I GIORNI DEL CIELO, L'ULTIMO GRANDE FILM DEL CINEMA "VAMPIRO"
Il capolavoro di Terrence Malick, vincitore della Palma d'Oro a Cannes nel 1979, torna sul grande schermo in versione restaurata, in occasione della proiezione al Festival Internazionale del Cinema di Roma
È certamente un anno particolare per gli amanti del cinema di Terrence Malick. Prima il premio per la miglior regia a Cannes con “The tree of life”. Ora il ritorno de “I giorni del cielo”, restaurato e presentato nel contesto del Festival Internazionale del Film di Roma, alla presenza del protagonista della pellicola, Richard Gere. È una sorta di chiusura del cerchio, dal momento che anche il lungometraggio del 1979 uscì dalla Croizette con la Palma d’Oro. Il film, girato in buona parte in esterni in Canada, racconta una vicenda che si svolge in un latifondo del Texas. Un giovane di Chicago, costretto a scappare dalla città dopo aver ucciso il proprio padrone, porta con sé un' amica (Brooke Adams) e la giovanissima sorella di questa. Il ragazzo e la ragazza si fingono fratelli, ma in realtà da subito sono diventati amanti (Linda Manz). Arrivano in una grande fattoria, dove i lavoratori vivono all’aria aperta giorno e notte, dormendo sotto le stelle in ripari improvvisati. La ragazza attira da subito l’attenzione del proprietario (Sam Shepard), un giovane che tutti dicono gravemente malato e prossimo ormai alla morte. Nel miraggio di un’esistenza migliore, il ragazzo la convince ad accettare il corteggiamento, e in breve si ritrovano a stare nella villa padronale, nella condizione di agio che hanno a lungo sognato. In quello che sino a quel punto è sembrato nulla di più di un’impeccabile affresco sulla conquista del Midwest, s’inserisce un’anomalia narrativa, un episodio fortemente antinaturalistico. Il male incurabile del padrone si rivela non esser tale, quasi fossimo ancora all’interno della trama de “L’amico americano” di Wim Wenders. L’uomo anzi sta sempre meglio, e la ragazza, che credeva di essersi fidanzata con un moribondo, scopre invece di essersene innamorata. Il suo compagno decide allora di abbandonare la proprietà e tornare in città. Ma non riesce a starsene lontano a lungo. E quando si ripresenta alla fattoria, il suo arrivo è seguito, a breve distanza, da un’invasione di locuste, che in pochi giorni distruggono l’intero raccolto, e convincono il fattore a dar fuoco alla prateria. Poi i due uomini si affrontano a viso aperto, e il fuggiasco uccide il proprietario terriero, per poi cadere a sua volta per mano della polizia. Più che la trama in sé e la sua eventuale attinenza al topos della tragedia, quel che è interessante è sottolineare ancora una volta come il film non sia un luogo di rappresentazione mimetica delle dinamiche del reale. Ci sono più finzioni operanti all’interno di una stessa trama: i fratelli che in verità sono amanti, il malato che è sano, sino a produrre l’inversione di un amore recitato e dunque in qualche modo cinematografico, che però poi si rivela vero, e a non sapere più se le locuste sono arrivate da sole o se è proprio il ragazzo respinto ad averle portate con sé, dentro a un paniere, sul retro di una motocicletta. Pure il titolo, “I giorni del cielo”, rimanda a un tempo non lineare, a una ciclicità meteorologica che è già in sé una forma di superamento della morte. Forse il ricco latifondista è stato un malato terminale, ma, in un’altra stagione e sotto un altro cielo, è del tutto guarito. E per riprodurre la condizione di partenza ci vuole una catastrofe, la rottura della circolarità delle stagioni, il ritorno a quella visione necessitata della storia in cui la malattia conduce inevitabilmente alla morte. Così, ne “I giorni del cielo” la fabula, costruita sull’assunzione consapevole di un ruolo recitato all’interno della vita, e dunque della sua trasformazione in film agito dentro a un film cornice, sortisce l’effetto di una sospensione miracolosa, prolungando il nostro tempo naturale dentro al tempo artificiale del cinema. Di lì a breve la “diretta”, ossia il tempo della televisione, spezzerà quest’incantesimo, e il “grande vampiro” che vive il proprio controtempo nel controcampo del reale dovrà rinunciare alle sue ore eguali e complementari, per incarnarsi tragicamente nel mondo autoreferenziale del piccolo schermo. Non più un’esistenza altra, ma, propriamente, la nostra. I giorni del cielo rappresenta così un documento paradossale sulla fine di un certo tipo di cinema, come forma di mimesis in grado di funzionare come estensione della vita. Con la televisione, vincerà il paradigma del rimpicciolimento e della riduzione, del tempo sottratto e non aggiunto, della paralisi opzionale in luogo della moltiplicazione del libero arbitrio.