ALESSANDRO PAPETTI E "IL SENSO CIRCOLARE DEL TEMPO"
A Palazzo Reale visibili i tre cerchi concepiti dall'artista milanese, opere autonome, legate però da un legame intrinseco
Dal 4 al 20 settembre, chiunque attraversi il cortile interno di Palazzo Reale, non potrà non notare delle enormi strutture circolari che occupano l’intero spazio. Si tratta de “Il ciclo del tempo”, tre opere dell’artista milanese Alessandro Papetti, uno tra i più interessanti esponenti della scena pittorica contemporanea.
Visti dall’esterno, i 'tre cerchi' (del diametro di 8 metri ciascuno), non lasciano intravedere la trama fitta della pittura. E’ infilandosi nella stretta curva d’ingresso che lo spettatore si renderà conto dell’esperienza che andrà a vivere. Si ritroverà infatti al centro di un’enorme spirale, avvolto da una tela imponente, circolare, di cui il segno ed il colore sono gli elementi dominanti e catalizzanti. Non ci sono cornici, non c’è traccia di confine tra spazio della fruizione e spazio dell’opera: lo spettatore diventa parte integrante del dipinto, all’interno del quale si muove secondo una tempistica propria, improvvisando un percorso personale che, in quanto ciclico, non ha né un inizio né una fine. Sempre ripetibile ma altrettanto nuovo.
I tre “gironi” (come Achille Bonito Oliva li ha definiti e di cui ha curato il catalogo, edito da "Skira"), sono opere autonome ma esporle separatamente significherebbe non cogliere il legame intrinseco che le accomuna. Ciascuno dei cerchi è l’espressione di uno stato d’animo, che si manifesta agli occhi dell’osservatore con larghe pennellate, dai cromatismi scuri e le tonalità sfumate.
Nel "cerchio dell’acqua" ci si immerge in un blu intenso, mitigato da qualche sprazzo di bianco che mette in luce l’emergere di figure umane. Giganti, si stagliano davanti allo spettatore e sembrano venirgli incontro, quasi volessero che lo stesso fosse risucchiato dal colore, proprio come i loro corpi sprofondano nell’acqua densa e scura. La dimensione in cui si approda è irreale, vicina alla sfera dell’inconscio e della memoria.
I bagnanti si trasformano in alberi nel "cerchio del bosco", unico girone in cui non c’è una presenza umana. La velocità centrifuga aumenta vorticosamente e la contrapposizione tra le pennellate orizzontali e le figure verticali rende fitto e intricato il percorso dello sguardo.
L’ultimo girone è il "cerchio del vento". Anche qui il movimento è avvolgente, ma non confluisce verso un centro ipotetico: a suggerire la traiettoria di lettura del dipinto potrebbe essere l’ombra dell’unica figura presente sulla tela. Un senso di irrequietudine pervade lo spettatore; il vuoto, colmato da pennellate sottili e allungate, veloci e decise, addensa la superficie della pittura, dettandone il ritmo della fruizione. Il vento destabilizza e confonde ma, allo stesso tempo, la sua forza dinamica e vibrante purifica e porta alla catarsi.
Nell’opera di Papetti lo spazio e il tempo sono categorie 'interiorizzate', che si imprimono e allo stesso tempo si dissipano nelle forme e nei colori della tela e, attraverso un movimento circolare, si dilatano fino a coinvolgere lo spettatore, diventandone le (personali) coordinate della fruizione. La distanza ravvicinata dei "tre cerchi" e il "triangolo" che deriva dalla loro disposizione rimandano ad un ulteriore movimento circolare, quello che si compie entrando ed uscendo da un girone all’altro.
Quasi a voler indicare che la completezza dell’esperienza del visitatore risiede nell’addentrarsi in ognuno di quei quadri e nella riemersione nell’istante in cui questi ne ha voglia. In fondo, anche la geometria ci insegna che il cerchio perfetto è quello che si inscrive all’interno di un triangolo.