"GOYA E IL SUO TEMPO", DAL GROTTESCO AL GRIDO
Una mostra a Palazzo Reale mette a confronto l'erede di Velasquez e la violenza del mondo contemporaneo
Goya è stato non soltanto un pittore visionario ma soprattutto un pittore “vedente”. I mostri partoriti dalla sua immaginazione, le brutture, i vizi, la follia e la violenza dell’essere umano rappresentano nella sua opera un punto di rottura con la precedente pittura, non tanto per i temi trattati, ma per il punto di vista da lui scelto per rappresentarli.
La mostra inaugurata il 17 marzo a Palazzo Reale, intitolata "Goya e il mondo moderno", mette ben in luce la complessità di questo suo punto di vista attraverso 5 percorsi, in cui le sue opere dialogano con quelle di altri maestri che da lui hanno preso spunto.
La prima sezione del percorso espositivo è dedicata ai ritratti. Goya si profilò come miglior ritrattista della società madrilena dell’epoca, specialmente di quella borghese, i cui rappresentanti furono raffigurati con una particolare attenzione alla loro gestualità, al loro atteggiamento, ma soprattutto ai segni del tempo che non vennero nascosti o atemporalizzati, come imponeva invece l’ideale romantico, ma anzi accentuati.
Il tempo che incide i volti in rughe, che marca i lineamenti, che si impossessa dello sguardo dell’uomo dimostrando di avere un potere superiore a quello dell’uomo stesso, è catturato da Goya in tutta la sua potenza.
La seconda parte del percorso è dedicata alla vita di tutti i giorni. Ecco che compaiono in questa parte della mostra gli “scatti” della quotidianità, quelli in cui il pittore aragonese aveva raffigurato contadini, mendicanti, vittime dell’Inquisizione, storpi, elementi di un repertorio quotidiano e popolare che non si riduce ad essere un catalogo di tipi o di tipologie, ma un’illustrazione dell’individualità di alcuni personaggi.
Anche qui, come nei ritratti, Goya sceglie di guardare al gesto, al movimento del corpo, allo sguardo, alle risate. Questo spaccato offertoci da Goya non rappresenta lo straordinario, il fenomeno, l’eccezione. Proprio in questa serie di immagini il pittore imprime il suo sguardo sulla miseria della vita, sul repertorio della quotidianità che non è singolare nè lontana, ma accade proprio accanto a noi e diviene pertanto una riflessione di carattere universale sul mondo, sforando persino i confini temporali.
Al grottesco è dedicata invece la terza sezione. Anche in questa serie di dipinti Goya elimina l’elemento dell’eccezionalità: il mostro, l’irrazionale, il macabro non sono prodotti della fantasia, ma il lato oscuro dell’essere umano che la società perbenista preferisce mascherare. E invece Goya riporta la violenza della follia, nascosta nei meandri notturni, alla luce del giorno. Goya punta il dito e sembra dirci che tutto ciò che vogliamo sublimare attraverso sembianze mostruose non è altro che la cruda realtà che, come la polvere nascosta sotto al tappeto, prima o poi è destinata a venire fuori.
Ed è così che si passa alla quarta sezione: la violenza. Il raccapricciante spettacolo della violenza umana si disvela davanti ai nostri occhi in tutto il suo vigore. Animali morti, uomini decapitati, persone squartate sputano in faccia allo spettatore la violenza del mondo, gli istinti più bassi degli esseri umani e le loro leggi ipocrite. Pur non avendo assisitito a roghi e decapitazioni Goya riesce a imprimere negli occhi di chi muore ucciso tutto il dolore che sta provando, con un drammatico realismo.
Il grido, ultima sezione della mostra, chiude il ciclo. L’angoscia e la disperazione che trapelano dalle violente opere di Goya hanno marcato generazioni di pittori che lo hanno succeduto, fino al grido per antonomasia, “L’urlo” di Munch, che lascia fuoriuscire dalla bocca mostruosa del deforme uomo rappresentato tutto il chiasso del repellente animo umano.
Lo sguardo di Goya è autentico, reale, verace. E’ uno sguardo che imprigiona con veemenza l’abominevole bestialità umana e che con impeto rompe il perbenismo, squarcia l’occhio, come fecero Dalì e Buñuel in “Cane Andaluso”, per aprire lo sguardo su ciò che spesso non si vuole vedere perché non conviene.
Goya distrugge il sogno neoclassico di una rappresentazione piacevole e perfetta per mostrarne il sostrato, per sottolineare la falsità di quella rappresentazione che occulta con le belle forme la verità sull’uomo.