L'UOMO NERO, SORTITA "ROOTS" DI RUBINI
Il regista torna ai climi de "La stazione", il suo bellissimo esordio del 1990, con un film che si rivela una sorta di Nuovo Cinema Paradiso delle Puglie
Il cinema delle radici sudiste sembra essere stato consegnato in Italia esclusivamente alla cifra di Giuseppe Tornatore. Ma se francamente la vena del regista candidato italiano all’Oscar sembra a chi scrive sempre più offuscata, com’è proprio di chi si dedica all’affresco, è un delizio quadro da cavalletto il prodotto più godibile e sfaccettato della cinematografia “meridionalista” del 2009. Sergio Rubini torna infatti ai propri luoghi oscuri, ambientando "L’uomo nero" tra Mesagne, San Vito dei Normanni e Oria.
Per il regista e attore delle Murge, figlio di un capostazione, cresciuto nei paesaggi “western” di Altamura, si tratta di un tentativo riuscito di compendiare la vena “roots” delle origini (il bellissimo "La stazione", che lo rivelò nel 1990), con la capacità di gestire una storia oscillante tra i due poli della famiglia e del piazza, le due strutture cardinali della società del nostro Sud. Un tema che ha trovato nella sua cinematografia spazio con "La terra" (2006) e in qualche misura con il sottovalutato "L’amore ritorna" (2004).
Senza mezzi termini, "L’uomo nero" è il Nuovo Cinema Paradiso di Rubini. Simile lo sguardo sul mondo filtrato dalla “soggettiva” del bambino, altrettanto solida la capacità di rappresentare il villaggio come il ventre morale in cui il mondo appare conchiuso, e con esso il destino individuale. A suo modo, si tratta di un’altra epica del ritorno, un “nostos” a un tempo dolente e frizzante, in cui la commedia sognante e il dramma claustrofobico convivono in felice equilibrio.
La vicenda ruota attorno a un ritratto di Cezanne, ospitato nella pinacoteca di Bari. La notizia del suo arrivo giunge sino alla più remota provincia, dove un capostazione (interpretato dallo stesso Rubini) con l’hobby della pittura viene invitato da un caustico critico locale e dalla sua “spalla comica”, un notabile locale, interpretato con gran verve da Maurizio Micheli, ad andare a visionare di persona quel capolavoro.
Il ferroviere individuerà nel dipinto una maniera di affrancarsi dai giudizi ingenerosi che i compaesani rivolgono alla sua pittura, e si dedicherà a copiarlo minuziosamente. Ma i suoi sforzi produrranno esclusivamente un vivace contrasto con la moglie (Valeria Golino), anche a causa della gelosia provocata da un’effervescente mecenate, incarnata da Anna Falchi. In parallelo a questa storia, se ne svolge un’altra, che è quella del figlio del capostazione, che sembra emblematicamente liberarsi delle proprie paure di bambino, per scoprire il lato dolce e conciliante della realtà, anche grazie alla figura dello zio (Riccardo Scamarcio, mai così bravo e misurato).
Da adulto, però, si troverà a ripercorre un percorso analogo, per comprendere a pieno la figura del padre, che ha relegato ingenerosamente nella memoria al ruolo di drop out del paese, e di cui si ritrova invece a scoprire il genio e la caratura etica. Questa parabola si compie tra flash back e colpi di scena, che hanno sempre come protagonista il quadro di Cezanne: dopo averne ultimata la copia, il ferroviere la pone al centro di una propria mostra. Ma è proprio il ritratto ad attirare gli strali dell’unico critico locale, che redige una feroce stroncatura.
Ma il pittore non demorde, e ottiene di poter copiare ancora una volta l’opera. Per la seconda volta, però, vede il proprio lavoro deriso dal sedicente esperto d’arte. E stavolta va su tutte le furie, rompendo con tutta la comunità del paese. Il finale del film è improntato a un doppio disvelamento: il bambino capisce che quell’uomo nero che alimentava i suoi incubi altri non è che il macchinista del treno locale, proprio colui che lancia le caramelle dalla locomotiva sferragliante, quando questa si trova in bilico sulla massicciata di un ponte che sovrasta l’entrata in città.
E il figlio del capostazione intuisce che il padre la seconda volta non si è limitato a copiare il ritratto. Ha fatto molto di più, sostituendo il quadro di Cezanne con il proprio. In tal modo, mentre a Bari nessuno se n’è accorto, al paese è proprio il capolavoro a essere mostrato al critico: che non di meno lo ha subissato di critiche. Un epilogo beffardo, che a qualcuno ricorderà un altro “scherzo” nato dal talento della provincia: quello delle statue di Modigliani fatte ritrovare da un gruppo di buontemponi nel fondaco del porto di Livorno.
Scritto con Carla Cavalluzzi e Domenico Starnone, il decimo film di Rubini si rivela così essere la sua opera più riuscita, e costituisce il lascito migliore del cinema italiano nel 2009, unitamente al brillante esordio di "Dieci Inverni". Un segno ulteriore che, al di là dei luoghi comuni sulle Film Commission, c’è spazio per produrre pellicole di forte radicamento territoriale, senza per questo rinunciare a raccontare storie forti. La contrapposizione tra cinema d’autore e cinema cartolina è falsa, ed esistente solo nelle menti di chi poi finanzia pellicole sciagurate come i cinepanettoni, facendoli passare, con il consenso tacito dell’associazione del produttori, per opere di rilevanza culturale.