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ARTE  ›  PITTURA

QUELLA STRANA SICUREZZA CHE DÀ UNO STIVALE FUORI SCALA

Gli ingrandimenti di Paolo Galetto in mostra presso lo store di Antonioli in piazza Carlina a Torino, unitamemente a un gruppo di opere scelte, aprono a una riflessione sul tempo dello sguardo e sul rapporto tra opera e sua riproduzione

 
 

L’idea di ingrandimento rimanda immediatamente alla necessità di vedere meglio e di più di una cosa. Il fuori scala, al contrario, può anche implicare il problema di non abbracciarne completamente con lo sguardo la totalità, di una limitazione dei sensi non data dalla loro natura, ma dalle dimensioni delle cosa esperita. E poi un ingrandimento è ancora, lo stesso, una riproduzione? O è un’altra cosa? Visitando i padiglioni della Biennale di Venezia 2011 uno dei temi sotterranei era quello del “big size”. Come se, nella difficoltà di fare una cosa bella, ci si accontentasse di farla grande. O, più sottilmente, se la questione dell’ingombro etico della bellezza non finisse per diventare talmente spinosa per la nostra epoca da risolvere gli artisti a realizzare opere fuori formato e, nel contempo, che ci garantissero della loro volontà di sparire, quasi che proprio la scala fosse la cifra della mostruosità che le avrebbe condannate a essere cancellate dal mondo.
Chi conosce il lavoro di Paolo Galetto può allo stesso modo chiedersi qual è il significato dei suoi ingrandimenti. Da un lato, il suo utilizzo dell’acquerello è di per sé inscritto nella tensione verso una deformazione lirica della sintesi mimetica che sta dietro il gesto disegnativo. Non si tratta di rifacimenti di scarpe reali, seconde versioni, bidimensionali. Quel che vediamo nei suoi watercolour è invece un’estrapolazione irrazionale, condensata nel momento di rimozione delle proprie certezze tecniche e percettive, e di affidamento a un’altra sfera, in cui la misura del controllo sta proprio nella lucida perdita di controllo.
L’ingrandimento sembra essere allora una sorta di prolungamento del tempo di permanenza in quest’area della prassi pittorica, concernente la rappresentazione degli oggetti e la loro trasformazione in declinazioni di desiderio o di identità individuale. Proprio all’interno degli ingrandimenti si realizza così una convergenza tra il tempo dello sguardo dell’artista e quello dell’osservatore. È il piano delle intenzioni, proprio questo voler vedere altro e di più, che crea certe traiettorie di collisione.
Poi, c’è una questione per così dire alla Oscar Wilde, che riguarda invece il luogo in cui questi ingrandimenti sono collocati, e dunque il loro destino di duplicati fuori scala del reale. Quasi che, nell’impossibilità di vivere al posto degli oggetti che rappresentano, volessero dall’altra parte evitare di invecchiare al loro posto, mentre quelli sono là fuori nel mondo a godersi la vita. Come tutti i mostri, anch’essi sono recalcitranti alla brutta fine cui li abbiamo destinati: le scarpe di Galetto non sono opere da museo, e chiedono invece in qualche misura di vivere, pur all’interno dell’incerto perimetro esistenziale concesso al tradimento di un processo imitativo. E in fondo la passione cos’è, se non la volontà di sfuggire all’inesorabile ripetizione di noi stessi?

 
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Autore: Andrea Dusio
31/10/2011 - 18.09.00
 
Quella strana sicurezza che dà uno stivale fuori scala
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