E SE SOPRAVVIVESSE UNA SOLA SCACCHIERA?
Nella mostra The Art of Chess, ospitata dallo spazio ProjectB, le opere di sette grandi artisti contemporanei alle prese col gioco-emblema della condizione umana
Non amo le contaminazioni tra design e arte. Ma esistono evidentemente delle eccezioni. La più recente è la mostra organizzata dalla galleria ProjectB Contemporaryart, che, in collaborazione con RS&A, ha ospitato alcune scacchiere realizzate da grandi artisti internazionali.
Le opere vennero ospitate nel 2009 dal museo di arte contemporanea di Reykjavik, e rappresentano la visione uptodate di una suggestione che ha attraversato emblematicamente tutto il linguaggio figurativo del Novecento, e che è strettamente contigua ai processi di sintesi formale che orientano la produzione di design. Di qui la scelta di ospitare "The Art of Chess" in coincidenza con la 49ma edizione del Salone del Mobile.
A costo di passare per snob, ci piace sottolineare anzi che probabilmente le 7 scacchiere di ProjectB hanno costituito l’unica visione necessaria della kermesse milanese.
"…Se improvvisamente (e misteriosamente) tutti i lavori del ventesimo secolo scomparissero e solo una scacchiera sopravvivesse… Gli storici dell’arte delle generazioni future potrebbero ricostruire tutte le tendenze, i movimenti e gli stili dell’ultimo secolo semplicemente dallo studio di quella sopravvissuta scacchiera". È un affermazione di Ernst Strohual, contenuta nel catalogo "A Mechanical Ballet", pubblicato dalla Gilbert Collection Trust di Londra.
Sin dal 1944, con la mostra "L’immagine degli scacchi", ospitata dalla Julien Levy Gallery, questo gioco, amato da Marcel Duchamp e Max Ernst, Alexander Calder e Man Ray, Isamu Noguchi e André Breton, che viene evocato dalle foto dei pavimenti romani di Francesca Woodman, e che si può vedere raffigurato negli antichi affreschi di Palazzo Davanzati a Firenze, nei dipinti di Giulio Campi e Girolamo da Treviso, in Sofonisba Anguissola così come in Luca di Leida, in Daumier e Delacroix, in Klee e Manritte, diventa l’occasione per un approccio sospeso tra suggestioni entomologiche e rimandi Kubrickiani, che ci piacerebbe accompagnare con le note del celebre standard di Wayne Shorter, "The Chess Players", eseguito da Art Blakey e i suoi Jazz Messengers all’inizio del leggendario album "The big beat”.
Oppure ci torna in mente la sigla di "Ellery Queen", tutta giocata sugli oggetti che si possono vedere su di una scacchiera, ripresa in un rigoroso bianco e nero.
Così, i lavori di Tracey Emin, Tom Friedman, Damien Hirst, Barbara Kruger, Yahoi Kusama, Rachel Whiteread si susseguono nel piccolo spazio delle 2 stanze e del cortile della galleria di via Borgonuovo.
Hirst, oggi l’artista più quotato a livello mondiale, sembra quasi autocitare la sua pharmacy, la Kruger ha innescato una potente riflessione sul dispositivo, creando un sistema audio che lega ogni mossa ad alcune domande che vengono poste al giocatore; altri, come Tracey Emin e Rachel Whiteread, sembrano voler evocare rispettivamente la vita nomade e il comfort domestico. Kusama ha scelto uno stile vicino all’alto artigianato, con pedine di porcellana dipinte a mano, racchiuse dentro la pelle di una zucca.
L’opera però che costituisce il richiamo più potente è indubbiamente quella di Alastair Mackie. Lo scultore londinese ha rinchiuso dentro a ciascun pezzo un insetto vero. Negli scacchi bianchi, stanno insetti volanti, in quelle nere le specie che invece vivono a terra. Gli uno e gli altri rimandano all’immagine dei fossili rimasti imprigionati nell’ambra, in un dialogo potente tra natura e artificio. Nel contempo, questi piccoli "mostri" incapsulati, che sembrano non contare nulla nel gioco del mondo, ridotti dalle economie della nostra intelligenza al ruolo di pedine ultime dello spazio in cui anche noi viviamo, vengono qui restituiti a una dimensione che li sottrae alla loro esistenza invisibile.
A raccontare tutta la storia enigmatica dell’umanità potrebbe forse bastare uno di questi insetti, eternato in una dimensione d’immortalità che lo sottrae a ogni trasformazione naturale, e dunque emancipato dal proprio destino.
La natura celeste e quella infernale rappresentano così solo 2 possibili angolazioni da cui partecipare alla partita in cui tutti siamo coinvolti, pedine e giocatori. Forse, però, il gioco non è mai iniziato, o è già finito. Tutto è cristallizzato, immobile, da tempo immobile. Lo sguardo passa, ma tutto il contenuto raggrumato di vita che è nella morte, e di morte nella vita, rimane, in una disposizione sommamente surrealista, che scavalca la verità e si fissa per sempre come una paradigma tragico e invetriato della nostra essenza inessenziale.