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"I'M NOT THERE", RITRATTO FRANTUMATO DELLA FIGURA DI BOB DYLAN

Il film di Todd Haynes ricorre a sette figure diverse per raccontare il menestrello del folk

 
 

Si tratta sicuramente di uno dei biopic più anomali visti in questi ultimi anni.
Una sorta di riflessione sull’intangibilità della personalità di un grande artista, di meccanismo di destrutturazione di una biografia reale in tante vite immaginarie.
“I’m Not There-Io non sono qui” è la pellicola che Todd Haynes ha voluto dedicare alla figura di Bob Dylan.
Il titolo è tratto da una canzone che costituisce una sorta di capolavoro misconosciuto, all’interno dello sterminato songbook di mr. Robert Zimmermann.

Il cinema di Todd Haynes da anni ruota attorno all’impossibilità di far aderire la narrazione alla storia, e alla necessità di aggirare l’ostacolo con la costruzione di mondi paralleli. Velvet Goldmine, di fatto una sorta di rivisitazione del dualismo tra glamour e autenticità nell’ambito dell’epos del rock Anni Settanta, incarnato nella dialettica tra due personaggi che assomigliano tantissimo a David Bowie e Iggy Pop, senza assumerne però esplicitamente l’identità, è per molti versi un’anticipazione del tipo di sguardo applicato alla vita di Dylan in “I’m Not There”.

L’uomo e l’artista vengono sezionati, fino a cavarne sette personaggi. Nessuno di questi è Dylan, tutti ne rappresentano una parte. Ma se li ricomponessimo, che risultato avremmo? Contraddittorio, di nuovo sfuggente, fatto di negazioni, di certezze negate, di fumisterie. Nella loro solitudine e incompletezza, queste diverse anime ci dicono invece molto di più che un ritratto compiuto. Sette variazioni, dunque, sette peripezie sempre sul bilico di finire male, sette nevrosi, sette disturbi della personalità.

C’è il maudit che si chiama Arthur, come Rimbaud, e che sembra alieno da ogni passione, se non quella di sciorinare calembour. Finirà alla sbarra, sospettato di misteriosi legami con sovversivi di estrema sinistra. C’è un ragazzino di colore che viaggia nei vagoni dei treni merci, e che si chiama Woodie Guthrie, come l’inventore della folk song di protesta che costituì il modello diretto di riferimento per Dylan. C’è un attore, innamorato di una pittrice francese e delle corse in motocicletta. C’è un cantante che intona ballate di protesta contro la guerra in Vietnam.

C’è soprattutto un rocker androgino, che a un certo punto decide di mettere la spina alla sua chitarra e si inventa una rivoluzione elettrica, tra gli insulti dei fans più conservatori. C’è un pastore innamorato del gospel, e che ha in Dio l’unico specchio di rifrazione della sua arte. E infine c’è Bill, probabilmente un vecchio bandito, forse un idealista, anche lui come tutti gli altri personaggi perennemente in fuga dal tentativo della vita di inscatolarlo in un ruolo, di ridurre a una “persona statica” la dinamicità di queste figurine archetipe in continua trasformazione di se stesse.

Di sfondo, la biografia collettiva, questa sì compiuta, di una nazione. Con le sue tante contraddizioni. L’ America degli slum, dei diseredati, dei barboni che vivono ancora come ai tempi di Jack London, della contestazione e del Grande Freddo. Una nazione che Dylan sembra, in ciascuna delle sue incarnazioni, amare e disconoscere allo stesso tempo. E alla fine, la sensazione paradossale dello spettatore è, come in certi romanzi di Faulkner, quella di aver assistito, a dispetto della frammentarietà della narrazione, a uno spettacolo straordinariamente coeso, in cui il musicista, il poeta e il pensatore libero emergono con molta più evidenza che negli altri biopic visti all’interno della rassegna “Wild Side”.

 
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Autore: Andrea Dusio
03/03/2009 - 14.54.05
 
"I'm Not there", ritratto frantumato della figura di Bob Dylan
FOTO: "I'm Not there", ritratto frantumato della figura di Bob Dylan
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