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UNA MOSTRA CICLOPICA CELEBRA IL FUTURISMO

La rassegna ospitata negli spazi di Palazzo Reale

 
 

In concomitanza con una rassegna romana altrettanto importante, Milano dedica al Futurismo una mostra di dimensioni imponenti, nella sede espositiva di Palazzo Reale, per l’occasione occupata nell’interezza del primo piano dall’evento. La mostra, promossa dal Comune unitamente a Skira, organizzata da Artemisia e Skira con l’apporto di Fastweb come main sponsor, è stata affidata alla cura di Giovanni Lista e Ada Masoero, ai quali sono da scrivere scelte critiche estremamente particolari, che rendono “Futurismo 1909-2009” qualcosa di molto diverso dalla monografia che qualcuno si sarebbe aspettato.

In realtà, con qualche approssimazione la rassegna si sarebbe meritata un’intitolazione più estensiva. Per numero di opere e profondità orizzontale delle tematiche critiche affrontate, quella di Lista e della Masoero è una mostra che pare infatti fare il paio con “Arte Italiana”, portata a Palazzo Reale due estati fa da Vittorio Sgarbi. E, ancor prima, pare addirittura ricollegarsi a mostre ormai a loro modo epocali, come quella sui Surrealisti, o ancora gli eventi posti in essere da Flavio Caroli sulla tematica del ritratto.

Il filo comune che lega questi eventi è quello di voler utilizzare le dimensioni di Palazzo Reale per dar luogo a mostre con tantissime opere. In questo caso quasi 400. Un numero che inevitabilmente, ma crediamo che sia una scelta fatta in piena consapevolezza, toglie un po’ di rigore e di qualità, e anche la possibilità di tracciare un disegno critico rigoroso. Alla severità è preferita in questi casi l’esaustività, che è comunque gradita dal grande pubblico, a dispetto dello scetticismo degli addetti ai lavori. Marco Goldin a Brescia e lo stesso Sgarbi hanno d’altronde dimostrato chiaramente come la volontà di creare mostre-monstrum, quasi per necessità “in concluse” (che non vuol dire necessariamente inconcludenti, anzi), può in qualche modo servire a riaccendere il dibattito su determinati temi.

Sono circa quattrocento nell’occasione le opere che compongono “Futurismo 1909-2009”, oltre 240 delle quali sono dipinti, disegni, sculture, mentre le restanti spaziano dal Paroliberismo ai progetti e disegni d'architettura, alle scenografie e costumi teatrali, dalle fotografie ai libri-oggetto, fino agli oggetti dell'orizzonte quotidiano: arredi, oggetti di arte decorativa, pubblicità, moda, tutti segnati dall'impronta innovatrice del Futurismo.

Al prolungamento dell’esperienza futurista sino allo scadere degli Anni Trenta, e alla volontà di testimoniare l’influenza sulle generazioni future, portando in mostra opere di Burri, Fontana, Dorazio e Schifano, il disegno critico di Lista e della Masoero giustappone la scelta di affrancare il Futurismo stesso da ogni legame con il Fascismo. Una lettura, questa, che si può anche in qualche modo condividere, ma che costituisce indubbiamente un limite sul piano della piena comprensione del contesto ideologico con cui il Futurismo si è trovato a interagire.

La mostra si apre con una panoramica della cultura visiva lombarda di fine Ottocento, con le opere simboliste di Alberto Martini, Romolo Romani e Luigi Russolo e sculture ldi Medardo Rosso, dalle cui forme instabili e disgregate lungo le direttrici indicate dalla luce saranno profondamente suggestionati i primi futuristi. Al fianco di presenze non del tutto congrue, come quella di Gaetano Previati e Pellizza Da Volpedo, si cominciano a vedere i primi esercizi simbolisti di Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini, la cui militanza in seno al Divisionismo, nelle sue diverse declinazioni, prelude al manifesto del 1910.

Ma il vero snodo tra l’arte di fine Ottocento e le avanguardie storiche va colto nella figura di Filippo Tommaso Marinetti, che disegna il profilo estetico di una nuova epoca, introducendo una rivoluzionaria concezione del dinamismo e della plasticità nel sistema di rappresentazione della realtà attraverso le arti figurative. Gli esordi dei futuristi e il progressivo modellarsi delle loro sperimentazioni viene messo a confronto nella mostra con le opere coeve dei cubisti, individuando convergenze, influenze reciproche, stilemi e sensibilità ricorrenti, che si travasano nell’operato di Boccioni, Carrà e Severini, a partire dal 1912.

Sarà però Balla, a date estremamente precoci (1915), a sfiorare l’astrazione pura, mentre la nuova generazione, quella di Depero, Trampolini, Soffici e Sironi, e ancora Funi e Drudeville (anche se gli esponenti del gruppo Nuove Tendenze si muovono su terreni oggettivamente diversi) porta nuova linfa al movimento.
La fase autenticamente creativa del Futurismo si esaurisce a nostro parere qui.

Gli Anni Venti e Trenta vedranno la rimodulazione della corrente, attraverso le tangenze alla metafisica da un lato e alla fascinazione per la macchina, vista dal gruppo torinese di Diulgheroff e Fillia come “idolo” dispensatore di rigore geometrico e di nitore formale. Gli esiti curiosi dell’aeropittura, con l’invenzione di una concezione inedita della prospettiva, in cui la visione si fa strapiombante, i rapporti spaziali si distorcono, gli orizzonti si incurvano, preludono all’esperienza dell’idealismo cosmico e, di cui al polimaterismo che vede in Prampolini il suo interprete più autentico.

Qui si situa, al di là delle suggestioni offerte dalla mostra, il confine ultimo dell’esperienza futurista, per come ce l’ha consegnata sino a oggi la storiografia. L’influenza dettata sulle generazioni successive resta così una suggestione interessante, ma a nostro parere da esplorare in maniera più approfondita e verticale, e in sedi differenti da una mostra di tale ampiezza.

 
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Autore: Andrea Dusio
10/02/2009 - 10.40.55
 
Una mostra ciclopica celebra il Futurismo
FOTO: Una mostra ciclopica celebra il Futurismo
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