"HAPPY FAMILY" DI GABRIELE SALVATORES
Un film "indulgente", specialmente con Milano, promossa come in un banale spot commerciale
Ho amato il cinema di Gabriele Salvatores, anche quando mi facevano notare che i suoi film erano un tentativo di fuga della realtà, in anni in cui il fantasy non esisteva e si cercava a tutti i costi l’impegno.
Le radici di Salvatores erano nel teatro, il retroterra assomigliava un po’ al mio. Certe scuole, certe famiglie, certi luoghi. Una maniera stessa di parlare milanese che la mia generazione ha mutuato subito, facendo diventare le battute di pellicole come "Marrakech Express" e "Tourné" il gergo che si parlava all’università così come all’ora dell’aperitivo.
Poi, Salvatores ha preso altre strade. Dopo "Mediterraneo", che in qualche modo concludeva un percorso, ha iniziato a sperimentare su nuovi immaginari. Il suo stile intimamente milanese, anche quando i suoi protagonisti erano un gruppo di prigionieri di guerra in Grecia, si è misurato con altri contesti.
Mi piacque molto "Quo vadis, baby?", e considero "Denti" un lavoro coraggioso, per sua natura imperfetto, comunque il tentativo di fare un film di genere senza farlo.
Sono dunque andato a vedere "Happy Family" con l’aspettativa di chi pregustava il ritorno della coppia Abatantuono-Bentivoglio, su cui in fondo ruotavano i primi film.
Nel contempo ero consapevole che non avrei rivisto una commedia sul senso dell’amicizia di un gruppo di trentacinquenni. La società italiana è cambiata, in tutto, dalla politica ai rapporti umani. Fare un “come eravamo” sarebbe stato patetico. E Salvatores non l’ha fatto.
Eppure, il suo film non mi è piaciuto. Non sono uno “spettatore esigente”, e di rado mi capita di uscire dal cinema arrabbiato. Mi è capitato, recentemente, con "La prima cosa bella" di Paolo Virzì, un regista che non ho proprio nelle mie corde, e con "Mine Vaganti" di Ozpetek, uno che continua a pensare che per fare un film basta mettere della gente in tavola e vedere l’effetto che fa.
Mi succede anche quando la “sinergia” con le film commission diventa troppo palese. Non sono un purista. So che il cinema a livello produttivo oggi esige delle forme di compartecipazione, quali il product placement, che finiscono spesso per non essere così invisibili nell’esito formale della pellicola.
Ma le forme smaccate di marketing territoriale mi infastidiscono. Se mi capitasse d’incontrarlo, vorrei chiedere allora a Gabriele Salvatores il perché di quella sorta di spot, inserito nel finale del film, terribilmente simile alla vecchia pubblicità della "Milano da Bere", rivista alla luce dei tempi, ma pur sempre intonata al registro della città operosa, che non va mai a letto, coi vecchi tram che sferragliano, il fremito inesauribile delle rimesse Atm, le luci del Duomo, a metà tra la cartolina, le musiche dei Weather Report e le canzoni di Alberto Fortis.
Gli è stato chiesto? Gli è stato imposto? È conscio dell’implicazione politica di quell’inserto? Insomma, è una “marchetta”, o, peggio, lui Milano la vede così? E il film, allora, è una fiaba metacinematografica e basta, o la cornice ha un senso?
Happy Family" è la storia di uno scrittore che vive a Milano, e che si trova a scrivere una storia dove egli stesso è protagonista, costruendola (come scopriremo alla fine, in una citazione - altri direbbero un plagio - de "I soliti sospetti") guardando agli oggetti che si trovano nella sua camera.
Il ruolo dello scrittore è affidato a Fabio De Luigi, e già la sua scelta impronta tutto il film a una sorta di levità televisiva, come se il mondo che si volesse rappresentare non fosse quello della realtà, ma di una specie di città-fiction, dove, come succede realmente a Roma ma non ancora a Milano, volano i gabbiani, si gira piacevolmente in bicicletta per Brera, e Milano è immortalata con sequenze estetizzanti, da paesaggio-fondale.
Gli stessi “personaggi in cerca d’autore” del film, non diventano mai esplicitamente reali. Restano allo stato di archetipi dei propri stessi interpreti: la Buy fa la nevrotica, Abatantuono lo scoppiato, Bentivoglio il morituro. La storia finisce su richiesta dei protagonisti, lo scrittore l’avrebbe abbandonata lì, senza una conclusione.
Forse l’impianto teatrale della sceneggiatura non regge all’impatto “necessitante” del grande schermo, ma davvero tutto appare troppo marginale, occasionale, episodico. È come se Salvatores abbia fatto un film della Nouvelle Vague, senza però considerare minimamente il problema della “moralità dello sguardo”.
Resta la possibilità che questo sia l’unico genere di commedia che si possa fare oggi in Italia: una sorta di sospensione fenomenologica del piano di realtà, per concentrasi esclusivamente sui meccanismi della narrazione.
Ma Milano chiede oggi un cinema più politico, che rimetta in discussione la posizione etica ed estetica delle elite, i modelli culturali, le forme di convivenza sociale. Concordiamo con Salvatores sul fatto che nella nostra città sembra spesso di vivere nel contesto di un esperimento di metateatro. Probabilmente, però, la cifra morale del cinema dovrebbe essere quella di squarciare il velo, non di fotografarlo.
C’è in giro un po’ troppa rappresentazione della felicità, come se fosse tornata davvero l’era del Martini Rosso: oggi Milano ha disperatamente bisogno di grandi film, grandi libri, grande musica arrabbiata.