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PALADINO, PENDOLO TRA TRANSAVANGUARDIA E ARTE CONCETTUALE

Con la "Montagna di sale" e una mostra retrospettiva a Palazzo Reale, curata da Flavio Arensi, Milano ospita i lavori dell'artista beneventano

 
 

Il ricordo dei cavalli intrappolati nei laghi della foresta finlandese di Ràikkola, nelle pagine di Kaputt. Questo evoca, per curioso paradosso, l’opera di Mimmo Paladino, artista radicato nel mondo mitico del Sud, con la sua “Montagna di sale”, che, sedici anni dopo averla contemplata in Piazza del Plebiscito a Napoli, e nell’imminenza di una citazione cinematografica in una commedia scanzonata sul sistema dell’arte, “abita” in queste settimane a Milano, a ridosso del Duomo (non propriamente sul sagrato, come si evince invece dai bozzetti), in Piazzetta Reale. L’intuizione di Eduardo Cicelyn rivive dunque a Milano, e si riannoda in qualche modo alla sua storia originaria: l’idea della montagna viene infatti dall’allestimento nel 1990 a Gibellina di una versione della Sposa di Messina di Schiller, messe in scena da Elio De Capitani, regista e storico animatore dei Teatridithalia.
Non so se anche a Milano, come a Napoli, sono successe attorno alla montagna “cose magiche”. Credo che nell’epoca delle fotocamere digitali, i tempi della contemplazione siano stati violentemente schiacciati dalla necessità di fermare l’attimo. E la montagna di Paladino, come il cammello nella cruna dell’ago, nell’attimo non ci entra. Sono stato a guardarla anch’io, le ho girato attorno, e francamente l’ho trovata un’opera più debole di quanto mi avevano raccontato. Considero Paladino un artista che ha usato l’arte povera perché i suoi mezzi tecnici lo ponevano fatalmente in una posizione eccentrica, quando non defilata, rispetto al problema del ritorno alla pittura. E che si è intruppato nelle file della transavanguardia allorché si è chiarito che la forza concettuale dei suoi lavori non teneva testa agli esiti più interessanti dell’arte povera. Più che un raccordo tra quelle due esperienze, come lo prova a definire il bravo Flavio Arensi, uno dei pochi curatori degni di questo nome che abbia questo Paese, Paladino assomiglia a un pendolo. Di lui mi piace la maniera di avvicinarsi al Sud, e in particolare alla civiltà appenninica.
Non so se qualcuno glielo abbia mai detto, ma a me Paladino piace quando fa fino il fondo il Sannita, l’Osco, l’Irpino. Quando usa, magari anche inconsapevolmente, la sua tangenza ai linguaggi espressivi della terra in cui abita per colonizzare altri territori, come nel “Tavolo con elmi”. Questa è anche la forza della montagna di sale: portare un popolo di cavalieri, poi sciamati chissà dove, fosse anche nei lounge bar e negli shopping center, in città, fargli parcheggiare i cavalli nel sale, in un materiale quasi di scarto, che rimanda anch’esso all’esistenza di un substrato, di cultura e vissuti, e lasciare che la gente di città, ingenua, curiosa, facilmente eccitabile, ci giochi, mentre i guerrieri possono ordire qualsiasi trama, architettare chissà quale occupazione o ribaltamento del governo municipale, puntare a vincere le elezioni, apparentarsi con le cosche criminali, o semplicemente bersi un Rabarbaro da Zucca, e tornare quando è scesa la notte a lucidare le armi tra lo sfavillare dei falò di piazza.
Ma del Paladino dei monocromi, di “Da Caravaggio” a “Bandiera Rossa”, e su su, con “Rosso Silenzioso” e “Stregato”, sino al momento primigenio della sua pittura, quel “Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro”, olio su tela del 1977 in cui l’unico elemento d’interesse è francamente il titolo, faccio volentieri a meno. Mi piacciono quei dischi di terracotta e ferro, che isserei volentieri sulle pale eoliche, a fingere i mulini che il suo “Quijote” sta ancora cercando. E se è vero che la sua testa vista da dietro è diventata una sorta di brand, e forse perché la cosa migliore della sua ricerca è il retroterra. Per questo, e non certo per gli accomodamenti della critica militante, Paladino è in definitiva ascrivibile a quella storiaancora in fieri della transavanguardia che qualcuno dovrà prima o poi sovrascrivere a quella “ufficiale”.

 
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Autore: Andrea Dusio
28/04/2011 - 12.36.00
 
Paladino, pendolo tra transavanguardia e arte concettuale
FOTO: Paladino, pendolo tra transavanguardia e arte concettuale
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