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1961/62, GLI ANNI DELLA GRANDE SOLITUDINE

"A Single Man" e "An Education" raccontano, da prospettive diverse, l'immobilitą e il formalismo di una societą conformista

 
 

Mentre scrivo questo articolo ascolto “Ballads”, l’album che John Coltrane pubblicò nel 1962 per la 'Impulse'. Si tratta certamente di uno dei dischi più accessibili e melodici del grande sax tenore. Le registrazioni, effettuate nello studio di Rudy Van Gelder, videro Coltrane impegnato con i membri del suo quartetto classico (McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones) tra il dicembre del 1961 e il novembre del 1962, è in quest’arco temporale che sono ambientate le vicende di 2 pellicole che raccontano gli Anni '60 da una prospettiva intimista, e che sono distribuite nelle sale cinematografiche italiane in queste settimane: "An Education" e "A Single Man".

Si tratta di storie che scandiscono momenti diversi di 2 esistenze: il primo è, a suo modo, un racconto di formazione, il secondo è la cronaca della difficile elaborazione di un lutto.

Tutti e due però, da angolazioni opposte (lo sguardo di una ragazza e quello di un insegnante gay di mezz’età), si stagliano sullo sfondo del conformismo della società anglosassone. Conformismo che da un lato si riduce alle certezze rassicuranti della middle class che vive nella suburbia londinese, e dall’altro si sostanzia nel lifestyle estremamente formalista della California dei grandi campus universitari.

Piccole cose di cattivo gusto qui, design e ricercatezza là. Ma ad accomunarli un angst che prende la forma dell’inquietudine giovanile in "An Education" e di un cupo presagio di morte nella solitudine di "A Single Man".

"An Education" è ambientato a Twickenham, nella periferia della capitale britannica, e si basa sui ricordi della giornalista Lynn Barber.

La sceneggiatura è stata curata da Nick Hornby, romanziere abituato a vedere le proprie storie tradotte in film di successo, ma che di fatto ha operato in questo ruolo per la prima volta in assoluto, abbandonando la propria cultura di riferimento (gli anni '80), per riflettere su di un’epoca in cui il passaggio dall’adolescenza all’età adulta era ancora scandito da una serie di riti consolidati.

La protagonista della pellicola, Jenny Miller, interpretata da Carey Mulligan, è una studentessa affascinata dalla cultura francese, dall’esistenzialismo di Albert Camus così come dai dischi di Juliette Gréco. Sogna di andare a Oxford, ma finisce per conoscere un uomo adulto dai modi molto eleganti e compassati. David, grazie a comportamenti esteriori da perfetto gentleman, riesce a conquistare i genitori della ragazza, e ad ingannarli. In realtà si tratta di un individuo già sposato, che vive di espedienti, e ha già sedotto allo stesso modo più di una ragazza. Il risveglio per Jenny è violentissimo. Promessa sposa a David, ha abbandonato in fretta gli studi, attratta dai regali e dai viaggi che le offre l’uomo. A una vita di studio ha preferito il facile sogno del benessere evanescente, le serate nei locali notturni, i profumi di Chanel che nemmeno le sue insegnanti si possono permettere. Ma al momento giusto sarà capace di rimettersi in carreggiata e conseguire l’ingresso a Oxford, abbandonando quel mondo che sembrava rinchiuso in una bolla di sapone.

I classici della canzone beat, il jazz vaporoso di quegli anni, le prime minigonne, le passeggiate sul Bordo-Senna e la ballata di Duffy sui titoli finali scandiscono un film che racconta lievemente il rapido eclissarsi di una chimera, ma anche la crescita individuale di una ragazza che impara a conquistarsi da sola cosa vuol dire essere donna.

"A Single Man", interpretato magistralmente da Colin Firth, che per la pellicola ha meritato la 'Coppa Volpi' a Venezia, è invece basato su di un romanzo di Christopher Isherwood ("Un uomo solo", recentemente pubblicato in Italia da Adelphi).

Il film, diretto dall’ex stilista di Gucci, Tom Ford, ha nel 1962 la propria collocazione temporale. George, insegnante inglese gay che lavora negli Stati Uniti, ha perso da qualche mese in un incidente stradale il compagno. E si trova a fare i conti con i pregiudizi dei vicini, avendo come sola consolazione la compagnia di un’amica (Julianne Moore). Sarà un giovane studente, Kenny, a scuoterlo e impedire il compimento di propositi suicidi a lungo meditati. Ma proprio quando l’uomo sembra aver superato lo shock per la perdita del compagno, subisce un infarto.

La regia di Tom Ford sembra qui guardare ad alcuni maestri del formalismo come Ang Lee ("Tempesta di ghiaccio", ambientato però negli anni '70) e Wong Kar-wai ("In the mood for love"). Il risultato è un film straniante, algido, che permette di tracciare paralleli anche con il lavoro di François Ozon, ma alla fine sortisce lo strano effetto di "ingabbiare" una storia già ingessata.

Il film si snoda così lungo una galleria di "quadri" esteticamente ineccepibili ma frigidi, che precludono allo spettatore l’empatia con il dolore del protagonista.
Resta il tentativo di dare forma a una storia ripiegata su di una forma intimista, all’interno di una cornice utilizzata invece dal cinema americano per lo più con l’intento di riscrivere la biografia collettiva e "regolare" di una generazione.

Irregolare per definizione, regista-non regista, Tom Ford resta piuttosto un coreografo delle emozioni, a disagio quando si tratta di lasciare il passo ai dialoghi, e svincolare i propri personaggi dalla propria predestinazione alla solitudine.

 
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Autore: Andrea Dusio
19/02/2010 - 10.01.00
 
1961/62, gli anni della grande solitudine
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