I DOLCI INGANNI, COSÌ LATTUADA FECE SCANDALO
Nel film del 1960, sequestrato all'epoca dell'uscita in sala, e per la prima volta in home video, una giovanissima Catherine Spaak
Nell’ambito dell’importante acquisizione che Rai Trade ha finalizzato con Titanus, aggiudicandosi i diritti di circa 400 titoli dello storico produttore capitolino, 01 Distribution si è impegnata a editare in home video questa imponente library, che consta di film in grandissima parte inediti in home video o comunque mai pubblicati in Dvd.
Tra le primissime uscite, c’è "I dolci inganni", un lungometraggio di Alberto Lattuada che, all’epoca della sua uscita nelle sale cinematografiche, nel 1960, venne ritirato per sequestro della censura. E fu riammesso in circolazione nell'aprile 1961, dopo il taglio di circa 11 minuti, equivalenti a tutta la sequenza iniziale. Nel 1963, dopo che Lattuada venne prosciolto da ogni accusa, riemerse finalmente la versione originale.
Ma cosa aveva determinato tanto scandalo, nell’anno de "La dolce vita"? La pellicola racconta di fatto la giornata di una diciassettenne, Francesca, che si sveglia nel proprio letto, visibilmente turbata, e torna ad abbandonarsi tra le lenzuola, ripensando al sogno appena interrotto. A incarnare la protagonista è Catherine Spaak, giovanissima attrice belga, allora solo 15enne. La ragazza ha sognato di fare l’amore, probabilmente, scopriremo nel prosieguo del film, con un amico di famiglia, un trentottenne di nome Enrico, architetto, di cui è da qualche giorno infatuata.
Siamo nell’Italia perbenista che ha sentito parlare solo per sentito dire del Rapporto Kinsey. In quello stesso anno Oriana Fallaci darà alle stampe "Il sesso Inutile", reportage sulla condizione della donna in Oriente. I primi testi femministi tout court arriveranno nel 1963. Se le donne abbiano o no una sessualità, il paese finge ancora di non saperlo. Sarà proprio Catherine Spaak, con alcuni personaggi che le verranno cuciti addosso nei film immediatamente seguenti al suo esordio italiano, a dare delle ragazzine un’immagine disinibita che il Paese allora non conosceva.
Con il tempo però i suoi ruoli diverranno in qualche modo stereotipati, con "La voglia matta", "Diciottenni al sole", "La noia" e "La calda vita", mentre ne "Il sorpasso" sarà la figlia di Bruno Cortona, il memorabile personaggio istrionico, incarnazione dei vizi dell’italiano, interpretato da Vittorio Gassman. Nel film di Lattuada, però, al di là di questa sorta di lolitismo ante litteram (Il romanzo di Nabokov è del 1955, ma il film di Kubrick arriva nel 1962, e dunque Lattuada di fatto “anticipa” il cineasta anglosassone), e dei toni espliciti a cui il pubblico non era in alcun modo abituato, il personaggio di Francesca vive, in unità di tempo (l’intera vicenda del film si consuma in una giornata) un percorso di disillusione sul significato dell’amore che matura unitamente a uno sguardo smagato sul gioco sociale, sulla vacuità delle relazioni, sulle interferenze degli interessi nella sfera dei sentimenti.
Le fantasie erotiche della ragazzina che Francesca era sino a poche ore prima, lasceranno spazio non tanto al rimpianto, dal momento che il film è privo di quel sentimento di nostalgia dell’adolescenza di cui sono invece intrise molte pellicole dell’epoca, quanto a un ridimensionamento della portata dei propri desideri, e alla lucidità di riconoscerli come tali, senza confonderli con le questioni di cuore.
Questa distanza da sé è forse, nel personaggio di Francesca, il tratto più spiazzante, e presto nel cinema italiano prenderà le forme di un vuoto valoriale, che troverà nei film di Antonio Pietrangeli la rappresentazione definitiva, all’interno di un film come "La Parmigiana", ancora con la Spaak, o di un vero e proprio capolavoro come "Io la conoscevo bene", in odore di Nouvelle Vague, con una straordinaria Stefania Sandrelli, il cui angst adolescenziale, spinto sino a diventare un sentimento di autodistruzione, ha in questa pagina di cinema dolcemente licenzioso di Alberto Lattuada un suo insospettabile antesignano.