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CINEMA  ›  PRIME VISIONI

LA PRIMA LINEA, STORIA DI UN RAGAZZO SBAGLIATO

La vicenda di Sergio Segio e le azioni del gruppo terroristico che ha assassinato il giudice Alessandrini

 
 

Se ne è parlato tantissimo, ma l’han visto in pochi. A fronte delle polemiche che hanno preceduto di molto il lancio cinematografico, e dell’investimento pubblicitario da parte di Lucky Red, l’incasso in sala de La prima linea resta basso, a fronte di un’uscita importante anche come copertura di sale.

È domenica pomeriggio, a Milano piove. Le partite sono terminate da un po’. Il pubblico fa la fila alle casse del multisala Eliseo, in via Torino. Ma l’interesse dei più giovani è in buona parte concentrato su il biopic Valentino. Sono in pochi a chiedere il biglietto per la pellicola di Renato De Maria, che ripercorre le vicende di Sergio Segio, della sua compagna Susanna Ronconi e di un gruppo di militanti della formazione terroristica di Prima Linea.

Segio è Riccardo Scamarcio, la Ronconi Giovanna Mezzogiorno. Credo che buona parte del dibattito innescato dal film sia legato alla scelta di costruire una coppia di attori dotati di forte appeal, e dunque facilmente etichettabili come “belli e dannati”. In molti sono infastiditi dalla semplice esistenza di un film di questo tipo. È un periodo storico con cui gli Italiani non vogliono evidentemente fare i conti.

Chi scrive crede invece che Prima Linea sia in qualche modo equiparabile, al lordo delle differenze tra i due periodi, alle milizie della Repubblica di Salò. Da un lato c’è il giudizio storico, che è di condanna impietosa. Ma dall’altro, si può anche a provare a raccontare la storia degli uomini che hanno dato vita a gesta disperate ed efferate. Ragazzi cresciuti con la convinzione di vivere all’interno di un conflitto senza quartiere, e che dunque hanno compiuto le proprie scelte sino alle estreme, tragiche conseguenze. Diventando protagonisti di azioni orrende.

Ma se i ragazzi di Salò vivevano all’interno di un reale contesto di Guerra Civile, e dunque hanno compiuto una scelta per molti versi criminale, ma che era determinata anche dal contesto di appartenenza, un contesto segnato da vent’anni di dittatura e di coercizione del consenso, a cui era seguito un quinquennio di guerra, e la vergogna dell’8 settembre, resta tuttora poco comprensibile come Segio e i suoi compagni non si siano accorti di combattere una guerra privata che, oltre a essere profondamente sbagliata e antidemocratica, era già del tutto anacronistica.

A parziale giustificazione non già delle gesta, ma della mancanza di lucidità d’analisi politica, è la giovane età dei protagonisti. Guardando oggi le foto di Segio e la Ronconi durante i processi, è difficile credere che i due avessero al tempo di molti dei delitti di cui si è macchiata Prima Linea meno di venticinque anni. È questo invece uno degli aspetti che il film, senza però alcun intento assolutorio, mette in gioco. La combinazione attenta di live action e qualche spezzone televisivo dell’epoca, come quello dei funerali del giudice Alessandrini, rendono invece benissimo l’alienazione del gruppo e degli individui che lo compongono.

Ridottisi da soli a fare la vita dei topi, in appartamenti clastrofobici, con la sensazione palpabile di appartenere a una storia già conclusa. Riccardo e Giovanna rendono Sergio e Susanna umani, umanissimi. De Maria è però attentissimo, anche grazie al lavoro di scrittura di Petraglia e Cotroneo, a innescare un qualsiasi meccanismo di identificazione. Per tutto il film abbiamo la sensazione che Segio e la Ronconi avessero a disposizione una vita normale, e abbiano invece scelto di cavalcare non già un’utopia o una ribellione, ma semplicemente il diritto a far prevalere una rabbia e un odio cieco a una lettura delle cose autoevidente.

Come quando Segio effettua gli appostamenti precedenti all’assassinio di Alessandrini, pedinandolo mentre porta il figlio a scuola. Nessuna pietas. E a nulla serve la constatazione che si tratta di un buon giudice, uno di quelli che da subito ha capito che Piazza Fontana era opera dell’estrema destra. No, prevale la paura di essere catturati, e la volontà di portare avanti un disegno antistorico. La pellicola è strutturata su di un feedback giocato su di un doppio livello. Da un lato c’è il Sergio Segio narratore, che ripercorre con telecamera fissa su di un primo piano di Scamarcio le azioni di Prima Linea.

Dall’altro c’è il ricordo del proprio percorso che l’ex “Comandante Sirio” compie mentalmente mentre sta andando, insieme ad altri vecchi militanti di Prima Linea, a liberare la Ronconi e altre tre prigioniere dal carcere di Rovigo. Un’azione durante la quale, per le conseguenze della violenta deflagrazione di un ordigno, morirà un passante. Oggi sia Segio che la Ronconi si occupano di volontariato, avendo finito di scontare le loro condanne, anche in ragione di sconti di pena.

La capacità mostrata in questa terza fase della loro vita ha portato le istituzioni a investirli di incarichi e benemerenze. Da parte nostra crediamo che possano e debbano continuare a fare il loro lavoro, ma che il rispetto delle vittime che hanno fatto e dei loro congiunti, nonché del danno che hanno perpetrato alla nostra società, imponga la misura del silenzio sulle loro azioni odierne. Senza riabilitazione, d'altra parte, il carcere non servirebbe a nulla. E in caso di mancanza di motivazioni cautelari, è bene che anche l’ergastolo abbia un termine. Tutto ciò però nulla ha a che vedere con un film pulito, obbiettivo, sentito, onesto.

Che non ci pare offenda i morti, e anzi prova a leggere da un angolazione diversa un pezzo della nostra storia. Al cinema d’altronde non si deve chiedere una lezione da sussidiario e tanto meno un’opera saggistica obbiettiva e imparziale. Un film è una storia e un punto di vista da cui raccontarla, rispetto a cui ciascuno spettatore decide poi come posizionarsi. Da parte mia, vorrei raccontare un piccolo aneddoto.

Prima che il film iniziasse ho visto che in sala c’erano tre bambini piccoli coi genitori. Alla fine, istintivamente, sono tornato a cercarli con lo sguardo. Avranno avuto otto anni, come me al momento delle gesta di Prima Linea e delle BR. Il padre stava spiegando loro qualcosa in merito a quel che abbiamo visto. Ho avuto la tentazione di mettermi ad ascoltare, come spesso capita quando si trattano certi argomenti. Tutti infatti siamo curiosi di sapere cosa ne pensa il nostro interlocutore. E di scoprire magari, con un misto di sorpresa e di disgusto, un parere non allineato alla logica del politically correct.

Ma nel 1978, al momento del rapimento di Moro, se le BR avessero ottenuto un riconoscimento politico, quanti si sarebbero scoperti loro simpatizzanti? C’era una cerniera, tra le punte più estreme del movimento studentesco, le lotte in fabbrica e le formazioni terroristiche. Un legame che è scomodo da ricordare, ma che è inutile negare. L’altro pensiero che ho avuto è stato di commiserazione, per quei bambini trascinati a vedere un film con alcune punte di violenza, come la gambizzazione di un dirigente industriale, o la fredda esecuzione di un compagno che ha iniziato a collaborare con la giustizia.

Poi mi è tornato in mente che alla loro età, quando mio papà la sera faceva tardi perché non aveva l’auto e tornava in pullman dall’Alfa Romeo, io e mia madre eravamo in ansia. Non esistevano i cellulari, ed era facile sprofondare in fantasie sinistre. Mio padre lavorava in Alfa Romeo, e lì i sostenitori più o meno aperti delle BR c’erano. Una frase, magari la smargiassata di un operaio, la parolaccia diretta a un impiegato più motivato e zelante degli altri, era capace di innescare i più cupi timori. Questo è il senso profondo che il terrorismo ha avuto nella vita dei cittadini che sono rimasti al loro posto, lontani dagli opposti estremismi. In quel momento storico, essere bravi nel proprio mestiere era diventata una forma di collaborazionismo. Fu questo l’aspetto più odioso dei crimini del brigatismo di sinistra, che condusse per l’appunto agli assassinii di Tobagi e Alessandrini. Forse quei bambini meritavano un pomeriggio diverso, forse invece hanno imparato qualcosa d’importante. Di sicuro gli è andata molto meglio che a quei loro coetanei i cui padri sono stati scelti come bersagli dai ragazzi di Prima Linea.

 
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Autore: Andrea Dusio
01/12/2009 - 9.46.15
 
La Prima Linea, storia di un ragazzo sbagliato
FOTO: La Prima Linea, storia di un ragazzo sbagliato
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