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ARTE  ›  MOSTRE DI STORIA E CIVILTÀ

SAMURAI: DALLO SHOGUN A GOLDRAKE

A Palazzo Reale in mostra la civiltà del Sol Levante

 
 

La parola "samurai" evoca immagini lontane di animi valorosi e d’invincibilità quasi trascendentale, con il loro rigorosissimo bushidō, il codice d’onore (letteralmente ‘la via del guerriero’) e i loro privilegi: portare 2 spade, il cognome e il sinistro diritto di “uccidere e andarsene” (“kirisute gomen”).

Finalmente Milano, in veste nipponica, ospita la prima mostra in Europa dedicata all’arte giapponese dei leggendari samurai, che per 7 secoli hanno dominato il Sol Levante.

L’ubicazione è Palazzo Reale e si è riusciti, nelle sue sale, a ricreare l’atmosfera ascetica e a materializzare i bushi, grazie ad un vasto assortimento, ben congegnato, di circa 90 pezzi, a cura di Giuseppe Piva e della Fondazione Antonio Mazzotta, provenienti dalla collezione Koelliker e dalle Civiche Raccolte d’Arte Extraeuropee del Castello Sforzesco.

Armature ben conservate e di altissimo pregio (più da parata che da combattimento), sembrano quasi fluttuare e muoversi di vita propria (per merito anche dei fantocci che riproducono tetri guerrieri con posticci baffi e barba) e sicuramente appartenute a samurai di alto rango o ai daimyō (i signori feudali).

Le lavorazioni, a molte piastre, sfarzose e sgargianti, uniscono pelle, ferro, seta, argento, trasformandoli in intrecci multicolori, ricchi di altorilievi sui(corpetti), a motivi floreali o di draghi o laccate di un rosso demoniaco.

In un susseguirsi di sale si arriva ai maestosi kabuti (elmi), destinati ai samurai di alto rango, dalle fattezze rocambolesche di strani animali o di stereotipati simbolismi.

Distinti a parte dai kabuti, nella volontà di separare la bassa levatura, si possono ammirare i jingasa, i copricapo da battaglia dei soldati di basso rango. Ma gli oggetti proseguono: cofanetti, staffe, archi, faretre, ornamenti, bastoni di comando e una mastodontica bardatura da cavallo, completa di armatura e maschera da guerra.
E per gli amanti delle katane (le tipiche spade samurai), ce n’è per tutti i gusti e di ogni foggia e colore.

La maggior parte dei pezzi esposti, risale al Periodo Edo (1600 -1868), quando lo shogun (il comandante in capo al governo) era nel suo periodo d’oro, ma ce ne sono anche alcuni di epoche antecedenti: Muromachi (1333-1568) e Azuchi- Momoyama (1568-1600).

L’ultima sala è il godimento degli appassionati delle anime boom: gli esemplari più acclamati dei disegni animati di genere robotico, che negli anni ’70-80 fecero la fortuna degli ideatori e delle case di produzione, grazie all’accogliente popolarità che ebbero tra i bambini. Un tripudio di emozioni alla vista di Mazinga Z, l’ipergalattico Goldrake (accompagnato, in scala ridotta, dal pilota Actarus), Gundam, Zaku, il tutto allestito dalla Yamato Video. E non c’è da meravigliarsi più di tanto dell’accostamento quasi doveroso - tassello consequenziale - dell’antica arte samurai alla creazione futuristica dei super robot, con le sue armi spaziali, laser, atomiche e fotoniche.
Come rivela Giuseppe Piva, curatore della mostra e antiquario di arte giapponese: In questi robot si condensa tutto lo spirito, tradizionale e moderno, del Sol Levante: a una tecnologia fantastica e d’avanguardia si coniuga l’antico rispetto per l’arte della guerra, la passione per i karakuri (gli automi antichi) e l’ottemperanza per l’etica che costituisce lo ‘Spirito del Giappone’” .

Oltre all’esposizione, in esclusiva innumerevoli altri eventi, incontri e serate saranno organizzati durante l’intero periodo: musica e cinema giapponese, cerimonia del tè, arte dei bonsai e dell'origami, la casa dei samurai, la cucina zen e il magico mondo dell’animazione.

Far rivivere in mezzo a noi gaijin (occidentali), il kami (spirito), di una delle più nobili realtà orientali, è cosa non da poco e un omaggio ben riuscito da parte della città meneghina, considerando che le forme di conoscenza di massa, finora acquisite, derivano principalmente dalle riproduzioni cinematografiche: da “I sette samurai” di Akira Kurosawa fino ad arrivare a “L’ultimo samurai” di Edward Zwick (immancabile, in qualunque film di genere, la scena del disonore con l’adempimento dell’harakiri).

Un modo come un altro per scoprire il fascino meditativo-guerresco della patria scintoista.
E come suggerisce Yagyu Munenori: “Non ho imparato la via per vincere gli altri, ma per vincere me stesso”.

 
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Autore: Enza Varvara
12/03/2009 - 15.52.25
 
Samurai: dallo Shogun a Goldrake
FOTO: Samurai: dallo Shogun a Goldrake
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