"SHAME", DELUSIONE SENZA MEZZI TERMINI
Il film di Steve McQueen non riesce a ripetere gli esiti di "Hunger", e procede stancamente nella narrazione asfittica di un'ossessione per il sesso
Era stato presentato come uno dei migliori film dell’anno, "Shame", e chi aveva visto "Hunger", biopic del militante dell’Ira Bobby Sands, certamente si aspettava grandi cose dall’opera seconda di Steve McQueen. Il protagonista è anche stavolta Michael Fassbender, ma gli esiti sono indubbiamente meno felici.
La pellicola racconta la storia di un trentacinquenne d’origine irlandese, che conduce un’esistenza all’insegna dell’aridità emotiva e dell’assenza d’amore. L’unico affetto che gli è rimasto è quello della sorella Sissy (interpretata da Carey Mulligan, la miglior attrice inglese dell’ultima generazione, protagonista in "An Education", "Non lasciarmi" e "Drive"), cantante jazz affetta da forti crisi depressive, che Brandon si trova suo malgrado a dover ospitare, dal momento che la ragazza è provvisoriamente senza casa.
La grande ossessione della vita di Brandon è il sesso. Consuma compulsivamente film porno, anche in ufficio, e spende la maggior parte delle serate a casa collegato a videochat a luci rosse. Nel resto del tempo, al lavoro (è un business man) come in metrò, cerca di rimorchiare qualche preda. Il suo terrore è la creazione di un legame: la segreteria telefonica di casa registra ogni mattina la chiamata di donne che, dopo un fugace incontro sessuale, non ha voluto rivedere. La narrazione scorre senza che lo schema di partenza venga abbandonato. Brandon si trova a un certo punto a uscire a cena con una collega senza che la serata si concluda con un rapporto sessuale: per una volta la conversazione in sè è sembrato appagarlo, e forse si apre lo spiraglio per costruire con la donna una relazione affettiva. Ma quando inizia a desiderarla troppo e prova a portarla a letto durante una pausa pranzo, capisce che la ragazza è riuscita a smuovere qualcosa in lui, e che consumare un atto fugace gli sarà impossibile: l’unica alternativa alla combinazione anaffettività/sesso è l’impotenza. La ricerca di esperienze sempre più forti lo spingerà in un gay club, dove consumerà un rapporto omosessuale, e, immediatamente dopo, in uno squallido appartamento, dove farà sesso con due prostitute. Al termine della notte, scoprirà che la sorella ha provato a suicidarsi, e dovrà prendersi cura di lei. Ma l’evento drammatico ha davvero prodotto qualcosa in lui? La scena finale del film riproduce la situazione di partenza. Michael e una sconosciuta, su di un vagone di metrò, che si scambiano sguardi ammiccanti prima di scendere. “Shame” è un film immobile, privo di sviluppo, condannato alla reiterazione. Un film stanco, che per molti versi ricorda “Paolo il caldo”, il romanzo incompiuto di cui Vitaliano Brancati autorizzò la pubblicazione due giorni prima di morire. Ambientato tra Catania e Roma, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale (uscì nel 1955), narra la storia di Paolo Castorini, un uomo che sprofonda sempre più nella passione sessuale e nella lussuria, ed è attraversato dalle stesse sfumature lugubri di “Shame”. Un altro termine di confronto letterario potrebbe essere “L’odore del sangue”, romanzo scritto da Goffredo Parise nel 1979, durante una lunga convalescenza, e ripreso in mano nel 1986, pochi mesi prima della morte. Anche in quel caso, la storia, come scrisse Cesare Garboli, è quella di un’ossessione. Ma se nell’opera dei due scrittori italiani i rispettivi romanzi segnano egualmente il momento dell’incupimento e dell’avvicinamento della morte, cui l’impulso sessuale improcrastinabile rimanda continuamente, come nella necessità di consumare continuamente piccole morti che esorcizzino quella vera, o di provare ad annullare nelle prime la paura per la seconda, ci saremmo aspettati da McQueen un film meno deterministico e rassegnato, più aperto e arrembante. Ricordiamo in tal senso, nell’epoca dell’esplosione della paura dell’Aids, "Le notti selvagge", sorta di autobiografia in forma di lungometraggio di finzione di Cyril Collard, certo traboccante di narcisismo e autoindulgenza, eppure così vitale. O, per rimanere nell’ambito dei film “reiterativi”, "Una relazione privata" di Frederic Fonteyne, che, all’interno di una situazione chiusa (una coppia clandestina che s’incontra per fugaci momenti di sesso in una camera d’albergo), riesce a trasmettere allo spettatore la sensazione di essere parte, voyeuristicamente, del meccanismo inesorabile con cui il sesso può prima compensare e poi sostituire gli affetti.
Il limite inscritto nel film del regista irlandese è la fiducia nella capacità del corpo e dello sguardo di Fassbender di “narrare”. Pur ricalcando gli schemi edulcorati del soft core-il sesso evocato più che mostrato-dal punto di vista visivo il film è certamente più interessante che sul piano narrativo, anche se la stilizzazione della New York attraversata dal suono del piano di Bach (possibile che i registi non sappiano immaginare un brando di musica classica diverso dalle Variazioni Goldberg come colonna sonora della frigidità contemporanea?) sembra anch’essa soffrire di mancanza di profondità. McQueen insomma resta lontano dai modelli di riferimento (Ozon, Fassbinder) e dimostra che la sua trasformazione da artista visivo a regista non è compiuta. Chi ricorda il suo film sui giardini della Biennale ospitato dal padiglione britannico della manifestazione lagunare nel 2009 forse rimpiangerà il videomaker, chiedendosi se per il cinema di finzione non serva anche la capacità di realizzare un film meno asettico-esito paradossale se si pensa al tema della pellicola-e magari più scritto.