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MONET A GIVERNY, PITTURA CHE SCAVALCA L'OCCHIO

Gli esiti estremi, quasi informali, dei grandi cicli di ninfee, fuori dall'impressionismo, oltre i limiti del proprio tempo

 
 

L’esperienza estrema della pittura, come superamento della possibilità di pensare con gli occhi, e liberazione del puro gesto, in tutta la sua forza emozionale, è compendiata, in maniera che forse non conosce eguali per intensità e radicalità, negli ultimi anni di produzione di Monet, quelli in cui il pittore si concentra sulle ninfee di Giverny, oggetto della bellissima mostra di scena a Palazzo Reale.

Mai come questa volta gli apparati critici, il catalogo esemplare della Motta, il lavoro attentissimo di ricostruzione delle suggestioni tratte dalla cultura disegnativa di Hiroshige e Hokusai, nonché delle stampe e, più in generale, dall’arte dei giardini giapponesi, si arrestano però di fronte a quattro-cinque quadri di una potenza straordinaria, che sembrano strappare letteralmente lo spettatore dalla fruizione intellettuale di un mondo pittorico, ancora governato dalle leggi, pur rimodulate, della prospettiva, dello spazio, della scomposizione del colore, dell’unità dell’impressione.

Non c’è più nulla di tutto questo, o meglio ancora, questi valori strutturali della pittura di Monet vengono superati da una vera e propria euforia interiore, che supera il limite difettivo dello sguardo e si abbandona alla purezza dello scambio empatico tra il gesto e la natura. Non so se il lento aggravarsi dei problemi alla vista può aver in qualche maniera paradossalmente coadiuvato questo straordinario processo di affrancamento dalle sicurezze fondative del lavoro del pittore. Se cioè la perdita di definizione, così come nelll’ultimo Tiziano, o nelll’ultimo Lotto, può aver aiutato a sciogliere definitivamente i vincoli di un sistema di rappresentazione che all’oggettività pur sempre rimanda.

Posso solo dire che gli esiti emotivi dell’espressionismo astratto, i risultati straordinariamente vitalistici della pittura a velocità folle di Mario Schifano, la forza spirituale del Turner postremo, li ritroviamo qui condensati, in queste opere che si pongono come un superamento di sé stesso da parte di Monet, dell’ingombro residuale della sua concezione pittorica, del portato per così dire concettuale e modernista dell’esperienza dell’impressionismo. Non si tratta di tradimento di eresia. E tanto meno, come lo stigmatizzavano alcuni contemporanei, di un ripiegamento sull’interiorità, che costituiva un travisamento così forte che qualcuno celebrò anzitempo il funerale dello stesso Monet, quasi a liquidarne gli esiti più alti come una sorta di morte artistica, ancor più che un impazzimento.

In alcuni casi, la parola non può arrivare a dire la pittura. Non esiste un lessico, per quanto informale, per arrivare al cuore di un lavoro così forte, denso, radicale. Ha poco senso che vi parli della scomparsa della prospettiva, della forza geometrica intrinseca che, assolutamente intuitiva, queste opere continuano comunque a conservare. Del tentativo di decifrare la pennellata, le velature successive, le stratificazioni di materia pittorica, su di una tela che resta straordinariamente magra, l’idea di disegno che sottende a una creazione senza disegno, il sottilissimo crinale che divide questi dipinti dalla dissoluzione totale della forma. E che cerchi di individuare il peculiare percorso intellettuale, di distillazione, che può portare da una cultura figurativa fondata sul predominio assoluto del tratto quale quella giapponese a una pittura di natura in cui l’oggetto sembra essere sparito.

Resta la sensazione di trovarsi davanti a un momento irripetibile, estremo, totale nella storia della pittura. Un momento che può forse essere accostato a certe pagine germinali di Proust, al "Canto della Terra" di Mahler, ma che si spinge di fatto a dialogare con l’arte della seconda parte del secolo, scavalcando Cezanne e Matisse, e aprendo a un discorso di radicale rinnovamento del rapporto tra l’uomo e l’arte.

Un grande evento per Milano, nascosto nelle stanze di Palazzo Reale, mimetizzato nella fretta contemporanea: dedicate alle ninfee di Giverny tutto il tempo che meritano.

 
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Autore: Andrea Dusio
12/05/2009 - 9.39.49
 
Monet a Giverny, pittura che scavalca l'occhio
FOTO: Monet a Giverny, pittura che scavalca l'occhio
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