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L'ULTIMA TAPPA DI "TEATRO NATURALE"

Intervista a Giampiero Neri

Giampiero Neri è un poeta “unico nel suo genere”. Nel senso che pratica una forma poetica più vicina alla prosa che alla poesia, i suoi componimenti, in effetti, sono “prose poetiche”. Eppure nessuno si sogna di definirlo diversamente da “poeta”.

A parte questa particolarità Neri è anche l’unico poeta apprezzato da tutti. Nel senso letterale del termine in quanto  non appartiene a nessuna corrente poetica e non risente di nessuna rivalità e quindi gode della stima di un folto pubblico. In altre parole Giampiero Neri “non ha critici”,  il che equivale a non avere “nemici”, cosa piuttosto rara in questo mondo.

Quando uscì il suo primo libro “L’aspetto occidentale del vestito”, ottenne un immediato successo che l'autore ha mantenuto per tutta la sua carriera poetica. Personaggio enigmatico come i suoi testi, estrapolati dalla realtà, dei frammenti che sono dei veri e propri “reperti”, sintetici e fulminanti racconti, un gioco di apparenze e visioni profonde. Giampiero Neri ha a lungo vissuto della sua ormai famosa “apparente semplicità” e in questo  ha tracciato un cammino che ancora oggi prosegue incontrastato, come se questa sua caratteristica, pur con mille sfaccettature, fosse da considerare “insuperabile”, anche  se per certi versi appare “immutabile”.

Sarebbe una battaglia persa però contrastare il poeta su questo terreno. Il suo  cammino è  la naturale, precisa espressione di una continua evoluzione culminata in diverse raccolte poetiche (almeno 6 i capitoli della sua storia). In sintesi si traducono poi in almeno  2 libri distinti. In pratica non si sa quanto sia ingannevole la semplicistica affermazione che “Neri per tutta la vita ha scritto un unico libro”.

A questo punto  non c’è obiezione formale che tenga. Non  si può non convenire sulla validità del progetto del poeta, a partire dal suo libro antologico”Teatro naturale” che ha segnato la tappa fondamentale nella  sua carriera come è apparso fin dalla sua prima bella edizione (Coliseum), poi replicata da Mondadori.

L’intervista che segue svela il mondo di Giampiero Neri, riservandosi di lasciare un naturale margine di mistero sul suo modo di operare e sui suoi scritti, in particolare sull’ultimo libro ”Paesaggi inospiti” edito recentemente da Mondadori.

Dopo “Teatro naturale”, formidabile trittico, “Paesaggi inospiti” conclude il ciclo di Arti e mestieri. Si tratta davvero del tuo “ultimo” libro?

“Si, credo proprio di si. Sono arrivato al capolinea della mia scrittura poetica. Non mi va di aggiungere altri testi che rappresenterebbero una inutile e ripetitiva appendice rispetto a quanto ho già scritto.
“Paesaggi inospiti” comprende alcuni aspetti della mia adolescenza, inclusa la morte di mio padre.”


Ti sei fatto una ragione dell’accaduto, cosa che nei precedenti libri non hai del tutto finito di spiegare?

“Si, non l’ho mai detto compiutamente. Nelle versioni precedenti  ho affermato: 'Se questa era la fine…', 'Se doveva finire così….' Qualcosa del genere. La conclusione non è mai stata definitiva, perché in fondo non l’aveva mai accettata e del resto per un giovane non era facile rendersi conto di avere avuto il padre ucciso dai partigiani. In questo caso con la frase 'erano tutti da ammazzare' è come se mi fossi convinto di questo epilogo drammatico.”

A questo punto val la pena ricordare questi versi.

Quella mattina di novembre
aveva visto l’amico di suo padre
davanti alla scalinata del Terragni.
Nell’abbracciarlo la bicicletta era caduta a terra,
'se erano tutti da ammazzare'
aveva detto
'doveva essere l’ultimo'.


“Questo è il suggello di una cosa difficile da ammettere fino in fondo. Adesso accetto l’idea di una responsabilità indiretta del regime, più della realtà oggettiva. C’è una specie di fatalità sovrastante degli avvenimenti. Mi sono reso conto che gli uomini decidono poco. Credono di essere loro a decidere ma in realtà molte cose non dipendono da loro.”

A proposito del tuo lavoro poetico, il nucleo più importante rimane quello di “Teatro naturale”, mentre quest’ultimo libro conclude “Armi e mestieri”.

“Una conclusione per me felice. Per quanto un autore possa dire del suo lavoro, questo è il mio libro più libero, meno elaborato o soggetto a condizionamenti. Dove mi son sentito di dire quello che avevo in mente. Ognuno valuta la scrittura degli altri con una sua ottica particolare e probabilmente diversa dal suo autore. Per quel che mi riguarda questo è il mio libro migliore e non solo perché è un lavoro appena concluso. Ma sai è anche una questione di punti di vista. Secondo la critica Victoria Surliuga questo è il mio libro più “debole”, mentre io lo ribadisco, è il mio lavoro più bello.”

Trovo, specialmente nel tuo caso, che stabilire una graduatoria dei tuoi lavori sia fuori luogo, anche perché sei un autore che sfugge a certe classificazioni. Io ho soltanto notato che in alcuni tratti non è facile reperire certi riferimenti. C’è voluta una tua spiegazione specifica per capire, ad esempio, questa poesia.

Proprio davanti alle scuole comunali
Si era visto quel tipo magro, giallognolo,
come raccolto su se stesso.
Ma era stato colpito per primo questa volta
E caduto a terra
Si era rialzato con una smorfia
la bocca sporca di sangue.


Il 'tipo magro, giallognolo' era un 'bullo' che ce l’aveva con te approfittandosi del fatto che era più grande e robusto, ma finalmente aveva trovato uno più grosso di lui che gli aveva dato il fatto suo.

“Si, per me era più importante descrivere la scena che non quello che c’era dietro. Un po’ certe volte vengo anche preso da certi aspetti essenziali, fulminei che rendono secondarie le spiegazioni."

Specialmente nei ricordi di guerra c’è la rappresentazione del mistero, come una particolarità che s’ingrandisce a vista d’occhio.

Era da poco cominciata la guerra
La scuola onorava il primo caduto.
Agli studenti in fila per due
sembrava una festa patriottica,
ma erano  stati accolti male
da un vociare confuso,
una donna gridava.


“Ci sono dei personaggi su  cui è fondata la narrazione di questo libro. Uno è il Nene l’amico della mia adolescenza (Nene era il nome vezzeggiativo / un po’ spagnolo, un po’ italiano /che aveva da ragazzo/ e gli era rimasto.) L’altro è il professor Fumagalli, l’avevo avuto alle medie, poi sono diventato suo amico. Aveva solo 10 anni di più di me. Io lo considero un grande, una figura di riferimento della mia vita.”

In quel periodo difficile degli anni
della guerra civile
aveva preso parte
e subito la prigione a Como,
occorreva stare da una parte
o dall’altra, diceva
'o di qui, o di là'
Che solo lui rendeva credibile.


Dovessi scegliere una poesia , fra le tante, quale preferiresti senza pentimenti?

“Io confermo quella scritta a mano nella 4° di copertina del libro. Ma ce ne sono delle altre che forse valgono di più.”

Di quella fontana stile novecento
che doveva durare
oltre le nostre vite
si è persa la traccia
morta con la sua epoca breve.
Era ridente nella sua rotondità
spensierata all’apparenza,
finita chissà dove.


Hai qualche poeta di riferimento?

“Il primo è stato Rimbaud, poi alla fine degli anni '50 è arrivato Campana che veramente mi ha incantato. Poi, sai come succede, anche in letteratura gli amori si attenuano. Adesso questi poeti li ricordo con piacere ma non li vedo più come uomini guida. Nella prosa invece mi è rimasta intatta la passione per Melville col suo 'Moby Dick' e fra gli italiani c’è più di un autore che mi interessa a cominciare da Gadda con 'La cognizione del dolore', poi ho apprezzato molto 'Il gattopardo' di Tomasi di Lampedusa che l’avanguardia di quel periodo chiamava 'Il gattomorto'."

Poi naturalmente ci sono i greci …

“Quelli sono in cima a tutto: nella letteratura, nella filosofia. Il loro pensiero è la base di tutto. Sai non riesco ancora oggi a trovare niente che non mi piaccia di Omero.”

La pittura che ti circonda che cos’è per te?

“Come vedi, in questa stanza sono circondato dai quadri, ce ne sono dappertutto sulle pareti. Sono di tutti i generi: figurativi, astratti… ognuno ha una sua storia e questo mi interessa molto. Mi permette di allacciarmi all’altra mia passione inerente all’immagine: il cinema, da “Les enfants du paridis”, di Carné, con J.L Barrault allle opere di Truffaut. Mi dispiace molto di aver perso l’abitudine di andare al cinema. Un rito al quale tenevo molto. Perché il cinema come la letteratura richiede una frequentazione, una consuetudine. Non possiamo accontentarci di un surrogato come la televisione.”

Com’erano in realtà i tuoi rapporti con tuo fratello? Per distinguerti da lui ti sei fatto chiamare Neri.

“C’era l’aspetto pratico. Uno scrittore come “il Peppo” (Giuseppe Pontiggia) oltre a essere piuttosto noto era  un po’ “ingombrante”, non solo dal punto di vista fisico. Chiamarmi Neri bastava e avanzava per distinguersi e poi eravamo così diversi.

Però non andavate molto d’accordo, a quanto mi risulta.

“Si, a un certo punto il nostro rapporto si è guastato. Il nostro era un legame profondo ed esaltante sotto certi aspetti, poi è successo qualcosa che l’ha rovinato per colpa di tutti e due. La morte di mia madre ha contribuito a questo. Una notte lei si è alzata dal letto e io avrei dovuto impedirglielo perché era malata e non doveva stare in piedi. Io lì per lì non mi sono reso conto di questo, poi sai come vanno certe cose… Fatto sta che per questo e altri malintesi il nostro rapporto non è stato più quello di prima anche se a un certo punto ci eravamo ravvicinati. Siamo gente scontrosa, gente di lago, abbiamo un brutto carattere. Siamo egoisti, chiusi in noi stessi e quindi le cicatrici del nostro rapporto non si sono più rimarginate. Purtroppo poi lui è morto e non c’è stato più abbastanza tempo per riprenderci come probabilmente avremmo voluto."

Ti piacevano i suoi libri?

“Io avevo criticato molto 'Il raggio d’ombra' ma poi a lungo andare molti suoi libri m’avevano interessato a cominciare da 'La morte in banca'".

A me interessava di più come saggista, “Il giardino delle esperidi”, ad esempio.

“Si, capisco, ma anche come  romanziere era interessante. Credo che la sua opera vada vista nella sua globalità.”

C’è qualche poeta contemporaneo che ti interessa?

“C’è un poeta di Cesena, un certo Gabriele Zani, poi Fabio Pusterla… Anche il tuo 'Pensieri, orologi' mi ha interessato, gran bel titolo…”

Alt! Non vale. Sono parte in causa.

“Perché? E’ importante capire perché si viene colpiti da questo o quel particolare. Ad esempio, c’è un verso di Ungaretti mi ha sempre molto interessato: 'Che reggimento siete, fratelli?'

Tornando al tuo libro: come fai a dire che la cavalletta 'ha la fronte alta'? Sono particolarità che mi fanno impazzire.

“Sono i particolari che stupiscono. Io non l’ho mai misurata, ma a me è parsa davvero così e poi ti dirò: io di cavallette ne ho viste a migliaia.”

Parlaci adesso della tua famiglia.

“Di mia moglie posso dire che se non ci fosse stata lei non avrei combinato niente nella vita. Sarei finito probabilmente a dormire sotto i ponti.”

Addirittura? Sei sempre stato previdente, lavoravi in banca…

“Dimentichi il lato pratico. Non avrei combinato gran che senza la sua spinta, il suo appoggio. Siamo sposati da cinquant’anni. Il nostro amore è nato in banca. Eravamo entrambi del Banco Ambrosiano.”

E i tuoi figli?

“Tra Elena e Ugo ci sono 4 anni di differenza. Hanno avuto dei percorsi molto diversi. La Elena era più precoce e ha trovato subito la sua strada (la critica d’arte Elena Pontiggia), mentre Ugo ha dovuto attendere molto prima di affrontare le prove della vita. Ha sempre preferito lo studio, anziché scegliere una facoltà comoda come Scienze politiche, ha continuato a studiare latino e greco e oggi infatti insegna queste materie.” 

Photos Giampiero Neri by Dario Raimondi - B. F. 

 

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Autore: Alberto Mari
27/05/2009 - 11.09.00
 
L'ultima tappa di "Teatro naturale"
FOTO: L'ultima tappa di "Teatro naturale"
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