SORRENTINO, SUPERFICIE E STEREOTIPO
Salutato da una critica sin troppo benevola, "This must be the place" conferma la tensione del regista de "Il Divo" verso un cinema che sacrifica tutto allo sguardo lenticolare sul personaggio principale
Saremmo tentati di dire “molto rumore per nulla”. E di liquidare come una forma di provincialismo il clamore suscitato da “This must be the place”, nuovo film di Paolo Sorrentino. Si tratta in realtà di una pellicola destinata a incontrare il gusto medio del pubblico da Sundance Festival , non distante dai modelli narrativi sfrangiati del cinema indipendente statunitense, con molti spunti di sceneggiatura sacrificati come di consueto in Sorrentino dal tentativo di perseguire una forma di cinema sospesa a metà tra il road movie e l’installazione multimediale.
Il difetto principale del cinema di Sorrentino continua a essere, come ne “Il Divo”, il lavoro ossessivo su di un personaggio, che smangia la polpa di tutto il film, e non lascia alla fine nient’altro che sé, al centro di una gallery di abbozzi. Se questa tensione a stringere sul primissimo piano poteva essere giustificata nel caso del biopic su Andreotti dall’istinto a dissacrare il corpo mistico della politica, e a svelarne la carne frolla, nel caso di “This must be the place” sembra soprattutto un appiglio formalista a cui Sorrentino si affida per salvare il proprio lavoro dal naufragio. Cosa non c’è piaciuto, nella figura della rockstar che non ha saputo crescere? Prima di tutto l’assunzione del modello iconico di Robert Smith, a cui, con un processo di contaminazione a cui Sorrentino ricorre sin dal suo lavoro d’esordio, “L’uomo in più”, viene sovrapposto lo stereotipo da reality di Ozzy Osbourne. Questa sintesi sgraziata e semplicistica finisce per produrre un archetipo più che un personaggio. E costruire tutto un film su di un carattere che ha una psicologia riassumibile in un paio di battute è un peccato di presunzione non da poco, che forse un attore come Sean Penn non avrebbe dovuto assecondare con tanta leggerezza.
Da italiano del Sud, Sorrentino ripone poi una fiducia assolutista nella necessità di crescere, come se la maturità fosse il percorso obbligato per l’età adulta. Un percorso senza cui una vita resta a metà, al punto che la rockstar si ritrova a confessare, in uno di quei bagliori di lucidità elementare che il regista le concede, che la mancanza di un figlio è uno dei motivi per cui non si sente un uomo a tutti gli effetti. È questa fiducia deterministica, e il determinismo per il cinema di finzione è sempre il male peggiore, a chiudere la storia ancor prima che inizi, e a far sì che il suo svolgimento sia nel contempo telefonato e tutto sommato indifferente: Cheyenne non potrà che crescere, liberarsi di trucco e parrucco, se si vuole sgravare della morte in vita che è sempre la condizione iniziale dei personaggi di Sorrentino, da “L’amico di famiglia” a “Le conseguenze dell’amore”.
La critica francese si è scagliata contro la superficialità con cui viene trattato il tema della persecuzione dei criminali nazisti, ma non è questo il punto. Ci sembra piuttosto che la deformazione prospettica imposta dal primato formalista svuoti il cinema di Sorrentino a prescindere dai singolo snodi problematici ed emotivi: se anche il racconto dei lager diventa il pretesto per un virtuosistico movimento di macchina non ci si deve sorprendere della frigidità di “This must be the place”, così come del suo sfiorare temi che meritano molto più di un film (il rapporto tra post punk e totalitarismi, lo scarto tra art e pop rock, fondamentale per i modelli estetici prodotti tra gli Anni Ottanta, sino allo sguardo del carnefice sulla vittima, davvero troppo “spesso” per un lavoro instabile e insoluto come questo) e abbandonarli senza aver provato a formulare una riflessione incisiva.
Così come in passato, non ci accodiamo dunque al coro di lodi che Sorrentino sta raccogliendo, e che sono solo il sintomo di un Paese e di un cinema che, loro sì davvero non vogliono mettersi in discussione e crescere, e si limitano a baloccarsi con la capacità di manipolare spezzoni dell’immaginario pop. Sfocato, impreciso, debordante: il cinema che ci piace continua a essere fatto di una materia che non conosce le sicurezze cromatiche e la compiacenza dell'inquadratura di un film maker che scambia la capacità assertiva del proprio linguaggio visivo con una prova di forza narrativa. Ed esibisce un cinema che, al di là delle apparenze, è in definitiva solo un'esibizione di talento muscolare. Anche stavolta, non è questo il nostro posto.