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"THE ROAD", TUTTE LE DOMANDE DELL'APOCALISSE

"La Strada", metafora terrificante di Cormac Mc Carthy sulla condizione umana, funziona anche nella versione cinematografica

 
 

Dopo aver dovuto aspettare a lungo una distribuzione, ed averla trovata in Videa/Cde, che negli ultimi mesi aveva già portato sugli schermi italiani un altro film “rimosso”, "The hurt locker", è nelle saleThe road, la pellicola tratta dal romanzo La strada, di Cormac McCarthy, giudicata “troppo deprimente” dagli operatori per poter piacere al nostro pubblico. In effetti, non si tratta del tipo di film che si va a vedere per chiudere la serata. Lungi dall’essere pesante, lento o intellettualistico, “The road” è, in fondo, un action, calato per in un contesto senza speranza.

Qualche mese fa avevo provato a leggere il libro, per poi però desistere, perché si tratta di uno storia che ti rimane troppo addosso. La fruizione di un romanzo è lunga, e “La strada” va centellinata. Il film, ho pensato, può essere invece liquidato in due ore, comunque sia e qualsiasi cosa smuova. Parlare di “The road” obbliga a raccontare nel dettaglio l’esile trama.

C’è un uomo che si sveglia, una notte, abbagliato dalle fiamme dietro le finestre. Appare anche la moglie, che gli chiede cosa sta succedendo. Per tutta risposta l’uomo inizia a spogliarsi, come se volesse farsi una doccia. Nella sequenza successiva, lo stesso uomo, ridotto alla larva di sé stesso, sporco, con barba e capelli lunghi, dorme come un senza tetto tra i resti di un edificio, assieme a un bambino. La notte è terribilmente gelida, piove. Il mattino dopo, la scena è terrificante. Non c’è più il sole, continua a piovere, il vento solleva nubi di cenere, ovunque vi sono incendi. La vegetazione non c’è più, tutti gli alberi sono caduti, mancano persino i colori. La vita sulla Terra si è estinta. Non sono sopravvissuti né animali né vegetali. Devastanti terremoti continuano a scuotere il pianeta.

Cosa è successo agli uomini? Attraverso i dialoghi tra l’uomo e il bambino e i flashback che riportano le discussioni tra lui e la moglie, in breve sappiamo tutto. In realtà, diversi individui sono sopravvissuti, e si trovano a dover affrontare il gelo e l’assoluta assenza di derrate alimentari. Ogni tipo di coltivazione è scomparsa. In breve, gli scampati a quest’apocalisse, sulle cui ragioni durante il film non sapremo nulla di più, si sono dati al cannibalismo. Si muovono in gruppo, come branchi di lupi, per scovare gli altri esseri umani e cibarsene.

L’uomo e il bambino, senza indicazioni o alcun tipo di riferimento, stanno tentando di raggiungere la costa. L’unica possibile speranza di sopravvivenza è legata al mare, e alla possibilità di continuare a procedere verso Sud, alla ricerca disperata di condizioni climatiche vivibili e di qualcosa da mangiare. Il bambino, non ha mai visto il mondo “prima”: è nato pochi tempi dopo l’apocalisse. L’uomo è convinto che sia l’ultimo bambino rimasto al mondo. La madre non voleva farlo nascere, lo ha dovuto partorire in casa, tra dolori bestiali, in condizioni terribili. Quella nascita ha diviso per sempre l’uomo e la donna. Dai loro dialoghi apprendiamo come molte coppie abbiano deciso scientemente di suicidarsi, ammazzando anche i figli. L’uomo in effetti viaggia con una pistola, in cui gli sono rimasti due colpi in canna. Ha insegnato al bambino come usarla, nel caso gli accada di essere preso dai cannibali.

Dov’è finita invece la donna? Ha deciso di abbandonare i due, ed è uscita una notte di casa, con addosso solo una t-shirt. Probabilmente ha deciso di togliersi la vita, oppure di andare incontro a una morte per assideramento. La sua storia con l’uomo è finita la notte in cui è nato il bambino. “Il mio cuore è morto allora”, le sentiamo dire. Le giornate dei due si consumano così nell’ossessione di trovare qualche briciola nelle case, qualche vecchia scatola in cui ci siano residui di cibo. Si spostano trascinando un carrello, con abiti a brandelli e scarpe a pezzi, tenute assieme in qualche modo. Non possono lavarsi, devono dormire all’aperto. Anche l’aria, carica di cenere, è sempre più irrespirabile. Hanno due soli punti fermi: la strada che seguono, liquefattasi per gli incendi e poi però raggrumatasi a causa del freddo. E la convinzione, che l’uomo ha trasmesso al bambino, che loro “portano il fuoco” e sono i buoni.

Forse, da qualche parte nel mondo, c’è qualcun altro che ha deciso di non cibarsi dei propri simili, e continua a comportarsi col codice etico del vecchio consorzio sociale. Ma la cosa più sicura è tenersi sistematicamente lontani da tutti gli altri uomini.

Partendo da questa serie di presupposti, il film sembra destinato a snodarsi lungo il canovaccio dell’horror: i due devono per forza introdursi nelle case, per verificare se c’è del cibo, ma ogni volta rischiano d’imbattersi nei cannibali o in qualche altra terrificante presenza. Ma il nucleo della storia è invece il rapporto tra i due. Senza il bambino, l’uomo comprende che anche lui finirebbe forse per "sbandare", per lasciarsi morire o addirittura violare i codici morali che sente come propri della sua specie. Dunque per lui il bambino è Dio. La cosa straordinaria, in effetti, è che il bambino è nato in questo mondo terrificante e amorale, in cui l’uomo è tornato alla dimensione di bestia, ma conserva intatti tutti i valori del mondo precedente, a partire della responsabilità. Si preoccupa del destino degli individui inermi che i due incontrano, e vorrebbe aiutarli. È perfettamente conscio di questa sua responsabilità. Forse è davvero Dio, sicuramente è l’unica ipotesi di Dio rimasta in un mondo del genere.

Cosa deve fare il recensore? Segnalare la bravura degli attori, Viggo Mortensen, Robert Duvall, Guy Pearce, Charlize Theron, e la capacità del regista, l’australiano John Hillcoat, nel trasportare sul grande schermo la prosa asciutta e lo stile di McCarthy, concentrandosi sulla dimensione psicologica dell’uomo, sulle sue domande, la sua capacità di dominare la paura e trovare dentro di sé le motivazioni per andare avanti ogni giorno, anche quando capisce che è ormai prossimo alla morte? Oppure deve anche raccontare il finale della storia, perché in un film così è il finale che fa la differenza?

In considerazione proprio del punto di forza della pellicola, che sta nella capacità di instillare continuamente due piani di domande diversi nello spettatore, quello relativo al destino dei due e quella che rimanda invece al senso di questa potente metafora, è meglio fermarsi qui. Non prima però di aver detto che si tratta di un film, ancorché durissimo, di una durezza che a un certo punto può sembrare gratuita, profondamente umanista, e che arriva davvero al nucleo di senso della nostra esistenza. Anche perché, alla fine, risponde a tutto, con l’unica conclusione possibile. E che prelude a un nuovo inizio.

 
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Autore: Andrea Dusio
08/06/2010 - 22.54.00
 
 "The Road", tutte le domande dell'apocalisse
FOTO: "The Road", tutte le domande dell'apocalisse
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