LILIANA MORO GIOCA CON L'EMOZIONE DELLO SPAZIO
Alla Galleria Emi Fontana l'artista propone un percorso tra stanze popolate di oggetti in materiale povero e fotografie
Venire a patti con il lavoro di Liliana Moro non è semplice. Quella che è considerata una delle artiste italiane più importanti della sua generazione sembra aver concentrato il proprio lavoro su di una sorta di rarefazione concettuale che lo pongono da un lato come una riflessione sul dispositivo dell’opera e che dall’altro mette in gioco la capacità di generare senso a partire dall’essiccazione di quello stress emotivo che aveva invece contraddistinto le sue opere d’esordio.
Per la Galleria Emy Fontana, uno dei “cuori avulsi” dell’arte contemporanea a Milano, nascosto nel retro di un fatiscente cortile di viale Bligny, carico di suggestioni spiazzanti, un vero e proprio “essere altrove”, sospeso tra degrado e multiculturalità, la Moro ha realizzato una mostra personale concepita appositamente per questi spazi, dal titolo "Endgame".
Sfruttando lo spazio della Galleria, Liliana ha disposto 3 sculture in vetro, un gruppo di recipienti di recupero, anch’essi in vetro, alcune immagini colte dalla contemporaneità, e una sorta d’installazione sonora. Questo materiale eterogeneo va a comporre una sorta di percorso che ci sembra porre anzitutto il problema del rapporto tra la libertà dell’uomo, e dunque il suo spazio interiore, e le possibilità offerte dal suo “contenitore involontario”, lo spazio esteriore, con le presenze ingombranti, allusive, magnetiche, insignificanti, residuali, che di volta in volta lo connotano.
Quella che si pone anzitutto come una relazione corporea tra volumi animati e inanimati costretti a convivere nello stesso spazio, può essere letta come una metafora della complessità, in cui si sprigiona il massimo di creatività della mente umana. Lo spazio più stressato sembra infatti quello destinato a suscitare in noi la curiosità e l’intento ludico, e che pone delle domande su come essere attraversato e dunque vissuto, come una sorta di rivisitazione antropomorfa della struttura labirintica del nostro cervello, e una rimappatura del territorio delle possibilità.
Paradossalmente invece, lo spazio abbacinante della terza stanza, dove l’unico segnale dell’azione dell’artista è un nastro che trasmette il canto degli uccelli, pur rappresentando una sorta di ambito di decompressione, quasi new age, spinge lo spettatore a tornare con lo sguardo a quei recipienti emblematici, schierati come soldati, o a quei 3 vasi più capienti, questi sì dotati dell’allure che attiene all’opera d’arte per come siamo chiamati a riconoscerla.
Chi cerca di capire non sa fino a che punto la Moro giochi semplicemente a innescare la reazione del visitatore con un processo meccanicistico che indica una grande padronanza del dispositivo, la capacità cioè di porsi domande in merito alla nostra relazione emotiva e spirituale con la scansione di questi spazi, ma poi discosta anch’essa a giocare, senza porsi la domanda ultimativa di una risoluzione.
Completa la mostra una serie di 40 opere fotografiche, che fanno riferimento a elementi della cronaca, e che presentano volti e sguardi visibilmente alterati o distorti, come a perdere o a enfatizzare il loro carattere iconico, come se ci trovassimo in una serie di immagini che un pittore alla Bacon abbia desunto dalla realtà. L’allusione è dunque ancora volta all’aspetto deformante della realtà, che si coniuga con la sua massima efficacia in quella sorta di foresta di simboli/prigione di senso che possiamo considerare la società dell’informazione.
Foto "Endgame": Maela Ohana