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LORENZO VIGNOLI, SCULTURA AL QUADRATO

L'artista di Camaiore è protagonista, assieme a Filippo Dobrilla e Marco Alberti, della mostra "Dis-Con-tinuo", presso lo spazio Dondolandoarte di Martignana di Po.

 
 

Nella stagione che più di ogni altra si consuma, l’estate, tra i padiglioni della Biennale di Venezia, davanti alla copia del “Ratto delle Sabine” del Giambologna, concepita dallo scultore svizzero Urs Fischer come un’immane candela, o guardando il marchingegno rotatorio in metallo progettato per montare e rimodellare la cera incessantemente, che Anish Kapoor ha portato alla Rotonda della Besana di Milano, mi sono chiesto se anche la scultura non sia definitivamente da ascrivere alla categoria delle discipline che ambiscono a rientrare in un regime rassicurante di obsolescenza programmata.
Nell’economia estetica del mondo di oggi nulla è diventato più ingombrante e scomodo della bellezza. Intesa non già in quanto asserzione provvisoria, incline, come tutte le cose, a un “cupio dissolvi”, ma per quella presunzione di durata in cui risiede la sua porzione residuale di provocazione e di senso. Ancor più della pittura, la scultura appare oggi a rischio latente di “inattualità”. Al punto che il lavoro critico che accompagna le mostre collettive parte immancabilmente dalla domanda relativa a una possibile estinzione di questa categoria espressiva, e, di contro, dalla necessità di una riconfigurazione dei suoi confini linguistici. Il risultato è che oggi dentro all’indicazione di “scultura” ricadono approcci solo lontanamente imparentati-negli esiti più che nei processi-con la definizione tradizionale della disciplina.
Non sappiamo in che misura il paradigma del “transitorio” sia utile a rimettere in gioco i presupposti di una pratica che viene considerata in crisi a partire dalle scelte operate da quanti si riconoscono-o ambiscono a farsi riconoscere-come “scultori”. Ai materiali poveri si accompagna spesso la povertà del gesto tecnico, e la scelta di un campo d’azione che ha che fare-nella migliore delle ipotesi- più col manufatto che col monumento.
Esiste invece quella che per comodità potremmo chiamare “scultura-scultura”, o scultura al quadrato. Una maniera di lavorare non tanto in modo “tradizionale” (termine questo che fa immediatamente pensare a qualche sconveniente sconfinamento nella prassi artigianale, ed è dunque diventato una sorta di tabù), ma, più precisamente, con tecniche antiche applicate a una relazione con la materia che appartiene al nostro tempo. Lorenzo Vignoli, che è nato e cresciuto nelle Alpi Apuane, è in realtà arrivato alla scultura dopo essersi avvicinato alla pittura, e aver completato la propria formazione artistica tra Parigi e la Toscana. La collaborazione con lo psicanalista Alejandro Trapani lo ha motivato a cercare da subito nella scultura una modalità per portare alla luce un mondo intrapsichico sommerso. La scelta istintiva del materiale tradizionale per eccellenza, il marmo, ha certamente contribuito a definire in maniera stringente la direzione del suo lavoro. La ricerca di un rapporto e di un dialogo con la materia, anzitutto. Un avvicinamento graduale, che procede per tentativi, e contempla il passo falso, l’errore, lo sviamento, il dover ricominciare tutto da capo, esattamente come nella costruzione di un legame, che non si esaurisce in un tempo predefinito. Perché esiste un modus operandi che si risolve nella mera traduzione tecnica di un’idea nata dal disegno, e dunque, con qualche approssimazione, considera la natura peculiare di ciascun blocco di marmo alla stregua di un “incidente di percorso”.
Un approccio chiuso, deterministico, che implica anch’esso grande abilità tecnica, ma che non è quello di Lorenzo. Lui preferisce aspettare che qualcosa accada, che la forma inscritta nella materia si manifesti, non senza però una partecipazione attiva dell’artista a questo fatto emozionale. Uno scultore non è uno spettatore, e la progressiva emersione dell’opera appartiene a una prassi performativa in cui il “riconoscimento” e l’espressione sono due forze che si contendono il campo dell’azione. Lorenzo configura una possibile contrapposizione tra la scuola di Canova (quella che vede nella scultura un’estensione tridimensionale delle ridotte potenzialità plastiche del disegno) e quella di Michelangelo, che si avvicina alla materia con un’attitudine più “open minded”, con più domande che soluzioni, e cerca di trovare nel marmo quelle immagini che siano le specchio della nostra capacità di cavare dalla realtà qualcosa che ci parli di noi stessi. La scultura non è mai, se non in senso deteriore, mimesis, imitazione del nostro mondo. Anche la quantità di naturalismo che c’è nelle raffigurazioni che l’artista produce, va misurata con la constatazione che al contrario della pittura, che è creazione ex nihilo, dal nulla, qui si tratta invece di forme intrappolate in altre forme.
Una delle caratteristiche della ricerca di Lorenzo Vignoli è proprio una sorta di “ecologia” della tensione verso la forma, quella che a me sembra una forma di rispetto verso un risultato troppo scoperto e squillante, un passo indietro che vuole preservare una triangolazione di dialogo e intenzioni tra l’opera, chi l’ha realizzata e chi la guarderà, e potrà in qualche modo sfruttare quella riserva di intuito creativo che lo scultore ha mantenuto per lui. Ma non si tratta di un invito a completare meramente l’opera con la fantasia, a scartavetrare con l’immaginazione la porzione di non finito. C’è dentro qualcosa di diverso e di più, un sentimento del tempo che ha a che fare con l’idea che quella specifica relazione non deve necessariamente “chiudersi” con un esito immutabile, ed è invece, come tutti i fatti umani, anch’essa “aperta”. Forse nessuno dei lavori di Lorenzo risponde ai tratti distintivi che abbiamo provato a delineare quanto il “Contorsionista”, in marmo statuario, che all’idea di portare a diversi gradi di finitezza il busto, la testa e le articolazioni della figura associa anche il vero e proprio tormento formale che segna una parte significativa della produzione dell’artista di Camaiore.
Lo scadimento della scultura verso la semplificazione delle linee propria di altri ambiti espressivi, investiti di un plusvalore di artisticità tutto da verificare, viene qui negato con forza, in una sorta di, sia detto con la quantità di ironia che serve, “rigurgito ellenistico e barbarico”, a cui Lorenzo scientemente non ha sin qui rinunciato, a provare che non ha paura di confrontarsi con l’impossibilità di sciogliere la figura in formule meno drammatiche e parossistiche. “Dove vado” potrebbe sembrare invece un pezzo vicino allo “scioglimento della prognosi”. Ma quell’apparente sospensione del giudizio cui sembra alludere il fatto di non aver ancora intrapreso il completamento del braccio sinistro nasconde invece una verità che la dice lunga su cos’è la scultura: proprio l’individuazione di quell’arto, lasciato poi allo stato embrionale dell’abbozzo, ha innescato l’idea di una figura che sembra dover ancora imparare come muoversi nello spazio. E dove l’emersione della figura è completa, come in “Se potessi parlare” , sembra determinarsi brutalmente quella che probabilmente è il cono d’ombra che Lorenzo deve ancora rimuovere, una coincidenza tra conclusione e chiusura che si esplica nei modi del deforme e del grottesco, come se la perfezione appartenesse esclusivamente a un mondo in potenza, e fosse poi destinata ad abortire quando diviene un precipitato di realtà. Siamo allora costretti a farci una domanda sul “nascere” di queste sculture, su ciò che le separa e ripara dalla vita, e a chiederci se il senso di quel non finito non consista proprio nel tentativo di auto-alimentare una richiesta di protezione dal disordine naturale delle cose.
Nascita, natura e madre: tra i temi su cui Vignoli più insistentemente ritorna, ce n’è uno, che riguarda l’eterno femmineo e abbraccia per estensione tutto ciò che ricade tra Gea (la Terra come titano) e genesi, particolarmente congeniale alla sua fascinazione per le forme curve, tradotta in una sorta di negazione tattile della materia scultorea, in una sua sublimazione carnale. Dove l’esperienza dei sensi ci insegna ad attivare determinati riconoscimenti percettivi, Lorenzo opera in “Madre Terra” e “Organicità” una specie di “sospensione”, e invita ad abbandonarsi a quella lirica della materia che sta propriamente alla base della ricerca di ogni autentico scultore: un sentimento che va sondato con sguardo circolare, provando per un attimo a compiere intuitivamente a ritroso il percorso compiuto dall’artista. Prima l’avvicinamento a piccoli passi, la frattura dell’impenetrabilità del marmo, poi l’attesa paziente, lunga tutta la giornata di lavoro, dei tagli radenti di luce che ti permettono di produrre un’accelerazione formidabile, e che chiedono però che tu sia lì, “caldo”, pronto al tramonto a intercettare quell’indicazione fulminea che ti schiude una traiettoria di possibilità sino a quel momento invisibile. Il rosa del marmo di Portogallo di “Organicità” sembra bruciare sotto la pelle delle pietra in cui è ancora parzialmente imprigionato, e segna il punto della ricerca di Vignoli in cui questa esuberanza delle carni è fiorita senza più reticenze, sfondando il canone trattenuto della plastica muscolare, e definendo un’altra maniera della bellezza. Per “Madre Terra” abbiamo pensato, in occasione della mostra di Martignana di Po, a un allestimento che permetta al pubblico di fruirla come se fosse ancora nell’atelier dell’artista, sulla pedana dove è stato lavorato il pezzo, in maniera da consentire di “entrare” davvero nelle questioni che riguardano il rapporto tra forma e immaginazione, come punto mobile, ancor più che risultato acquisito, del discorso intrecciato tra sguardo e materia.
A fianco di queste opere in marmo, abbiamo voluto selezionare esempi della produzione legata ad altri materiali, a partire dalla scultura in legno d’ulivo “Selvaggia”, in assoluto uno dei primissimi esercizi di Lorenzo, sorprendente per la capacità di trasferire e anzi anticipare i suoi sempre ritornanti rovelli plastici in una soluzione formale che sembra assecondare struttura, segni, fibre, nodi, fessurazioni, venature tortuose. Sono invece le resine, materiale prezioso che consente di esplorare la duttilità linguistica e gestuale del modellato, ad aver prodotto in Vignoli una complicazione che trascende qualsiasi possibile appiglio progettuale o disegnativo. Non crediamo in questa sede di dover eludere la questione della quantità specifica di violenza e irresoluzione che insiste in questi lavori, che segnano nel suo percorso nello stesso tempo un acquisizione ulteriore e un momento di crisi. La mancanza di calcolo è d’altronde la cifra specifica della misura antiaccademica di Lorenzo. Debordanze, spirali, avvitamenti, ipertrofie, alludono alla necessità di tentare l’attraversamento di sé come massa imperscrutabile, senza rinunciare a penetrare nelle zone più dolenti, dove la scultura diventa memoria che non si raffredda della carne viva.
E non è forse un caso che per le sue realizzazioni più intime, quelle dedicate alla madre, Lorenzo abbia scelto la ceramica, come se avvertisse che al centro del suo tentativo di elaborazione c’è l’idea che il punto di fusione, quel raggiungimento che la scultura prova a ottenere col pathos, avverrà comunque, tragicamente, al fuori di noi. Ma il carattere permanente, quello che sfugge a qualsiasi deperimento programmatico e al sentimento di appartenenza a un tempo evanescente, è nell’idea che il verbo, la nostra piccola porzione d’eternità, stia già nella carne: occorre solo liberarlo.

 
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Autore: Andrea Dusio
31/08/2011 - 9.45.00
 
Lorenzo Vignoli, scultura al quadrato
FOTO: Lorenzo Vignoli, scultura al quadrato
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