I RITRATTI NASCOSTI NELL' "ADORAZIONE DEI PASTORI" DEL LOTTO
Al Museo Diocesano di Milano il dipinto proveniente dalle collezioni della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia
La cifra della pittura bresciana ha costituito nel Cinquecento un momento d’interludio tra il cromatismo veneto e gli echi ormai lontani della lezione leonardesca. Pittori come Girolamo Romanino, Alessandro Bonvicino detto il Moretto, Girolamo Savoldo, hanno trovato il terreno culturale adatto per dar luogo, con diverse declinazioni, a una scuola del vero destinata col proprio imprinting a segnare con forza il futuro della figurazione in Lombardia e non solo, andando a delineare il perimetro espressivo entro il quale si possono situare gli esordi di Caravaggio.
Lorenzo Lotto, pittore veneziano in qualche maniera antitetico alla magniloquenza di Tiziano, legato a moduli narrativi in cui vince una formidabile capacità aneddotica, innestata su di un tono favolistico, ha a lungo lavorato in “provincia”, a Bergamo e nelle Marche, cercando di trovare ai margini dei domini della Serenissima uno spazio per poter continuare a frequentare la propria pittura, in sottile conflitto con la moda del tempo.
Proprio dalle collezioni della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia giunge l’Adorazione dei Pastori esposta in queste settimane al Museo Diocesano di Milano, nei chiostri di Sant’Eustorgio, a pochi metri da quegli affreschi della Cappella Portinari in cui Vincenzo Foppa individuò per la prima volta la via al vero della pittura lombarda. L’opera, entrata a far parte delle cospicua collezione del conte Paolo Tosio nel 1825, e acquisita da questi dal mercante antiquario Giovanni Querci della Rovere, è poco documentata.
Nel 1826 Paolo Brognoli riferiva, nella sua “Nuova guida della città di Brescia”, di averla vista appunto a Palazzo Tosio. E individua nei fratelli Gussoni i due personaggi rappresentati nelle vesti di pastori dal Lotto. Humfreyn cita invece come possibili committenti i conti Baglioni di Perugia, mentre Berenson identifica l’opera con un dipinto di identico soggetto che compare in una chiesa di Treviso. A prescindere dall’infondatezza della provenienza, quest’intervento, così come quello di Humfrey, hanno il pregio di assegnare l’opera al secondo soggiorno veneziano di Lotto, allorché il pittore, dopo il decennio di lavoro a Bergamo, tentò di affermarsi in patria.
E se l’identificazioni dei committenti coi Gussoni non ha oggi ragion d’essere, nel suo saggio inserito nel succinto catalogo di Silvana Editoriale che accompagna l’esposizione, Francesco Frangi ritorna sul tema dei ritratti nascosti di quest’Adorazione, rimarcando come le due figure “oltre a evidenziare una sostanziale difformità rispetto al canone fisionomico normalmente utilizzato dal pittore veneziano, si distinguono dagli altri attori per una caratterizzazione più insistita e schiettamente individuale”.
Frangi da un lato sottolinea ancora la somiglianza tra i due, e ripercorre, da Lorenzo di Credi a Francesco Francia, da Vincenzo Catena a Bernardino Licinio, sino al poco noto esempio del dipinto di Stefano dell’Arziere, conservato ai Musei Civici di Padova, la sequenza delle Adorazioni in cui un più accentuato studio delle fisionomie fa ipotizzare la scelta di ritrarre dei personaggi legati alla committenza nei panni dei pastori.
Viene d’altra parte a delinearsi l’ipotesi di un ambito di committenza particolarmente sensibile a quelle istanze di rinnovamento della chiesa che, in maniera pertinente agli eventi del terzo decennio del Cinquecento, può aver determinato la richiesta di comparire nelle vesti pauperistiche di due semplici pastori. In effetti, la distintiva forza narrativa di altre “Sacre Famiglie” del Lotto, da quella Kunsthistorishes Museum di Vienna a quella dell’Accademia Carrara di Bergamo, è frenata nel dipinto bresciano da un’adesione a un simbolismo più stringente, che passa per il gesto del bimbo che cinge il musetto dell’agnello, determinando come un attimo di sospensione e di trepidazione per i presagi degli eventi negli astanti.
Caratteristiche che avranno fatto accostare, nello spirito del collezionista, quest’opera ad altre natività acquisite dai Tosio, in cui ricorrono ancora una volta, unitamente al lodigiano Callisto Piazza, i tre campioni di realismo Moretto, Romanino e Savoldo. E d’altra parte l’ “Adorazione” esposta a Milano è per molti versi un punto intermedio tra la vivacissima narrazione dell’ “Annunciazione” di Recanati, le “Storie di Santa Lucia” di Jesi, la “Crocifissione” di Monte San Giusto e il quadro “frenato” che segnerà indelebilmente il secondo “fallimento” veneziano di Lotto, l’ “Elemosina di Sant’Antonino” per la chiesa di San Giovanni e Paolo.