Milano Cultura
Milano Notizie
 
 
CINEMA  ›  PRIME VISIONI

IL NASTRO BIANCO, INDAGINE SULLE ORIGINI PSICOLOGICHE DEL NAZISMO

Il film di Michael Haneke racconta le vicende di un villaggio tedesco, in cui la mentalitā luterana finisce per determinare una serie di atti violenti apparentemente inspiegabili

 
 

Il più scomodo autore di cinema europeo, Michael Haneke, firma con Il nastro bianco la sua opera più complessa e riuscita, una sorta di classico bergmaniano, intriso di luce argentea, per un bianco e nero così bello come non si vedeva forse dal Cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Qualcuno continua a scambiare il cinema di Haneke per una riedizione del teatro dell’assurdo. La mancanza di volta in volta di un colpevole, di un movente, di una ratio, sono interpretate dallo spettatore abituato al meccanicismo delle sceneggiature hollywoodiane come un cedimento verso un disegno irrazionale.

In realtà, Haneke, film dopo film, ha messo a punto uno sguardo che va al di là delle dinamiche tradizionali del plot, e punta, più che al disvelamento dei nessi causa/effetto attraverso il processo di ricostruzione della concatenazione dei fatti, a tracciare un perimetro psicologico, entro il quale certi eventi, anche quelli più surreali, diventano possibili. Ancora una volta, si arriva dunque ne Il Nastro Bianco ai titoli di coda senza che il colpevole sia conclamato.

Ma è stupefacente che la passività emozionale dello spettatore in sala abbia bisogno di un tipo di risoluzione convenzionale per destarsi dal proprio torpore. Per due volte abbiamo visto la pellicola in sala, e in entrambi i casi ci è capitato di ascoltare i lamenti di considerava il film “interrotto sul più bello”. Eppure Il nastro bianco è perfettamente chiuso, nella sua doppia natura di testo e ipertesto.

Il Nastro Bianco è ambientato in un villaggio della campagna tedesca, nelle grandi pianure del Nord, in mezzo a distese senza fine di grano, che si ricoprono d’inverno di un manto spesso di neve. Il tema del candore è centrale, e trapassa dalla natura alla psicologia. Nella piccola comunità gli insegnamenti morali, improntati a un cupo rigorismo d’impronta luterana, vengono impartiti con la violenza. I bambini vengono sistematicamente picchiati con la verga e puniti severamente a ogni piccola mancanza, in nome del mantenimento di un modello d’innocenza ideale.

I genitori impongono loro di portare al braccio un nastro bianco, a monito del dovere di tenere lontano ogni tipo di tentazione. Le punizioni corporali si accompagnano a un senso di colpa che i genitori instillano ogni volta che riscontrano un comportamento border line, sia esso il semplice ritardo nel rincasare, o la confusione fatta a scuola, sino alla masturbazione. Il mondo degli adulti del villaggio è regolato anch’esso da relazioni violente, senza amore, in cui il senso ineluttabile del male che contraddistingue l’etica protestante si declina in una parossistica violenza psicologica, che traspira nelle conversazioni più banali, nelle regole imposte nella famiglia e sul posto di lavoro, nell’elaborazione del lutto, sino al sadismo dei rapporti sessuali, agli abusi, all’evidente disgusto con cui sono vissute le relazioni di coppia.

È un mondo meschino, di bassi istinti, ammantato da una morale apparente. Il controcanto di questa desolante decadenza etica è costituito da un maestro, corpo estraneo nella comunità del villaggio, che oppone la propria semplice, spontanea moralità illuminata dalla ragione al bigottismo degli altri abitanti. E si trova a fare i conti con una serie di episodi apparentemente insignificanti, che però segnano un excursus allarmante verso la violenza.

Sino a formare un catena di violenze sulle persone più inermi. Il maestro si trova nella condizione di lucidità psicologica necessaria per capire che a commettere questi atti deliberati di sopruso e sopraffazione sono in realtà i suoi allievi, tra cui compaiono i figli delle famiglie più stimate della comunità, a partire da quella del pastore. Ma i genitori sono incapaci di vedere la colpa dei figli, che difendono anzi a spada tratta, tacciando di immoralità l’insegnante. Poi arriva la guerra, e quella catena di fatti, così come ogni altra cosa concernente il villaggi, finisce nel dimenticatoio.

Più ancora che una metafora del nazismo, Il Nastro Bianco è un’incursione nelle sue origini psicologiche. Un gruppo di individui che ha ricevuto come insegnamento nell’infanzia l’idea di essere il depositario del bene, e che perpetua l’idea che il proprio modello valoriale vada impartito alla società a ogni costo, anche con ferocia, perché costituisce il bene. Dall’altra parte, questo stesso imprinting fa sì che l’idea di uomo appare indissolubilmente legata alla pratica sistematica del male, da cui la nostra natura può essere sottratta solo con l’esercizio della costrizione.

Il nazismo, sembra dirci Haneke, non nasce come spesso si dice dalla dissoluzione degli imperi e dal sentimento di sconfitta delle popolazioni germaniche dopo la Grande Guerra, ma dalle conseguenze estreme della mentalità luterana: un’idea che attraversa già altri grandi momenti di cinema, a partire dal formidabile vampire-movie Addiction di Abel Ferrara. Così, scardinando ancora una volta la costruzione classica dell’ingranaggio filmico, Haneke ci consegna un’opera che illumina in maniera retrospettiva tutta la sua cinematografia, rendendola uno degli esiti più dolenti della cultura centroeuropea di questi ultimi decenni, al pari dei testi di Thomas Bernhard o Ingebor Bachmann.

 
GALLERIA FOTOGRAFICA

La fotogallery necessita di JavaScript e Flash Player. Scarica Flash qui .

   
Autore: Andrea Dusio
03/01/2010 - 10.00.33
 
Il Nastro Bianco, indagine sulle origini psicologiche del nazismo
FOTO: Il Nastro Bianco, indagine sulle origini psicologiche del nazismo
PRIMO PIANO
INTERVISTE
Quotidiano di notizie, eventi e personalitā
Registrato presso il Tribunale di Milano con il n° 518 del 15/09/2008
Direttore Responsabile: Gianluca Grossi
Edito da Milano Web Publishing Snc  -  Web Hosting Company: Aruba SpA