GLI OGGETTI DISOBBEDIENTI DI GIULIO IACCHETTI
Al Triennale Design Museum il creativo milanese istituisce una relazione dissacrante tra cultura e mercato
All’interno degli spazi della Triennale, nell’ambito del Design Museum, è visibile sino al 28 giugno “Oggetti Disobbedienti”, una collezione di intelligenti provocazioni sospese tra funzionalismo e situazionismo, e che condensa le opere migliori di Giulio Iacchetti, un industrial designer che in molti ricorderanno allorché, nel 2001, vinse il Compasso d’Oro per la posata multiuso biodegradabile Moscardino, realizzata con un altro giovane creativo, Matteo Ragni, e che, anche in ragione di quel successo, venne poi incluso nella prestigiosa esposizione permanente del Moma di New York.
Come s’inseriscono gli 'oggetti disobbedienti' nell’opera di un designer che in definitiva lavora pur sempre con l’industria, e dunque in un rapporto di strettissimo feedback con le richieste della committenza?
La prima tentazione è liquidare queste creazioni come una sorta di applicazione ludica, senza grandi implicazioni con la riflessione sul rapporto tra design e funzione. In realtà, a uno sguardo più attento, il lavoro di Iacchetti ha una forte valenza concettuale, e si va a collocare all’interno di una dialettica politico-sociale applicata al design.
Gli oggetti disobbedienti difatti costituiscono tutti a loro modo una sorta di piccolo manifesto, o se preferite un pamphlet. Da una parte c’è la cultura. Dall’altro c’è il mercato. E queste realizzazioni in fondo non sono che una maniera ironica, provocatoria e dissacrante di metterli in relazione.
La forza dei concetti cui Iacchetti dà forma è proprio quella di incarnarsi alla perfezione in una realizzazione, di fronte alla quale le parole usate per rappresentarla non sono esaustive del portato di intelligente provocazione che questi oggetti veicolano.
C’è il “Vespa Table”, che è un tavolino da caffè realizzato con materiali riciclati: piano e ante sono ricavati da vecchie ante trovate per strada, mentre la gamba portante è costituita da una pila di libri di Bruno Vespa. Un materiale evidentemente che è facile trovare in ottimo stato, perché non è mai stato usato.
“Bye Bye Fly” nasce invece dalla richiesta di disegnare un souvenir non convenzionale per Milano. Utilizzando il tracciato stradale di Milano, Iacchetti ha creato una paletta scaccia mosche e zanzare. Le palette tradizionali fanno pensare alle piante regolari di città come Torino e New York. Quella pensata sulla forma di Milano invece è piena di linee curve, anelli, radiali.
“Pantheon Game” è un simbolo multireligioso da parete, un sistema modulare di cubi che, al variare della loro posizione, producono 7 differenti simboli politici e religiosi, ed è nato come reazione alla polemica sulla presenza del crocifisso nelle aule dei tribunali e delle scuole italiane.
“San Peter Squeezer” è uno spremiagrumi da cocktail, che è modellato in maniera da riprodurre Piazza San Pietro, con la cupola che viene utilizzata per spremere il succo che poi viene raccolto nell’invaso della piazza: un’allusione al versamento volontario dell’8x1000, di cui beneficia la Chiesa Cattolica.
“Pollicino”, concepito ancora una volta con Matteo Ragni e con Fernando Contreras Wood, è un tagliere per briciole di pane, del diametro di 4 centrimetri, da appendere al collo come un gioiello, e spinge a pensare alla precarietà e all’iniqua distribuzione delle risorse alimentari nel mondo.
I dubbi insinuati da Giulio Iacchetti con questa piccola grande mostra ci paiono infine stridere intelligentemente con la grandeur che contraddistingue la forma mentis costitutiva di chi opera nel mondo del design. La capacità di veicolare pensiero critico attraverso queste creazioni minimali è in tal senso paradigmatica a nostro parere di un’attitudine che speriamo sia coltivata sino a costituire una traccia di sviluppo per i percorsi culturali che dovrebbero entrare a far parte dei contenuti ideati per L’Expo.
Laddove proprio la capacità di riflettere da un ambito particolare su temi universali costituirà la chiave di lettura da applicare a problemi che toccano in maniera sempre più sensibile anche la nostra società, ma che a oggi non trovano risposte da parte della produzione industriale a cui pur sempre il design fa riferimento, né tanto meno appartengono sistematicamente al campo d’azione in cui si concretizza il lavoro culturale.