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GLI ABBRACCI SPEZZATI, UN CAPOLAVORO DI CLASSICITÀ POP PER ALMODOVAR

Il regista storico firma una grande storia d'amore, interpretata da una Penelope Cruz sempre più iconica

 
 

Era difficile da pronosticare una quindicina di anni fa, ma Pedro Almodovar è diventato oggi un regista capace come nessun altro di riflettere sulla potenza del cinema, come documento palpitante della cultura pop da un lato, e come metariflessione dall’altro. Gli abbracci spezzati è, prima di tutto, un film sul cinema, sulla sua potenza, come formidabile macchina dei sogni e dei sentimenti.

La cinepresa, sembra dirci in ogni momento della sua storia, Almodovar, è un romantico motore della realtà. Che non si limita a registrare i fatti, ma in qualche modo li orienta. Ma le immagini per certi versi sono neutre. È il cuore che deve organizzarne il senso, che deve “montarle”. Un uomo di cattivi sentimenti farà un film cattivo, o un cattivo film. Che poi per il cineasta spagnolo sono diventati la stessa cosa. Un fatto non banale, per chi ricorda il cineasta iconoclasta di Pepi Bum e le ragazze del mucchio, e dei primissimi film.

La capacità di continuare a ragionare attorno a due temi, l’amore e la famiglia, che finiscono immancabilmente per incarnarsi in una donna (e in questo caso nello sguardo di un uomo) hanno finito per condurre il cinema di Almodovar verso una sorta di rarefazione degli elementi comprimari. Di quel colore cioè che era appunto il tratto caratteristico dei suoi mirabili meccanismi corali, in film come Donne sull’orlo di una crisi di nervi, qui citato con un’ottica affettuosa, sempre comunque in bilico tra omaggio e dissacrazione.

Ma proprio la differenza esistente tra “quella” Carmen Maura e “questa” Penelope Cruz fanno la differenza tra il primo Almodovar e quello di oggi. La straordinaria capacità di indagare l’animo femminile si è progressivamente tramutata in un’abilità rarissima per un regista di avvicinarsi e allontanarsi più volte dal personaggio che è al centro dell’attenzione. Nel film c’è appunto lo sguardo di un uomo cieco, che ha perduto la vista in coincidenza della fine del suo amore.

Almodovar decide di sposare la visione del mondo di Mateo Blanco, una volta regista, ora sceneggiatore, con lo pseudonimo di Harry Caine. Mateo viene visitato da un giovane, che gli chiede di sceneggiare il suo film. Ma si accorge che il ragazzo non è altri che il figlio di un imprenditore conosciuto anni prima, Ernesto Martel. La compagna di costui, Lena, si era trovata un giorno quasi per caso a fare un provino per Mateo, e questi se n’era subito innamorato, costruendo poi di fatto il suo film attorno a lei.

Ma il potente Ernesto Martel, da subito geloso, aveva finito per far spiare la coppia dal figlio, con l’espediente di fargli girare un documentario sul backstage del film. Studiando ogni sera il girato, Ernesto era così arrivato ad avere le prove dell’infedeltà di Lena, e aveva cominciato a picchiarla selvaggiamente, sino a farla cadere dalle scale. A quel punto Lena e Mateo erano fuggiti a Lanzarote, mentre Ernesto dapprima montava maldestramente il film di Mateo, rovinandolo apposta, e lanciandolo immediatamente nelle sale, in modo da ottenere un flop clamoroso. E poi aveva fatto raggiungere i due, provocando un incidente in cui Lena aveva perso la vita e Mateo la vista.

Mentre racconta queste vicende a Diego, figlio della sua agente e amica Judit, che si scoprirà poi essere stata sua fidanzata (mentre il ragazzo apprenderà di essere figlio dello sceneggiatore), Mateo torna a lavorare sul materiale del film, fino a rimontarlo nella maniera in cui aveva immaginato, facendo così rinascere una pellicola che commuove lui, Judit e Pedro. Lena è dunque la co-protagonista del film, ma la sua esistenza resta sospesa tra la carnalità della sua presenza/assenza e una certa dimensione iconica in cui si staglia la sua figura, ancora una volta metacinematografica, un po’ come se la storia fosse in qualche modo legata al tentativo di proiettare Penelope Cruz in quella straniante dimensione atemporale in cui continuano a vivere Marilyn Monroe, Grace Kelly e Audrey Hepburn.

Così, il cinema a tinte calde di Almodovar, simile a monocromi sgargianti di Mario Schifano, rappresenta oggi l’ultimo lascito di una maniera di vedere la donna che compendia la cultura latina e Warhol, il flamenco e Hitchcock, la passione incombusta per l’ottava arte e una febbrile, inestinguibile voglia di vivere e amare.

 
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Autore: Andrea Dusio
22/12/2009 - 11.05.00
 
Gli Abbracci Spezzati, un capolavoro di classicità pop per Almodovar
FOTO: Gli Abbracci Spezzati, un capolavoro di classicità pop per Almodovar
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