di “Testuale”.
“Abbiamo pubblicato (compreso quello in lavorazione tutto dedicato a saggi inediti di Gramigna) 45 numeri, circa 500 saggi (non recensioni) di altrettanti scrittori, con 300 collaboratori anche di altissimo livello tra i quali Andrea Zanzotto, Aldo Tagliaferri, Giancarlo Majorino, l’italianista croato Mladen Machiedo, studiosi di italianistica degli Stati Uniti, Francia Ingilterra, Brasile e Inghilterra, ecc. Siamo anche in contatto (per collaborazioni e scambio di riviste), con la Russia e persino con la Cina".
Come sarà il prossimo “Testuale” in occasione del venticinquennale?
“Come ho detto si tratta di un volume triplo monografico dedicato alla straordinaria saggistica di Giuliano Gramigna che ci ha lasciati purtroppo (un amico e un maestro) due anni fa”.
Fra i tuoi best seller poetici c’è “L’assassinio del poeta”, un poema se non erro in divenire. Non è ancora concluso se non ricordo male.
“Sì! In divenire e interminabile… è uscito in tre anni il cofanetto con le prime tre cantiche. Ora sto lavorando alla quarta. Ma ce ne saranno altre fino a quando vivrò! E’ una vicenda poetico-romanzesca-poliziesca in cui l’assassinato o l’assasino può comunque essere un poeta. Mentre in realtà si dice, infine, della poesia come arma per l’assassinio del luogo comune e del discorso quotidiano, manieristico, banale e utilitaristico. E infine menzognero".
Mi dicevi del tuo interesse particolare per Kafka e delle tue iniziative artistiche, legati negli anni ’70-’80 alla tua attività di marketing presso una importante azienda assicurativa milanese…
“Sì. Tenni diverse conferenze e scrissi articoli per quotidiani e riviste su Kafka assicuratore! Infatti Kafka aveva lavorato alle “Generali Venezia” di Trieste e poi presso “L’Istituto per l’Assicurazione degli Infortuni sul Lavoro” di Praga. Come è noto era tubercoloso e passava lunghi periodi di permesso per malattia presso il sanatorio di Riva di Trento. I suoi dirigenti lo invitavano – visto che era lì a non far niente! – a recarsi a Verona dove sovente si tenevano congressi degli assicuratori austro-ungarici. Andava e inviava delle relazioni. Ne ha pubblicate alcune anni fa Einaudi sotto il titolo, appunto, di 'F.Kafka, Relazioni'”.
Mi dicevi che per l’azienda alla quale prestavi le tue consulenze negli anni ’80 ti sei interessato alla collezione d’arte che si trovava ai piani direzionali.
“Sì! Mi accorsi che, quasi trascurati, l’azienda possedeva una piazza di De Chirico, un Morandi e una scultura di Gemito (che trovai sepolta dai detriti di una ristrutturazione del palazzo). Convinsi l’amministratore delegato (amante d’arte moderna) a stanziare qualche fondo per arricchire la raccolta. Non fu difficile, contattando direttamente gli artisti, procurarci a buon prezzo, per esempio, un Dova, un Tancredi, un Dorazio… Ottenendo anche le autorizzazioni a riprodurre numerose altre opere loro nei calendari annuali che l’azienda donava alla clientela. Devo dire, insomma, che ho sempre conciliato le mie attività lucrative (comunicazione, marketing, problemi aziendali e simili) con le mie passioni, professionali ma di scarso rendimento, per l’arte e per la letteratura. Forse in questo ero veramente un cittadino milanese della Milano di allora, industriale ma anche culturalmente vivace".
Photo Gio' Ferri by Dario Raimondi - Book Fashion