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PER L'OSCAR MEGLIO "INCEPTION" DE "IL DISCORSO DEL RE"

Il film di Tom Hooper, magistralmente interpretato da Colin Firth e Geoffrey Rush, è indubbiamente un lavoro di alta qualità. Ma il lungometraggio di David Fincher ha una capacità visionaria che ce lo fa preferire

 
 

Mi è venuto in mente Carlos Kleiber, in una serata scaligera di almeno trent’anni fa, intento a dirigere la Settima Sinfonia di Beethoven. Quando il grande direttore attaccò il secondo movimento di quello che era considerato unanimemente il suo cavallo di battaglia, per me, che all’epoca ero nient’altro che un bambino, si trattò di una vera e propria epifania sulle straordinarie capacità evocative che poteva avere un semplice brano musicale. Mi chiedo adesso cosa sarebbe non già del finale, ma di tutto “Il discorso del re” se sotto le parole stentate del balbuziente Giorgio VI se il regista Tom Hooper (di cui varrebbe la pena di recuperare "Il maledetto United" in Dvd) non avesse infilato intelligentemente proprio le note del celebre “Allegretto”. Probabilmente l’architettura non avrebbe retto e il film, in sé abbastanza statico e non così formidabile nell’analisi delle psicologie dei due personaggi, ne sarebbe uscito decisamente ridimensionato.
Intendiamoci, la storia del rapporto tra il Duca di York, che inaspettatamente si ritrova a dover regnare a causa dell’abdicazione del fratello Edoardo VIII, e dunque deve porre rimedio alla balbuzie a lungo trascurata, e Lionel Logue, eccentrico logopedista incurante delle gerarchie e del protocollo, può essere letta da diverse angolazioni. È sì una storia di amicizia, un amicizia guadagnata sul campo, vincendo la diffidenza di entrambi, ma è anche una parabola sulla libertà individuale, e sul rapporto tra la felicità e il destino. E indubbiamente i due attori, Colin Firth e Geoffrey Rush (che ha già vinto l’Oscar nel 1997 con “Shine”, anche se magari pochi se ne ricordano) sono bravissimi.
Ma francamente si tratta di un film che, alla luce delle tredici nomination, lascia in qualche misura delusi. Soprattutto se si pensa che a fronteggiarlo nella corsa alle statuette dell’Academy ci sono un capolavoro di visionarietà come “Inception”, certamente il film più ambizioso di Christopher Nolan, e una pellicola che affronta il fenomeno Facebook raccontandolo con il taglio di un grande reportage d’inchiesta, qual è “The social network” di David Fincher. Un braccio di ferro particolarmente interessante è quello che mette di fronte per il Miglior Film Straniero due titoli entrambi, in qualche misura, “ricattatori”. Da un lato, “Biutiful”, di Alejandro Gonzales Inarritu, e dall’altro “In un mondo migliore” di Susanne Bier. Mentre la regista danese firma però un film che apre a problemi etici veri, a partire dalla questione della responsabilità, il cineasta di “Amores Perros”, “21 Grammi” e “Babel” dà fondo alla sua poetica, basata sul complesso di colpa e su una visione senza speranza della vita. Per molti versi allineato a queste tematiche è anche Paolo Virzì, il cui mediocre “La prima cosa bella” è stato giustamente scartato nella fase preliminare. Con una formula particolarmente felice qualche anno fa un critico stigmatizzò Virzì per il suo “cinema collaborazionista”. La sua visione del mondo come un luogo dove vince sempre chi parte avvantaggiato per censo o per nascita è il contrario della mobilità sociale e psicologica che ci piace quando vediamo un’opera di finzione. Non chiediamo necessariamente al cinema di farsi tramite dei nostri desideri di evasione, ma se non vi è la capacità di raccontare la vita con una spinta ottimista, con la profonda fiducia nella nostra libertà d’azione e nel nostro arbitrio, e dunque nella nostra possibilità di scrivere il nostro destino, forse allora non ha senso che continui a esistere la “settima arte”.
Proprio per questo l’anno scorso ci era piaciuto particolarmente “Millionaire” di Danny Boyle, un film occidentale che sapeva però appropriarsi della spinta verso la crescita di una società emergente, e riusciva a inserirla all’interno di un modulo narrativo che alludeva alla complessità della globalizzazione. Tornando a “Il discorso del re”, proprio la scarsa capacità di dirci qualcosa sui nostri tempi ci è sembrato uno degli aspetti più deficitarii della pellicola. Spesso l’Oscar ha premiato film in grado di restituire fedelmente lo spirito di un’epoca. E da questo punto di vista il lavoro di Tom Hooper è particolarmente apprezzabile, proprio perché si è evitato di cadere nel cliché della ricostruzione sfarzosa e fine a sé stessa. Ma “Inception” e “The social network” sono titoli che appartengono in maniera molto più bruciante e immaginifica al nostro tempo. Ed è per questo che chi scrive spera che l’Oscar premi questa volta un lavoro che guarda alle nostre aspirazioni e alle nostre paure qual è “Inception”, con buona pace per una storia di valori importanti, che però ci pare irrimediabilmente schiacciata in un passato lontano come un protocollo di corte.

 
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Autore: Andrea Dusio
31/01/2011 - 18.59.00
 
Per l'Oscar meglio "Inception" de "Il discorso del re"
FOTO: Per l'Oscar meglio "Inception" de "Il discorso del re"
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