DANIELA BENELLI: "IL PROVINCIALISMO DI MILANO È UN PROBLEMA CULTURALE ANCOR PRIMA CHE POLITICO"
L'ex assessore provinciale traccia un bilancio sulla gestione della cultura da parte del centro destra. Criticando tagli e mancanza di scelte precise: a partire dall'incapacità di fare sistema.
Daniela Benelli ha appoggiato in queste settimane la candidatura alle primarie della sinistra del costituzionalista Valerio Onida. Avevamo apprezzato l’operato della Benelli come assessore provinciale alla Cultura. Le chiediamo dunque da un lato un’analisi delle dinamiche messe in moto dalle primarie e dall’altro un bilancio su di un periodo estremamente controverso per le politiche culturali, a livello nazionale e locale.
Siamo alla vigilia delle primarie della sinistra milanese. E qualcuno dei candidati, come Onida, che lei sostiene, ha già lamentato la polarizzazione della dialettica tra PD e resto della sinistra.
Sono d’accordo con Onida. C’è uno snaturamento della competizione. Che finisce da essere predeterminata dalle forze politiche, allorché decidono di appoggiare una candidatura con tutto il loro peso organizzativo. Anche le regole delle primarie non funzionano. Quando hai più di due candidati, dovresti prevedere o un ballottaggio o un doppio voto, per evitare che chi vinca esca con una maggioranza relativa che non garantisce nella fase successiva l’appoggio di chi ha perso. Una delle ragioni per cui Onida mi è sembrato un candidato adatto a raccogliere un largo consenso è la capacità di tenere assieme i consensi dei moderati e chi stava più a sinistra, per il ruolo che ha svolto in difesa della costituzione e per la sua storia. Boeri e Pisapia mi sembrano invece polarizzare uno i voti del PD e l’altro di quell’arcipelago delle sinistre che ora sta trovando una coesione attorno al nome di Vendola. Non ho capito perché il PD abbia voluto impiccarsi a una candidatura sola. Non ci sono garanzie che poi chi ha scelto diversamente, magari sperando di ripetere l’esperienza della Puglia, accetti una candidatura come quella di Boeri. Su cui sono state espresse delle perplessità. Non a caso Onida ha molto insistito sull’indipendenza da poteri e interessi che a Milano sono dominanti, ossia finanza ed edilizia. Ma anche sulla necessità di avere dei candidati liberi dai dettati delle segreterie dei partiti.
In questo senso la candidatura di Boeri è estremamente controversa…
La storia professionale di Boeri non credo che lo condizionerà, ma c’è il rischio che una parte dell’elettorato di sinistra sia sensibile a questo problema. All’Isola, per esempio, attorno alla sua partecipazione alle primarie si è creato un malessere autentico. Senza dimenticare che l’Italia dei Valori ha annunciato che sceglierà come muoversi a seconda di chi vince. Ed era perfettamente chiaro cosa intendevano…C’è dunque più di una ragione per sostenere che le cose sono state impostate male.
Qual è il bilancio della stagione politica che sta per chiudersi sotto il profilo della gestione della cultura?
La cultura non è un orpello ornamentale alle politiche locali. Al contrario, è un vettore di sviluppo
economico e sociale. E intendo cultura nell’accezione più ampia possibile: la ricerca, le nuoveidee, l’innovazione estetica, la ricerca artistica. Pur in presenza di politiche di bilancio moltosevere, nessun Paese europeo ha pensato di effettuare tagli alla spesa in cultura, o sulla scuola,l’università o la ricerca. Lo disse anche Salvatore Carruba nel libro scritto quando si dimise daAssessore: la cultura è vissuta come una spesa marginale, comprimile ad libitum. E che non siriesce a immaginare come sostenere. Non si riesce a concepirla invece come il luogo dove si creanole condizioni perché cresca la capacità innovativa.
La politica locale sembra anch’essa essersi dimenticata della cultura. A partire dai tagli effettuati dalla nuova amministrazione provinciale di Centrodestra…
Milano ha, su scala nazionale, la più forte presenza di piccole compagnie teatrali di ricerca. Ha un distretto dell’audiovisivo e tantissima voglia da parte dei giovani di sperimentarsi nel cinema. Ha una grande forza in alcune gallerie private, che sono tra le migliori del mondo. Ma le mancano le residenze per artisti, né scambi internazionali. Per le nuove leve non è facile emergere. A Torino,per esempio, Comune, Provincia e Regione hanno messo attorno a un tavolo le forze imprenditoriali e le fondazioni bancarie. Presentando una strategia d’investimento. Che in parte è andata a recuperare strutture e in parte in arte contemporanea. E i risultati si sono visti. A Milano si potrebbe far sistema sull’audiovisivo, ma anche sul contemporaneo -che è il settore dove siamo più arretrati-e sul teatro, che invece è una forza dell’area milanese. Certo, bisogna fare le scelte giuste.
Partendo da quali evidenze?
Per esempio, per essere all’avanguardia nell’arte contemporanea non serve necessariamenteun grande museo. Servono magari altre cose. Quel che invece manca davvero a Milano è una biblioteca centrale degna di questo nome. Se dovessi indicare dove allocare degli investimenti,sarebbe proprio in una grande biblioteca, che diventi l’agorà della città: il punto d’incontro delle forze intellettuali. Un ruolo che la Sormani non può assolvere. E poi credo che la cultura debba in qualche modo assolvere a una funzione di coesione sociale.
In particolar modo sul territorio. Mi sembra di poter dire che è lì che si registra la scomparsa di una qualsiasi idea di politica culturale…
Bisogna trovare il modo di creare centri di aggregazione culturale nel quartiere. Servono luoghi incui si possa auto organizzare la vita culturale. A partire dalla multiculturalità, che dobbiamo renderevisibile e attiva, se vogliamo che le comunità straniere non crescano come isole che a lungo andare diventano ostile. Invece a livello provinciale stanno chiudendo la Casa delle Culture. Così come hanno abolito la festa del teatro, che era un modo di far rete e sistema e di allargare il pubblico.
Alla base di queste scelte c’è solo la volontà di razionalizzare le spese, costi quel che costi, o i tagli nascono anche da un disegno ispirato a ridurre sistematicamente il ruolo della cultura?
La presenza della destra nella cultura mi sembra segnata da fanatismo ideologico e istinto censorio.Non riesce a emanciparsi dall’idea di un controllo occhiuto dei contenuti che vengono proposti. Che è certamente il contrario di quello che bisogna fare con la cultura, che va lasciata completamente libera. Invece resta la sensazione che la cultura per loro sia più un pericolo che un’idea di sviluppo.
Che valutazione dà dell’operato di Massimiliano Finazzer Flory a Palazzo Marino?
Trovo che Finazzer Flory non sia stato il peggiore degli assessori del comune. Ha fatto ciò che poteva fare, forse con un eccesso di istrionismo suo personale. Anche qui però è in buona compagnia. L’unica scelta che contesto, e che però non appartiene a Finazzer, ma che è stata fatta dalla Moratti anni fa, è la volontà di spendere budget faraonici in manifestazioni come MiTo, che alla fine non lascia nulla alla città. Ed è compresso in poche settimane ed estremamente dispersivo. Solo con l’investimento pubblico che va al MiTo si potrebbe far vivere per tutto l’anno il sistema dello spettacolo.
Quali segmenti dell’industria culturale che sono stati più penalizzati negli ultimi anni a Milano?
Milano ha più potenzialità innovative. Mancano però i supporti. Anche per la televisione, è ingrado di proporre nuovi modelli. Non incoraggiare queste energie è un delitto. Ci sono scuole dicinema che potrebbero essere fucina di nuova creatività giovanile. E invece non c’è minimamente attenzione a quest’aspetto. Un piccolo passo avanti è stato fatto con la Film Commission, che quinon ha mai realizzato nulla di concreto. Le ultime iniziative che ricordo sono legate al bando cheavevo fatto quand’ero in provincia e al film di Marina Spada. Certo, si sa che quando vengono effettuate queste operazioni, di dieci cose che finanzi magari ne va bene uno. Ma è questo il modo di far emergere i talenti.
Un altro punto dolente è la produzione teatrale…
Ci sono teatri che non sono di produzione. Che dunque non vengono sostenuti dal finanziamento pubblico. Il problema è invece quando vengono a mancare i contributi a chi ha una produzione interna. Non è possibile coprire determinati costi con lo sbigliettamento. Ed è qui dunque chesi concentra la maggior sofferenza in relazione ai tagli al Fus. Che sono ogni anno progressivi,sino ad aver esaurito i fondi. L’altro problema è aver accorpato la lirica alle altre voci del mondodello spettacolo, perché le produzioni dei grandi enti nazionali sono estremamente onerose. Ma le contraddizioni non finiscono ai tagli. Il decreto approvato a luglio ha imposto altre regole assurde.A partire da quella che limita il numero dei componenti privati nei consigli di amministrazione degli enti culturali. Che è certamente in contraddizione con la spinta verso la privatizzazione. Pernon parlare del tetto del 20% fissato per la spesa delle amministrazioni comunali in mostre. Ma il20% vuol dire ridurre le iniziative dell’80%, e andare ad azzerare qualunque politica espositiva.Poi vengono fuori notizie come quella che vede Pompei commissariata come primo passo verso la privatizzazione. Da una parte si impoveriscono i beni culturali, e dall’altra li si aliena.
Ancora una volta dunque la mancanza di scelte d’indirizzo che guardino al futuro. Cosa bisogna fare per cambiare prospettiva?
Mi stupisce l’ignoranza di questa classe dirigente di Milano. Che mi sembra non aver mai messo piede all’estero. E aver visto che cosa si può fare con la cultura e con l’arte: sotto l’aspetto dell’assetto urbanistico, estetico e della coesione sociale. Persino la Spagna e la Grecia possono darci insegnamenti sotto questo profilo: Basterebbe copiare. Ma la chiusura e il ripiegamento su di un certo localismo e provincialismo a Milano è un ormai un fatto culturale ancor prima che politico.