IL SENSO DELLO SPAZIO DI CRISTINA IGLESIAS
Alla Fondazione Pomodoro le sculture dell'artista spagnola, tra arte povera e illusionismo barocco
La navata della Fondazione Pomodoro, lo spazio abbacinante nato dal recupero industriale progettato da 'Cerri & Colombo', è popolato in questi mesi dai labirinti scultorei e dalle “architetture da giardino” immaginate da Cristina Iglesias.
Forte di una capacità di plasmare materiali eterogenei, come cemento, alabastro, resina, ferro, vetro, sui cui lavora con tecniche svariate, trasformandoli con l’inserzione del bambù, ed imitando con il bassorilievo, la serigrafia, l’arazzo, i motivi vegetali, l’artista spagnola dà luogo a un continuum di realtà e illusione, che utilizza lo spazio come un contenitore emozionale, stimolato dalle suggestioni delle proprie creazioni.
La 'personale' curata da Gloria Moure è incentrata sul tentativo di "scardinare" gli assunti del vivere contemporaneo, utilizzando paradigmi barocchi, quali l’estemporaneità, la finzione, la dislocazione.
Si attua così una sottile "eversione" del comfort emotivo su cui sono modellate le nostre abitudini percettive. Quel che vediamo, le strutture che attraversiamo, contraddicono la natura dell’ambiente in cui sono situate, come scatole che, lisce, algide, alla stregua di oggetti tecnologici all’esterno, schiudono all’interno la possibilità di accedere ad altri mondi.
Ma non c’è alcuna tentazione escapista, nei lavori della Iglesias.
Nelle sue fontane, nei suoi percorsi che ricordano curiosamente le sensazioni evocate dal “Ciclo del Tempo” di Alessandro Papetti, nei ricami geometrici e nei pattern ripetuti dei suoi percorsi, siamo anzi ricondotti a pensare alla nostra condizione.
Certamente, i suoi ambiti percorribili (gallerie, stanze), le sue installazioni utilizzano il linguaggio dell’Arcadia, e sono consonanti al sentimento delle egloghe pittoriche di Poussin e Guercino, come sottolineato da Angela Vettese. Ma la riflessione a cui inducono riguardano piuttosto il ruolo che la natura, e dunque la passione, hanno nella nostra vita. Rapporti di libertà e di costrizione che sono evocati da rocce, pareti, cabine, soffitti, corridoi, acque palustri, sorgive, tutto riportato alla scala dell’esperienza tattile umana, qui nella realtà, ma come prodotto di un evidente inganno. Ne esce un paesaggio ermetico, magico, con meccanismi binari di illusione/delusione, ogni volta che si entra/esce da questa dimensione tangente a un limbo onirico, ottenuto però senza alterazioni sinaptiche o percettive, ma con la semplice inserzione di una natura artificiale nel modo di abitare il territorio della casa e della città, coi suoi spazi pubblici.
Nella "matrice operativa" di Cristina Iglesias è possibile individuare, oltre alla lezione dell’Arte povera, anche un’attenzione peculiare per alcuni formati architettonici, a partire dal chiostro, dalle gallerie e dai cunicoli dei giardini di bronzo, con un 'sincretismo' che unisce la cultura occidentale e quella orientale, e che è orientato alla realizzazione di soluzioni modulari e in qualche modo scalabili, com’è proprio di un’artista che studi il rapporto dell’ambiente anche alla luce di una riflessione possibile sulla “fine infinita” della civiltà industriale.
Così, chi visiterà quella che è certamente la mostra di 'arte contemporanea' da non perdere nell’inverno milanese, si troverà ad attraversare strettoie e lambire foreste, specchiarsi in fonti invase dalla vegetazione, immaginare di scalare una parete di roccia, così come percorrere le limonaie e i giardini delle delizie di qualche residenza gentilizia, come in un dedalo rococò. Ma non pensiate di essere catapultati in un delirio visivo alla Parnassus, o in qualche marchingegno sensoriale multimediale. Lo scarto richiesto alla nostra capacità di 'ricreare lo spazio' con gli occhi della fantasia è alla radice delle stimolazioni veicolate dalle sculture della Iglesias.
Solo con uno sguardo ingenuo, operando una sorta di "sospensione del giudizio", come nella Fenomenologia di Husserl, saremo in grado di farci irretire dalla “ragnatela infinita”, come la definisce Arnaldo Pomodoro, e a entrare nell’ “altrove” di Cristina Iglesias.