Milano Cultura
Milano Notizie
 
 
CINEMA  ›  PRIME VISIONI

"IL MIO VICINO TOTORO" E LA 'COMPUTER GRAPHIC'

Il lungometraggio di Hayao Miyazaki rivendica la qualità poetica e la cifra d'invenzione del tratto disegnativo

 
 

Il cinema d’animazione è stato considerato sino a qualche anno fa un prodotto di puro entertainment, anche quando ci si trovava al cospetto di opere di grande qualità.

Il Leone d’Oro assegnato all’ultima Mostra di Arte Cinematografica di Venezia alla Pixar ha, di fatto, "sancito" il riconoscimento di un rango che va al di là della valutazione relativa alla qualità dell’animazione anche ai cartoon di ultima generazione, compenetrati con le tecnologie digitali più di ogni altra produzione cinematografica.

Si può dunque fare cinema di contenuto anche senza attori in carne e ossa, e il successo di critica ottenuto recentemente da lungometraggi animati come "Viaggio con Banshir" è qui a dimostrarlo.

Se però i film della Pixar mantengono indubitabilmente il carattere del cosiddetto “blockbuster”, ossia del "titolo di cassetta" che è destinato a piacere a un pubblico trasversale, e puntano soprattutto su di una storia informata a valori tradizionali, narrata in maniera che sia immediatamente decifrabile e comprensibile da ogni tipo di spettatore, esiste anche un cinema d’animazione alternativo e di marcata cifra autoriale, come quello praticato dallo Studio Ghibli, e in particolare da Hayao Miyazaki.

Nel corso di quest’anno è stato distribuito nelle sale cinematografiche il suo ultimo lavoro, "Ponyo sulla scogliera", indubbiamente il film più orientato al target kids in tutta la sua produzione. Miyazaki è infatti celebre per tre opere che, per complessità, tematiche e respiro narrativo, si configurano come cartoon per adulti, che si possono fruire esattamente come si farebbe con una pellicola fantasy tradizionale. In Italia lo conosciamo soprattutto per il "Castello Errante di Howl" e "La città incantata", realizzati nell’ultimo decennio mentre della sua filmografia precedente abbiamo avuto modo di vedere solo "La principessa Mononoke".

È invece in queste settimane nelle sale cinematografiche la sua opera manifesto, realizzata nell’ormai lontano 1988: "Il mio vicino Totoro". Grazie alla distribuzione della Lucky Red possiamo finalmente conoscere questo "capolavoro assoluto" che nell’epoca della computer graphic ci riporta alla "magia" dell’animazione tradizionale.

Ambientato nelle campagne di Tokio negli Anni '50, "Il mio vicino Totoro" si apre con il racconto del trasferimento in campagna di 2 sorelline, Satsuki e Mei, che col padre vanno a vivere nel villaggio di Matsu no Gô, per stare vicino alla madre, ricoverata in un ospedale suburbano. Satsuki ha 11 anni, ed è già una ragazzina. Mei invece è più piccola, ha solo 4 anni, ed è profondamente suggestionata dalla "realtà" con cui prende man man contatto. Insieme prendono "confidenza" con la natura e con la fascinosa e cadente casa rurale in cui si trovano. Finiscono così per incontrare i “Makkurokurosuke”, spiriti della fuliggine che occupano le abitazioni abbandonate, e che si fanno vedere solo dai più piccoli.

Miyazaki
incomincia così a trasfigurare il racconto, facendo slittare da una sorta di realismo magico al fantasy puro, con un’abilità magistrale, però, nel tenere "insieme" le 2 dimensioni.

Ciò che le due sorelle vedono potrebbe essere nulla di più che una suggestione della natura, esattamente come anche il padre è incantato dal possente, centenario, albero della canfora che domina i dintorni della loro casa. È Mei, la sorella più piccola, a fare da cinghia di trasmissione tra il reale e il fantastico.

Un giorno s’imbatte infatti in 2 spiritelli, che somigliano più che altro a piccoli conigli trasparenti, e seguendoli s’inoltra proprio nel fitto intrico di rami del monumentale albero di canfora. Qua, in una radura, incontra una "creatura" dall’aspetto bonario e impacciato, un enorme batuffolo di pelo, che potrebbe ricordare una talpa o un procione ma ha le dimensioni di un orso. Mei ricorda di aver visto su di un libro di fiabe un Troll dall’aspetto simile, e storpiandone il nome lo chiama 'Totoro'.

Totoro è una figura che si va ad inscrivere nell’animismo che connota la cultura scintoista. È stato interpretato dai conoscitori della filosofia e della religione giapponesi come uno spirito Kami, mentre la sua casa è un jinja, una sorta di santuario naturale, racchiuso com’è da corde di paglia e riso, simboli della "purificazione".

A queste citazioni, si combina però un "gusto favolistico" che si esprime con invenzioni squisite, come nel caso del 'Gattobus', una "corriera" col muso di felino, dotata di 12 zampe, che si muove nei boschi ad altissima velocità mentre gli alberi si scostano al suo passaggio. Anche il Gattobus, così come Totoro o gli spiritelli della fuliggine, è visibile a pochi.

Quel che però si osserva nel film non è un sogno o il mero frutto della fantasia delle 2 bambine: i germogli che dona loro Totoro, eseguendo poi una curiosa e goffa danza della fertilità notturna, fanno poi germogliare effettivamente dei ramoscelli. Nell’interpretazione del padre di Mei e Satsuki, Totoro è il custode della foresta, uno spirito della natura, deputato a governare gli elementi, come il vento e la pioggia, così come la crescita e la maturazione dei frutti della terra e delle specie vegetali. E quando un giorno Mei, preoccupata perché la madre non viene dimessa dall’ospedale, decide di andarla a trovare, finendo per smarrirsi nella campagna, è, ancora una volta, Totoro a mandare in suo soccorso il Gattobus.

Il tono incantato della storia si "combina" allo stile disegnativo. Hayao Miyazaki ha riservato a sé il lavoro relativo ai personaggi ed ha invece affidato gli sfondi a un gruppo di 'illustratori' estremamente abili, informato su di uno stile paesaggistico ispirato alla grande pittura di natura europea dell’Ottocento, tradotta però in uno stile più prosaico e riletta alla luce della lezione realista della grande "tradizione grafica" nipponica.

Non è certo un caso che lo Studio Ghibli abbia recentemente sconfessato qualsiasi tipo di ricorso alle tecnologie d’animazione e che "Ponyo sulla scogliera" sia realizzato interamente col disegno "a mano". Questa scelta, ancora una volta verso la “natura”, in conflitto con la sofisticazione dell’animazione a cui hanno condotto le recenti applicazioni stereoscopiche o il "3D", si pone in "controtendenza" non solo con quanto avviene nei grandi studi di produzione statunitense ma anche con l’industria giapponese dell’Anime, che in patria rappresenta un business capace di sviluppare cifre da capogiro.

Hayao Miyazaki sembra invece richiamarsi a un magistero antico, scegliendo per sé una dimensione di vecchio “artigiano” del disegno. E se la digitalizzazione ci ha ormai abituato a ragionare in termini di verosimiglianza dei dettagli, in una sorta di mimesi della realtà, "Il mio vicino Totoro" torna a farci apprezzare il "tratto" per la qualità poetica e la cifra inventiva.

 
GALLERIA FOTOGRAFICA

La fotogallery necessita di JavaScript e Flash Player. Scarica Flash qui .

   
Autore: Andrea Dusio
07/10/2009 - 15.30.00
 
"Il mio vicino Totoro" e la 'computer graphic'
FOTO: "Il mio vicino Totoro" e la 'computer graphic'
PRIMO PIANO
INTERVISTE
Quotidiano di notizie, eventi e personalità
Registrato presso il Tribunale di Milano con il n° 518 del 15/09/2008
Direttore Responsabile: Gianluca Grossi
Edito da Milano Web Publishing Snc  -  Web Hosting Company: Aruba SpA