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SOLDINI: PIÙ LOACH CHE ANTONIONI

"Cosa voglio di più" torna sui luoghi de "L'aria serena dell'Ovest": nella Milano di oggi i sogni si spengono la domenica sera

 
 

Avevo accolto con grande interesse la notizia della decisione di Silvio Soldini di tornare a girare un film a Milano. In un dibattito di qualche anno fa, ricordo di avergli sentito dire che la città in cui aveva girato il corto “Estate” e il suo primo, bellissimo lungometraggio, “L’aria serena dell’Ovest”, ormai gli sembrava un tema esaurito. Di qui, la scelta di girare altrove, con Puglia, Venezia e Genova a fare da fondale ad alcuni dei suoi film successivi.

E in effetti, “Cosa voglio di più”, potrebbe anche avere come sottotitolo ideale “L’amore a Milano vent’anni dopo”: Anna, la protagonista, sembra una “nipote” di Veronica, l’infermiera che nell’ “Aria serena dell’Ovest” cambiava nome di notte per agganciare sconosciuti in discoteca. Il problema è un altro: nel lungometraggio di debutto, pur nel contesto alienante della Milano di quegli anni, cui faceva da sottofondo una radio che raccontava dei fatti di Piazza Tienamen, la storia sembrava pur sempre stretta parente di quella raccontata da Antonioni ne “La notte”.

Il filo del caso che, attraverso l’agenda persa da Veronica, finiva per costruire e poi disfare due coppie clandestine, determinava comunque uno spostamento, anche se le condizioni esterne tornavano a essere quelle di partenza. I personaggi avevano perlomeno preso coscienza della loro condizione di infelicità senza desideri, capace di alimentare solo l’aspirazione a un altrove, senza progetto, senza sogno. E Veronica, apparentemente la personalità più fragile e inconsistente, la sua vita la cambiava davvero, andando a lavorare in uno stabilimento termale francese.

“Cosa voglio di più” invece è un film chiuso, di crisi. Non come il terrificante “On the road”, intendiamoci. La crisi italiana evidentemente non ha la statura morale di quella della società americana: non sono i presupposti della convivenza sociale a essere minati, quanto piuttosto, ancora una volta, la possibilità di una felicità individuale. Da una parte c’è la famiglia e dall’altra la fuga, e in mezzo, nulla. O Milano: che è la stessa cosa.

Anna lavora in uno studio professionale. Vive con Alessio, ragazzo estremamente ingegnoso, pacato, che ama un tranquillo ménage casalingo. Ripara oggetti, guarda con la ragazza film in videocassetta, si vede assieme a lei con gli amici, per una pizza o una birra. Nulla di diverso, nulla di più. La loro casa è in un quartiere periferico, in una Milano anonima che assomiglia più alle periferia della Roma di Walter Siti che agli edifici ineffabili di via Vincenzo Monti, da cui partiva la vicenda dell’ "Aria serena dell’Ovest".

Eppure è lì, in quella Milano del lavoro e dell’appagamento, dei professionisti con il trolley a seguito pronti per "saltare" sul Malpensa Express alle 6 del venerdì, che avviene l’incontro destinato a rompere l’equilibrio delle cose. Domenico lavora in un servizio di ristorazione e si trova a consegnare un cathering nell’ufficio di Anna. I due si sorridono, si piacciono, e poi, complice lo smarrimento e la riconsegna di un coltello, si scambiano i numeri di telefono. Domenico è sposato e ha due figli piccoli. Come gli spiega il suocero, tutto quello che ha costruito nella vita è la famiglia. Cosa vuole di più? E Anna?

Qualche passeggiata clandestina nel piccolo reticolo di vie tra Piazza Tommaseo e via Saffi, e poi la decisione di vedersi il mercoledì sera in un motel, all’ora in cui normalmente Domenico fa lezioni d’immersione in piscina.

Cosa danno ai due quest’incontri? Cosa tolgono? Che margine di sogno c’è, al di là della passione erotica? Qui il film, programmaticamente, s’incarta. I due si trovano a "misurarsi", oltre che con i rispettivi contesti famigliari, anche con una società che non concede salti nel vuoto, e che costituisce di per sé un primo forte richiamo all’ordine. I lavori precari, le rate, la frustrazione di professioni senza sbocco, finiscono in breve per restringere tutto ciò che queste due esistenze hanno da dirsi nel perimetro angusto di un fine settimana in Marocco.

Non c’è sogno che sia capace di sopravvivere alla domenica sera, e infatti, non appena l’aereo è atterrato a Malpensa, Anna preferisce scappare, infilando all’ultimo secondo il trenino, e lasciandosi Domenico e la trasgressione alle spalle.

Ai personaggi dei film non bisogna necessariamente chiedere di essere più grandi della storia. C’è da chiedersi però qual è il ruolo del cinema, se li ritroviamo puntualmente più piccoli di noi stessi. Il film di Soldini lascia aperto qualche interrogativo “marxista” (sono davvero le condizioni economiche a farci così senza sogni?) e, più in generale, sembra abbandonare definitivamente quella matrice esistenzialista che agli esordi aveva segnato un punto di rottura rispetto all’effimero degli Anni '80.

Più Loach che Antonioni, Soldini abbraccia nell’occasione uno "sguardo politico", desistente, come a chiedersi se davvero l’orizzonte piccolo borghese è diventato così brutale e asfittico. Più che un’ “acrobata”, Anna resta una ginnasta della passione. Pronta a specchiarsi nel frammento d’un’emozione, incapace di rompere con le proprie sicurezze, rannicchiata sul suo futuro senza scavalcamenti.

E non può certo essere Milano a convincerla ad alzare l’asticella...

 
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Autore: Andrea Dusio
04/06/2010 - 15.46.00
 
Soldini: più Loach che Antonioni
FOTO: Soldini: più Loach che Antonioni
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