PERINO & VELE, TRASGRESSIONE DEL LUOGO COMUNE
La mostra alla Fondazione Pomodoro dei due artisti, che lavorano da molti anni con la cartapesta, assume una forte valenza politica antagonista, attraverso una riflessione sul ruolo critico dell'individuo nella società
È una mostra difficile, quella che Perino & Vele portano alla Fondazione Pomodoro, con la curatela di Lorenzo Respi. Nello spazio espositivo di via Solari sono state collocate venticinque grandi opere, che rimandano tutti alla tecnica sviluppata dai due in diciassette anni di attività. Emiliano Perino e Luca Vele lavorano la cartapesta in maniera non convenzionale. Scelgono accuratamente i fogli di giornale da utilizzare come materiale. Il loro è un lavoro artigianale, che mira a documentare la condizione permanente del nostro Paese. Raccontando eventi che sono entrati nell’immaginario collettivo, con il linguaggio della scultura contemporanea. Fuori dalle convenzioni dell’arte pubblica, le loro creazioni certamente possono apparire spartane, disadorne, più adatte a un centro sociale che all’arredo urbano. Rifuggono la monumentalità e sono a loro modo respingenti, animate da un basso intento comunicativo. Chi le osserva è chiamato, ancor prima che a decifrare segni e simboli, a cercarli. E per farlo dobbiamo attivare le interconnessioni esistenti tra la nostra memoria individuale e quella collettiva, ciò che appunto Perino & Vele chiamano i “luoghi comuni”. Allo stesso modo, il tempo presente entra in relazione con quello della realizzazione dell’opera e dell’evento a cui allude. Il percorso all’interno della nostra memoria non esiste, è solo un inganno, la storia del nostro Paese è una specie di eterno ritorno, ogni luogo è appunto “comune” perché equipollente, scambiabile con gli altri, la sua funzione sociale è imposta dal potere, come punto di un depistaggio. L’informazione serve solo a confondere, a creare altri non-luoghi della storia, attorno ai quali si consuma la nostra coscienza civile, senza riuscire mai a produrre una progressione coerente. L’opera che introduce idealmente alla mostra è infatti composta da due sistemi segnaletici, a cui sono affissi fogli di cartapesta che alludono a dodici eventi topici. Sono appunto i “Luoghi Comuni”: il villone di Arcore, la vincita record di Peschici, le bombe di Capaci, la notte d’incubo di Vermicino, il mistero del DC9 nei cieli di Ustica, Pietralcina ha il suo santo, i clan di Casal di Principe, inchiesta sul termovalorizzatore di Acerra, i riflettori sul Pio Albergo Trivulzio, i fatti di Genova e la scuola Diaz, Trema l’Irpinia, I capomafia corleonesi. Questi tre pali in ferro zincato, con tutta evidenza sovraccarichi di segnali che disorientano chi prova a seguirli, rimandano in qualche maniera ai reportage che nel 2006 Pino Corrias condensò nel volume “Luoghi Comuni. Dal Vajont ad Arcore, la geografia che ha cambiato l’Italia”. L’opera, realizzata appositamente per la monografica milanese, satura di ulteriori slogan e linguaggi questa sorta di mappa: grandi X nere, intimazioni simile a quelle delle indicazioni stradali, Alt!, fogli di cartapesta gialla che sembrano grandi post-it, a misura dunque di memoria collettiva, messaggi urticanti che si mescolano a stimolazioni sottotraccia, subliminali. Perino & Vele sono testimoni della complessità che implica la lettura della storia, rifuggono la logica comunicativa del manifesto e del tazebao, preferiscono questa foresta urbana di segni, perché proprio con la complicazione cresce la coscienza civile. E se si osserva “Help”, altra opera “politica”, una serie di transenne che descrive un cerchio, all’interno del quale nessuno può entrare, ecco allora che è ancora più chiaro qual è il tipo di partecipazione che i due artisti chiedono al pubblico. Lungo le barriere sono affisse delle mappe dei luoghi del mondo soggette a conflitti e violenze, contrassegnate con il simbolo utilizzato per indicare una sostanza irritante e nociva. Quello spazio simbolico, in cui non possiamo entrare, allude allora da un lato alla nostra impossibilità di “intervenire”, individualmente e come corpo politico collettivo, e dall’altro dal sentimento rassicurante che qualcuno garantisca “dall’alto” la separazione tra un mondo pacificato, esterno, e un’area off limits, dove solo chi comanda è autorizzato a intervenire nella risoluzione dei conflitti. Il centro della ricerca di Perino & Vele è dunque da ricercarsi nella riconfigurazione dell’idea di libertà individuale. E anche la determinazione a lavorare con un materiale che chiede un procedimento artigianale, su cui l’artista conserva il massimo controllo, nella miscelazione di colle, carte e colori, nella modellazione e infine nell’essicazione dei fogli, è funzionale al desiderio di rimanere nel perimetro d’azione specifico dell’autoproduzione, con una coincidenza tra stile, espressione e intenzione totalmente affidata all’artista, indipendente da interventi esterni, e perciò incontrollabile dall’alto, a forte valenza antagonista: se nell’indicazione di una zona rossa, di un dentro dove nulla è consentito e di un fuori dove niente è proibito, persiste il tentativo di autoconferma del potere, giocando con gli stessi linguaggi l’artista può chiamare il fruitore a provare a rovesciare il paradigma di inclusione/esclusione. O almeno a trasgredirlo.