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LA "BATTAGLIA D'ANGHIARI", QUANDO UN MITO DIVENTA UN'OSSESSIONE

Ecco perché secondo noi dietro al muro affrescato da Vasari non può esserci il dipinto di Leonardo

 
 

Sarà che, parafrasando Maurizio Crozza, Matteo Renzi è così giovane che ogni cosa che tocca sembra nuova. Ma fa un certo effetto vedere in questi giorni la Firenze che conta, il mondo degli intellettuali e l’ambiente degli storici dell’arte accapigliarsi intorno alle ricerche di Maurizio Seracini, un bioingegnere toscano che ha ottenuto di effettuare sei fori negli affreschi di Giorgio Vasari nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, per verificare con delle sonde endoscopiche se sotto alle pitture dell’autore delle “Vite” vi siano i resti della celebre “Battaglia d’Anghiari”. Da un lato c’è infatti Italia Nostra, che ha ottenuto, anche grazie alle firme di un buon numero di esperti, che il cantiere fosse bloccato dai Carabinieri. Dall’altro quello che viene considerato dai più il maggior esperto di Leonardo, Carlo Pedretti, docente all’Ucla di Los Angeles. E con lui la National Geographic Society e l’Università di San Diego, che hanno promosso e finanziato la campagna d’indagini. E se Renzi, minacciando querele a chiunque si azzardi a dire che gli affreschi di Vasari sono stati danneggiati, aggiunge sornione “Quanto alle polemiche dei rosiconi della ricerca dico: ride bene chi ride ultimo”, sarebbe il caso che qualcuno gli spiegasse che Seracini è da trentacinque anni che fa sorridere coi suoi flop. Nel 1975 ottenne infatti di esplorare le pareti di Palazzo Vecchio con la tecnologia degli ultrasuoni. Già allora era alla ricerca, novello Acab, della sua balena bianca, i resti del dipinto che Leonardo aveva intrapreso nel 1505, per abbandonare poi presto l’impresa, probabilmente a causa di problemi emersi in fase di realizzazione. Sin da allora lo scienziato è convinto che Vasari, ristrutturando il salone a partire dal 1563, abbia lasciato un’intercapedine tra il nuovo muro che aveva elevato per realizzarvi i suoi affreschi e la vecchia parete, in corrispondenza della pittura di Leonardo, preservandola così dalla distruzione. In realtà, nessuna delle fonti antiche cita mai questo escamotage volto a proteggere il capolavoro del genio di Vinci. Lo stesso Vasari è anzi il primo a spiegare e documentare come mai Leonardo lasciò interrotta la sua opera: “Dicesi che per disegnare il detto cartone fece un edifizio artificiosissimo, che stringendolo s’alzava, et allargandolo s’abbassava. Et imaginandosi di voler a olio colorire in muro, fece una composizione d’una mistura sì grossa per lo incollato del muro che, continuando a dipignere in detta sala, cominciò a colare di maniera che in breve tempo abbandonò quella, vedendola guastare”. Così infatti recitano le “Vite” nell’edizione del 1568 (quando dunque Vasari aveva già intrapreso i lavori di ristrutturazione del salone). Leonardo, che, unitamente a Michelangelo, aveva ricevuto nel 1503 l’incarico di dipingere un muro del salone con la raffigurazione di una celebre battaglia del passato che avesse avuto come protagonisti i fiorentini, aveva cominciato sin dall’ottobre di quell’anno a lavorare al cartone, ottenendo anche dal gonfaloniere Pier Soderini di poter sfruttare allo scopo una sala presso il complesso di Santa Maria Novella. Ma si attardò per circa due anni dietro ai disegni preparatori e al cartone: voleva concentrare la rappresentazione della battaglia in una sola scena, quella dello scontro tra un gruppo di cavalieri intorno a una bandiera. E quando finalmente si decise a tradurre sulla parete il disegno preparatorio (il muro era tre volte più grande di quello del Cenacolo di Santa Maria delle Grazie), decise di provare a mescolare i colori alla cera punica-tenendoli così liquidi in un braciere, e passandoli sulla parete con spatole e pennelli, per poi fissarli con il calore, che permette di far penetrare la tempera sino al supporto. Aveva letto di questa tecnica (la stessa utilizzata a Pompei) negli scritti di Plinio. E sperava forse di evitare gli esiti incerti del procedimento a fresco. Ma i bracieri che utilizzò non riuscivano a scaldare sufficientemente il muro, e così il colore finì per colare lungo la parete, sancendo un clamoroso fallimento. È anche possibile che il legante, per cui era stato utilizzato anche olio di lino, sia stato respinto dalla parete. E se a metà 1505 i cartoni preparatori erano già stati saldati al maestro, il 9 ottobre 1506 Pier Soderini scriveva imbufalito contro il maestro “dato un piccolo principio a un’opera grande dovea fare”. Il 30 maggio 1506 Leonardo aveva infatti lasciato Firenze per Milano, dove sarebbe restato almeno sino al luglio del 1507. Ma è assolutamente improbabile che sia poi tornato per tradurre il disegno preparatorio sulla parete: alla sua partenza il disastro doveva essere già avvenuto. È invece possibile che i cartoni fossero due, uno dei quali è forse rimasto a lungo a Palazzo Vecchio (una fonte anonima del 1540 ne parla): è questo che la maggior parte di coloro che hanno riportato in schizzi, incisioni e dipinti la scena del “groppo dei cavalieri” della “Battaglia d’Anghiari” hanno utilizzato come modello. E non a caso anche Benvenuto Cellini nella sua autobiografia (scritta dal 1558 al 1566) mostra di conoscere solo la scena della contesa per la bandiera, come se non esistesse altro. Senza curarsi dunque del fatto più evidente-e cioè che Vasari, che ai suoi lavori a Palazzo Vecchio ha anche dedicato un intero libro, i “Ragionamenti”, non parla mai del suo “salvataggio” dell’opera dell’illustre predecessore (se il Vasari avesse esercitato un tal rispetto per Leonardo, come avrebbe potuto evitare di vantarsene nelle “Vite”? E d’altronde l’idea di tutela era estranea all’antichità, al punto che Raffaello nelle Stanze Vaticane dipinse sopra Pier della Francesca), Seracini tornò all’attacco nel 2001. Stavolta con termocamera, ultrasuoni e radar penetranti, una tecnologia quest’ultima messa a punto per l’introspezione del terreno, e non per l’indagine sulle murature, perché ha una risoluzione dell’ordine della decina di centimetri, mentre le anomalie che vengono cercate nell’esplorazione delle murature sono dell’ordine di un centimetro o poco più. La campagna radar ebbe dei “richiami” nel 2002 e ancora nel 2003. E tuttavia non bastò a coprire che 500 metri quadri sui mille complessivi delle pareti laterali del salone. Al termine di quest’estenuante e onerosa ricerca venne individuata qualche anomalia nelle scansioni della parete est, che poteva far pensare alla presenza di un’intercapedine d’aria di 5 cm. Ma le indagini non avevano neppure acclarato se e come il muro del Vasari, fatto di mezzane e spesso 15 centimetri, fosse ancorato a quello di fondo (perché con tutta evidenza da solo non può reggersi). E siamo all’ “endoscopia” di questi giorni, che confermerebbe la presenza dell’intercapedine. E sia: ma nulla di dice che su quel muro ci sia ancora o vi sia mai stata la pittura di Leonardo. Ma intanto Seracini ha trovato nuova materia con cui alimentare l’ossessione sua e di quanti non si rassegnano a lasciare in pace Leonardo. A partire da quel Silvano Vinceti che, dopo aver setacciato gli ossari di Porto Ercole in cerca delle reliquie di Caravaggio, è ora impegnato nella ricerca dei resti di Lisa Gherardini del Giocondo, la presunta Monna Lisa. E allo stesso Pedretti, che in una mostra d Ancona nel 2005 propose come autografa di Leonardo una Maddalena del Giampietrino, e che invece qualche mese fa ha smentito seccamente la tesi dell’altro grande esperto Pietro Marani, che ha ricondotto al genio di Vinci un “Salvator Mundi” effettivamente molto sospetto. E che però a Londra hanno immediatamente accolto nella monografica ospitata dalla National Gallery, che la stampa britannica ha già definito “la mostra del secolo”. Un secolo che d’altronde è ancora così giovane, grullo e sprovveduto da scambiare per rivelazioni bufale che hanno già i capelli bianchi.

 
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Autore: Andrea Dusio
18/12/2011 - 9.50.00
 
La "Battaglia d'Anghiari", quando un mito diventa un'ossessione
FOTO: La "Battaglia d'Anghiari", quando un mito diventa un'ossessione
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