ABELARDO E ELOISA, TRA AMORE E RELIGIONE
Secondo appuntamento al Teatro Franco Parenti con gli aperitivi filosofici, dedicato alla celebre vicenda medioevale
Lunedì 23 marzo il Teatro Franco Parenti ha ospitato il secondo dei quattro “Aperitivi con Sophia”. Guidato dal docente di Filosofia Morale dell’ Università Vita-Salute San Raffaele, Roberto Mordacci, e diretto e interpretato – nelle parti recitate – dalla regista e attrice Anna Traini e dall’attore Luca Cairati, ha avuto per nucleo centrale la vicenda medievale di Abelardo ed Eloisa.
Il tema era sempre – filo conduttore degli Aperitivi – quello dell’espressione dell’Io all’interno di quattro documenti letterari nelle varie epoche. Ambientata a cavallo tra l’XI e il XII secolo, la storia è emblematica dell’affermazione di un’identità che tenta di emergere ma che alla fine si conforma alle regole sociali convenzionali e comunemente accettate.
Nel Medioevo l’identità principe era quella del guerriero o del religioso. Abelardo ed Eloisa provano, in preda a passioni travolgenti, a definirsi in modo soggettivo, facendo un’esperienza del tutto individuale dell’Io. Tuttavia prevale, infine, l’identità che il tempo e lo spazio in cui vivono impongono e vogliono per loro.
Abelardo era chierico e teologo di grande spessore e fama, nella Parigi dell’anno mille; Eloisa era una studentessa modello di gran bellezza e intelligenza. Tra i due – lui maestro, lei allieva – sorge una relazione guidata dall’attrazione fisica e mentale, da cui nasce anche un figlio, Astrolabio, subito allontanato. La coppia si sposa in gran segreto, ma Abelardo decide per entrambi di ritirarsi in convento e chiudere in un monastero anche Eloisa.
I due amanti non si rivedranno mai più, ma si scriveranno intense lettere nelle quali la donna, anche a distanza di oltre quindici anni, manifesterà il proprio amore e la propria dedizione per Abelardo; mentre lui le suggerirà un comportamento e dei pensieri solamente orientati alla vita religiosa e all’amore per Cristo. La coppia, prima del matrimonio, aveva dunque sperimentato un’esperienza dell’Io che era una possibilità diversa da quella del loro tempo: lui, maestro e chierico, non avrebbe potuto avere una relazione con la giovane, ma ce l’ha.
Il rapporto, pur asimmetrico, si esplicita nella realtà e nelle epistole “da pari”. Il contesto, tuttavia, impedisce loro di portare avanti quella relazione e di esplicitare la propria identità al di fuori dalle convenzioni del tempo: la vita monastica si rivela per entrambi l’unica soluzione, tanto più che la giovane era ormai stata compromessa per aver avuto un uomo prima del matrimonio, mentre Abelardo aveva già infranto la regola della castità che il suo essere chierico gli imponeva. Insieme, inoltre, avevano avuto una relazione riprovevole in quanto lui era il di lei insegnante.
Da non sottovalutare, poi, anche il cliché medievale della figura dello studioso quale era Abelardo: l’uomo di cultura non poteva provare un amore così spasmodico e accecante se non per la filosofia e le materie dei suoi studi. L’intellettuale, a differenza del guerriero, doveva consacrare la propria vita agli studi e non badare alle donne. Dalle epistole che Eloisa invia ad Abelardo, emerge la prima donna in senso moderno. Una donna che sa cosa vuole e cosa prova e lo sa affermare con chiarezza pur all’interno delle convenzioni - religiose - che le sono state imposte dall’uomo che ama.
Lui, in confronto, è molto più medievale di lei: non sa affermare la propria identità se non in Cristo, scegliendo di adeguarsi alle norme sociali dell’epoca. La relazione tra i due usciva dai binari di queste norme: Eloisa nelle lettere dava prova di poter adottare un’identità che andasse oltre quella convenzionale; Abelardo, invece, non voleva sottrarsi a un modello identitario precostituito, e nei discorsi con lei porta l’identità su un piano trascendente e interiore.
“Per me volere contro il mio uomo è impossibile”, afferma Eloisa, che obbedisce al suo uomo in tutto, amandolo più di quanto amerà Dio. Chiederà a lui, addirittura, una regola monastica da applicare al suo convento, come un ultimo gesto d’amore: il suo Io personale si esplicita pur rimanendo costretto nell’Io religioso di badessa. L’unico modo per rimanere in relazione con l’uomo che ama, pur ferita, è accettare il di lui volere, e pertanto condurre una vita monastica.
Per un Io postmoderno come il nostro, la scelta di Eloisa può apparire folle o quantomeno ardua. Non così per un’Io premoderno, che si definiva al di là di un’identità carnale e terrestre. Si avverte che l’Io di Eloisa è scisso tra il tentativo di affermare un’identità propria e la costrizione di accettare un’identità imposta. Nella vicenda di Abelardo ed Eloisa finisce per prevalere una concezione filosofica dell’Io coincidente con la “vita in Cristo”, secondo il volere medievale, e decisamente impersonale rispetto a quanto cercano di fare invece le identità moderne.