IL CINEMA SENZA FILTRO DI ROBERT BRESSON
La conversa di Belfort, lavoro del 1943, declina realismo e un'attenzione giā forte alle tematiche spirituali
“Il film nasce una prima volta nella mia testa, muore sulla carta; risuscitato dalle persone viventi e dagli oggetti reali che impiego, che sono uccisi sulla pellicola ma, posti in un certo ordine e proiettati su uno schermo, si rianimano come fiori nell’acqua”.
Quello che colpisce di più nel cinema di Bresson è l'apparente assenza di recitazione. Il regista, considerato il padre della Nouvelle Vague, sosteneva che effetti come la musica e i rumori, il montaggio e la recitazione portavano lo spettatore a risposte emotive codificate; mentre riducendo questi codici al minimo, si potevano ottenere delle reazioni più dirette, inaspettate e imprevedibili. Il desiderio del suo cinema è di mostrare la realtà, senza filtrarla, svelando ciò che l'occhio attento del regista riesce a vedere.
Lo spettatore è chiamato a indovinare gli stati d'animo dei protagonisti a seconda del contesto in cui essi si trovano.
Bresson era solito ingaggiare persone comuni e girare scena dopo scena fino a quando la recitazione spariva del tutto. Stesso concetto del neorealismo, ma con una grande vocazione spirituale.
Il regista francese raccontò infatti le storie di personaggi umili, di eroi del bene e del male segnati da Dio.
A 10 anni dalla scomparsa (22 dicembre 1999) la Fondazione cineteca italiana organizza una rassegna completa di tutti i lungometraggi realizzati da Bresson.
Ad aprire la rassegna è stato mercoledì "La conversa di Belfort" del 1943, tra le sue “opere prime”, che segue canoni ancora piuttosto tradizionali. La ricca e giovane Anne-Marie pensa di aver trovato la sua vocazione quando entra come novizia in un convento domenicano specializzato nella riabilitazione di donne detenute. La sua è un'anima buona, votata al sacrificio e alla rinuncia. Ha scelto di abbandonare le “cose terrene” per dedicarsi allo spirito.
In una delle sue visite al carcere femminile conosce Therese, omicida per la legge, che rappresenterà la missione affidatale da Dio. Una peccatrice da redimere, una pecorella fuggita dal gregge; in realtà, accusata ingiustamente, attende solo il momento della vendetta.
Due itinerari d'anima, il bene e il male che si affrontano fino alla inevitabile sconfitta del primo: un sacrificio, quello di Anna Maria, simbolicamente affiancato a quello del Cristo, che raggiunge l'obiettivo di smuovere l'anima rabbiosa e vendicativa di Therese e condurla alla redenzione.
Già dal primo film emerge l'attenzione di Bresson per la sfera spirituale dell'esistenza, per il tema dell'innocenza e dell'inevitabile dualismo con il peccato, per il raccoglimento mistico e morale, che ritornerà ad esempio nel protagonista di "Il diario di un curato di campagna".