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IL POEMA DELLA SVOLTA: LE ORIGINI DEL VIAGGIO

Intervista a Giancarlo Majorino, l'autore di "Viaggio alla presenza del tempo"

Siamo andati a trovare (il sottoscritto e il nostro direttore Gianluca Grossi) Giancarlo Majorino nella sua abitazione di via Scrosati, in zona Bande Nere, interamente circondata dai libri. Una “magnifica finestra” con vista che si apre ogni mattino presto per studiare e scrivere. Il poeta sta benissimo nella sua Milano, luogo ideale per quella che considera l’attività “più bella del mondo”.

Da un’ora di conversazione abbiamo tratto questo ampio resoconto sulla sua vita e sulle sue opere.

Come va il “Viaggio alla presenza del tempo”?
“Direi abbastanza bene. Siamo alla seconda edizione ed ha avuto una trentina di recensioni. Qualcuna negativa, preventivata, essendo un libro di non facile lettura. Ma sai, mi è venuto in mente quando ho pubblicato il mio primo libro “La capitale del Nord” (1959), in quell’occasione ho avuto un attacco pazzesco da parte de “Il borghese”, c’erano persino degli insulti. L’articolo terminava con una frase tipo questa: “L’autore troverà magari qualcuno più stupido di lui che lo prenderà sul serio”. Figurati, mio padre voleva denunciare l’autore del pezzo!”.

Dicevi della tua disponibilità a illustrare meglio il poema al quale tieni molto ed è per questo che hai già iniziato a radunare amici e conoscenti in certe determinate case. Proviamoci anche noi a spiegarlo a casa tua.
“E’ un poema grande al quale ho lavorato per quasi quarant’anni, trentanove per la precisione, mi ha procurato molta gioia e quindi voglio che venga anche condivisa da altri. E’ un’opera che accoglie molte esperienze sia di vita che formali. Per orizzontarsi ci sono almeno cinque o sei vie d’entrata. Uno può entrare dall’inizio o da qualche altra parte. Una chiave di lettura può essere quella di seguire gli spunti più attraenti e quindi è anche un po’ soggettiva”.

Il testo nell’insieme ha molte diversità rispetto ai tuoi libri precedenti, prosa e poesia sono mischiate e inoltre ci sono numerose citazioni, saggi di altri autori…
“Si, per questo il testo un po’ disorienta. La prosa poi ha i suoi modi: c’è una trama, ci sono dei personaggi, tanti personaggi, per cui ognuno ha la sua vita. Ci sono poi dei “sosia parziali” che hanno la funzione di far da filtro tra i contenuti del testo e quello che ho vissuto io. Il poema rivive anche nel piacere che provo a rileggerlo. Sono l’unico che non ha incertezze di comprensione: vado dentro il testo, vado fuori…Si può entrare come se fosse un romanzo seguendo i personaggi e la trama. Si può entrare nella poesia pescando qua e là dei barlumi, cogliendo dei momenti di bellezza e d’intensità”.

A chi ti sei ispirato? E’ d’obbligo citare grandi come Omero o come Dante.
“C’è da vergognarsi solo a nominarli, però il sogno è quello: parte da una citazione di Hegel che suona pressappoco così (nel libro è completa):”persone di qui e di là davanti alla casa, davanti al cielo…” Mi serviva a radunare delle diversità in una specie d’insieme che appare inscindibile. Certo non tutti quelli che mi hanno recensito potevano entrare in questa visione e hanno reagito manifestando un certo stupore. Un romanziere che scrive sull’Unità ha definito il mio testo come una specie di astronave che capita da un altro pianeta e si chiede come la gente lo piglierà e infatti lo ha preso così, così…”.

Ma il libro è già arrivato alla seconda edizione, come lo spieghi, con la tua popolarità ?
“Forse, può essere. Il libro evidentemente incuriosisce, suscita comunque interesse… e poi sai, costa niente. È un volumone di quattrocento e passa pagine e costa soltanto 13 euro. Per questo abbiamo scelto la collana 'Oscar', rispetto a quella dello 'Specchio', una edizione po’ andante magari ma che permette una larga diffusione”.

Come ti trovi qui? Ormai ci abiti da circa vent’anni. Non rimpiangi la casa di prima?
“Un po’ si. Abitavo in via Melloni, vicino al cinema Cielo, era una bella zona, un bel sesto piano come questo, ma lì mi hanno dato lo sfratto. Cosa vuoi dopo esser stati tre anni nella casa di Raboni a porta Genova, ci siamo sistemati qui, che non è nè bene nè male. Mia moglie ogni tanto fugge in centro, ma io in fondo a Milano ci sto bene. Il poema stesso parte da Milano va da un’altra parte ma poi torna a Milano. Ogni riferimento della città mi ricorda qualcosa. Una mia amica una volta mi chiesto: ”Cosa fai lì in città, perché non vieni qui, al mare? E io gli ho risposto che preferisco un mare di facce”. Sai, l‘unico vantaggio dell’anzianità è quello che se non sei rimbecillito o malato la sai lunghissima. Se riesci a mantenerti lucido è un'età bella perché capisci molte cose. Solo che il corpo fisico ogni tanto un po’ scricchiola, però, insomma non mi lamento”.

Non hai un posto quindi per evadere?
“Ma io evado già qua, ci sto bene, la folla non mi dà fastidio. C’è solo l’Enrica che ogni tanto mi trascina in giro. Il piacere di una città, magari non bella esteticamente come Roma, Venezia e Firenze, dove non vivrei mai, è quello di far parte della sua anima, capire delle cose fondamentali”.

Come scrivi?
“Naturalmente con la penna stilografica, poi i testi li do via per esser battuti al computer. A proposito: mi avevano regalato un bellissimo portatile, lo abbiamo messo sotto una statua fino a quando un giorno lo abbiamo regalato a mio nipote”.

Come ti orizzonti in questa selva di libri?
“Io riesco abbastanza a trovarli se non ci mette le mani questa specie di cameriera terrificante che abbiamo. Se casca un libro per terra lei lo raccoglie e lo mette dove vuole. Così mi capita di trovare 'Il piccolo principe' nello scaffale dei libri di filosofia”.

Adesso che sei arrivato al traguardo del tuo “viaggio” cosa farai? Riprendi un nuovo itinerario?
“Sono tra la tentazione di continuare e mandare al diavolo tutto, ma ci sono delle vie di mezzo da seguire: la 'Casa della poesia', l’insegnamento: ormai da vent’anni do lezioni di “Estetica” e “Analisi della scrittura” in una Accademia di Belle Arti, la 'Nava'. E’ un impegno che mi piace, anche adesso vengo da lì prima dell’appuntamento con voi”.

Prima insegnavi all’Università?
“Ho insegnato quindici anni in un liceo statale Storia e Filosofia”.

Come funziona la 'Casa della poesia'? Avete un budget dal comune?
“Va avanti discretamente. Tomaso Kemeny mi aiuta abbastanza, gli altri poeti invece probabilmente hanno altri impegni o semplicemente seguono solo le cose che li riguardano. I soldi scarseggiano, per quanto riguarda i contributi del Comune siamo ancora in attesa di quelli del dicembre 2007”.

Che prospettive può avere un poeta oggi? Cercare a tutti i costi di figurare ai vertici, magari nella Garzantina o fregarsene di Mondadori e della gloria ufficiale?
“No, fregarsene sono in pochi di quelli noti che ormai sono tanti, ce n’è invece parecchi che meritano e non arrivano alle case editrici importanti. Ci sono quelli che fanno di tutto per raggiungere le posizioni di potere e ci sono quelli che se ne stanno per conto loro. Sai, sono gli addetti delle case editrici che alla fine decidono chi metter dentro e chi no”.

Cosa ne pensi della critica poetica e delle riviste letterarie?
“In Italia i poeti criticano i poeti, è tutto un po’ a compartimenti stagni. Sembrano fortezze assediate, circoli chiusi che si parlano solo fra loro. All’estero è diverso, come mi ha raccontato anche Nanni Cagnone. A proposito di Nanni, attualmente malatissimo, inauguriamo l’anno della 'Casa della poesia' con una sua bella traduzione di Hopkins, un libro introvabile nella collana di allora Coliseum”.

Quanti anni ha (chiede Grossi)?
“Una cinquantina…”.

Capirai, ne ha settanta. Tu cerchi di esorcizzare la tua età con quella degli altri, così ti sembra di ringiovanire?
”(risata) Certo. Lo sai che essendo stufo dei miei anni che sono una caterva avevo pensato di trasformarli in minuti per confondere le idee. Solo che i minuti sono ancor di più terrificanti perché diventano 'Quarantaduemilioni di minuti'. La consolazione è quella che vale la pena di vivere ogni minuto”.

Facciamo un po’ di “gossip”, parliamo di tua moglie, l’Enrica. E’ una storia d’amore che dura dal…
“Altra cosa impressionante. Dura dal 1950. Una sessantina d’anni. L’Enrica e la Gilda, sua sorella, sono donne fantastiche. Spesso quando usciamo portiamo anche la Gilda”.

E a quel che ricordo vi siete sposati molto tardi.
“Ma ci siamo sposati quasi per fare un favore agli altri, poi lei voleva fare le ferie… Ci siamo fatti prestare le vere e poi le abbiamo restituite. Abbiamo fatto una grande festa in una balera, in una traversa di viale Bligny. Non è molto che ci siamo sposati, andando a spanne circa vent’anni. C’eravamo conosciuti bene, del resto. Prima della convivenza ci vedevamo sempre per appuntamento. E’ stato il grande segreto che ci permetteva di desiderarci sempre come pazzi. E poi devo dire che stavamo molto bene nelle rispettive case”.

Hai qualche poeta di riferimento?
“Majorinito, (ridendo indica se stesso). Devo dire qualcosa che non interessa i critici. Io sono sempre stato affascinato dai grandi romanzieri: Kafka, Musil, Joyce…per questo forse sono approdato al grande poema. E’ stato anche un modo per “sfogarmi” e scrivere a modo mio in prosa, anche se le mie sono più che altro prose poetiche non hanno nulla a che vedere con l’ampio respiro dei romanzieri .In ogni caso è stato bello avere un appuntamento per tanti anni con la mia finestra già dal mattino presto. Non mi sono mai ispirato ai grandi della poesia. L’unica eccezione è forse Baudelaire che dovevo tradurre con Raboni. Ci siamo anche scambiati i testi, ma poi Mondadori ha preferito avere un solo autore".

Allora non hai mai fatto traduzioni.
“No, ho sempre avuto la grande idea che i testi originali servissero per uso personale, per i miei studi, per il mio piacere. Anche altri mi hanno chiesto quali erano le fonti del mio pensiero, in relazione anche ai rapporti con le persone e io gli ho risposto di essere un 'fidanzato del mondo'. A me la gente è sempre piaciuta, sono un 'vampiro buono', sempre pronto ad 'abbeverarmi', a ricevere dai vari caratteri della gente”.

E il tuo fratellone cervellone Giorgio che è nato il mio stesso giorno?
“E ma lui è più giovane di me, è un fratellino, come sai si occupa di psicologia ed è un amante delle strategie di guerra, conosce tutte le battaglie. Certo ci vediamo ogni tanto. Ognuno ha i suoi impegni, ma quando ci incontriamo siamo tutti e due contenti. Abita dalle parti di via Archimede dove vivevano i miei. Io non ho voluto andare da quelle parti perché il ricordo dei miei genitori era troppo forte”.

Tuo padre che cosa faceva?
“Mio padre era ingegnere, laureato in matematica. Era una specie di genio in materia, poi si è dedicato a un impresa edilizia, ma ha gli è capitato un socio tremendo che lo ha fregato e allora ha avuto un tracollo spaventoso e non si è più del tutto ripreso. Si è messo a insegnare ma non ai livelli delle sue aspirazioni. Una volta l’ho “visto” con gli occhi della mente e ho capito perché gli piaceva tanto l’edilizia. Una volta mia madre mi ha raccontato che era andata a trovarlo in treno e lui l’aveva accolta alla stazione ubriaco circondato dai suoi operai, aveva un gran capello storto in testa e un sigaro e quelli che erano con lui si sono messi a gridare: “Ecco la più bella di Milano venga con noi!” Così l’aveva dipinta lui. Lei che bella non era si è ben guardata dal scendere dal treno. E comunque ho sempre avuto la visione di mio padre che saliva su una impalcatura e secondo me poteva anche cadere. Era quello suo sogno”.

E tua madre?
“Mia madre faceva la scrittrice, scriveva romanzi e novelle e ha contribuito a mantenere la famiglia. Era ai livelli di Luciana Peverelli, di Scerbanenco che poi è diventato un giallista. Allora Liala era poco considerata al suo confronto”.

Majorino il politico a qualcosa ha che fare con te?
“E’ mio nipote, il figlio di mio fratello. E’ bravo e simpatico”.

Resta confermato che la tua “Autoantologia” uscita da Garzanti è il libro principale di riferimento per chi volesse approfondire i tuoi testi?
“Si, perché si trova in commercio e comprende alcuni libri ormai introvabili, aggiungi “Gli alleati viaggiatori” e anche “Prossimamente” che anticipa in un certo senso 'il viaggio'. Negli ultimi libri ci sono i riferimenti maggiori alla realtà e l’accostamento con la poesia è sempre stata uno dei miei temi, vedi anche la mia antologia Poesia e realtà”.

Qual è il tuo prossimo lavoro?
“Sto scrivendo un saggio “La dittatura dell’ignoranza” e parla anche della non certo rosea situazione attuale per far capire che se non c’è una evoluzione e non si cercano obiettivi in comune è difficile che cambino davvero le cose”.

Chiudiamo con la poesia dei cantautori, molti indicano in De Andrè come un grande poeta.
“Ma, c’è un po’ un equivoco formale. Per carità è giusto ricordare un autore così importante, ma la poesia è un’altra cosa. Io ho litigato con Sgarbi in pubblico che sosteneva a spada tratta la poesia dei cantautori”.

E per finire… non si finisce mai, si sa. Contravvenendo alla regola del poliziesco, diamo una parte del finale del “viaggio” di Majorino.

“l’ultima guerra, di idee confido, porrà gli uni contro gli altri
religiosi e atei? Quest’ultimi, i sicuri vincitori
dovranno rispettare, non martoriare, neppure giudicare
le fiammelle interiori, superficiali e profonde, che chiamavano
                                                                          [Anima
a lungo a lungo dai vinti nel proprio cuore ospitate, tremende 
                                                                       [speranze

                                   ***
è la pace tra i similidissimili, cui non si può non tendere”.

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Autore: Alberto Mari
31/01/2009 - 18.55.00
 
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