INTERVISTA ALL'ASSESSORE ALLA CULTURA DELLA PROVINCIA DI MILANO DANIELA BENELLI
"Bisogna puntare al modello di città metropolitana"
Nella prossimità del rinnovo degli organismi provinciali, la nostra testata ha voluto incontrare l’Assessore alla Cultura della Provincia di Milano Daniela Benelli, per tracciare un bilancio del suo mandato.
Assessore, il cittadino fatica ancora a capire cosa sia la provincia. Limitandoci a considerare l’attività di sua competenza, come possiamo delimitare il vostro perimetro d’azione? Ed esistono, come spesso si sente dire, delle sovrapposizioni di competenze con il Comune di Milano?
"Nel merito del Settore Cultura, la Provincia ha alcuni compiti per mandato regionale, il principale dei quali è costruire delle reti. Quello delle biblioteche anzitutto, che mira a realizzare economie di scala nel catalogo dei libri, nel prestito interbibliotecario, e così via. I sistemi attivati attualmente sono 3 e presto diventeranno 4. Il che vuol dire aver messo tantissimi comuni in grado di operare in maniera ideale per quel che concerne questo tipo di struttura. Vi sono poi i cosiddetti musei d’interesse locale. Noi abbiamo fatto una rete relativa ai cosiddetti musei d’impresa, che sono gli unici che effettivamente potevano, per omogeneità di materia e interesse, essere riuniti in un sistema, con la realizzazione di circuiti promozionali che portassero il pubblico a conoscerli. Abbiamo cercato poi di estendere questo principio del fare reti ad altri ambiti d’intervento, creando aggregazioni per la realizzazione di programmi culturali estivi, e abbiamo suggerito ai comuni di condividere l’organizzazione di tutte le strutture esistenti sul territorio. Tra le altre reti, c’è quella di "Invito a teatro", che ci ha visto anche creare la 'Festa del teatro', come momento promozionale di tutti i teatri e le compagnie che esistono sul territorio. Una cosa analoga l’abbiamo fatta per le associazioni di Arte contemporanea, a partire da Via Farini e Care Off. Anche in questo caso abbiamo lavorato con la finalità di co-progettare un evento. Quest’anno abbiamo individuato nel tema 'Arte e Territorio' il perimetro d’azione del nostro operare in quest’ambito, e le diverse associazioni si sono attivate appunto per dar vita assieme a una manifestazione negli spazi della Triennale. Per quel che riguarda il cinema, abbiamo messo tutti gli attori della produzione attorno a un tavolo, dal quale è nata l’idea di un bando che finanziasse le opere che restano escluse dai circuiti commerciali e in qualche modo 'fuori formato'. Abbiamo in tal senso finanziato 20 opere, dieci delle quali provenienti dalle case di produzione, e altre 10 da associazioni, scuole di cinema e autori indipendenti. Operando nella direzione che ho provato a riassumere, tentiamo di non sovrapporci alle competenze dell’Assessorato Cultura del Comune di Milano. Va da sé però esistono sovrapposizioni. Noi però ci occupiamo anche e soprattutto di attività di decentramento".
Lei auspica dunque una demarcazione ancor più evidente in merito alle aree di ingerenza delle due strutture?
"In futuro, se ci sarà una città metropolitana come mi auguro, le municipalità e la provincia con le loro istituzioni non andranno più a interferire tra di loro. Certo, quest’assessorato continuerà a occuparsi di istituzioni come la Scala, il Piccolo Teatro, la Triennale. Ricordiamo che abbiamo contribuito a risolvere il buco economico della Scala entrando nella Fondazione. Al di là di questi aspetti, può non esserci sovrapposizione. Anche la dislocazione sul territorio e il mantenimento di alcune funzioni culturali importanti e il loro mantenimento fanno parte di un modello a cui Milano dovrebbe guardare, e che è adottato oggi non solo dalla grandi capitali europee, ma anche da medie città come Lione e Barcellona".
Ritiene che il fatto di avere avuto a Palazzo Marino e al Pirellone due giunte di colore differente dal vostro abbia contribuito a creare un clima di minore collaborazione?
"Si tende un po’ ad avere una competizione tra i diversi livelli amministrativi, indipendentemente dal colore politico. Anche per questo motivo una semplificazione sarebbe auspicabile. Mentre non ho nessun problema ad avere rapporti con tutti gli assessorati dei comuni del territorio, è ovvio che col Comune di Milano si tenda a fare un po’ una gara di visibilità. Dove possiamo abbiamo comunque collaborato".
Quali sono le aree di criticità relative all’operato del suo assessorato?
"Esiste un problema di scarsità di risorse. La città ha istituzioni molto onerose sotto il profilo gestionale. La coperta è comunque corta. Il sistema dello spettacolo in particolare si sente un po’ in sofferenza. Da parte nostra, ci sarebbe piaciuto poter contribuire in maniera più consistente alla crescita del mondo delle associazioni, visto che operano nei quartieri e mantengono vivo un territorio che altrimenti è spesso abbandonato a sé stesso. Si parla spesso di sicurezza: una delle maniere di costruirla è anche quella di avere dei quartieri animati, e non svuotati di attività, come sempre più spesso purtroppo ci capita di rilevare".
Ritiene che quello della vivacità culturale delle periferie sia un tema che Palazzo Marino fa fatica ad affrontare?
"Il Comune di Milano non lavora seriamente sul decentramento. C’è una tendenza consolidata alla centralizzazione. Ma è un grosso errore. In realtà un’infinita serie di questioni, anche di stretta praticità, andrebbero affidate a un sindaco di quartiere, messo a capo di un municipio interno.
È vero, e mi sembra che funzioni. La vocazione al centralismo invece a Milano mi sembra purtroppo che connoti tutte le parti politiche. C’è stata una stagione lontana, negli Anni Settanta, in cui si è creduto nel decentramento. Dopo di che ha prevalso un modello accentratore: i consigli di zona non si sono in tal senso trasformati in veri e proprio municipi, come secondo me sarebbe stato ed è ancora auspicabile".
Questo modello ha contribuito ad allontanare il cittadino dalla partecipazione alla vita politica e culturale della realtà in cui abita?
"Il cittadino partecipa se gli si dà il modo di farlo in maniera efficace. In caso contrario non partecipa, anche giustamente, perché sente di perdere tempo. Esistono oggi modalità di partecipazione molto evolute, dall’urbanistica ai bilanci partecipati. Persino nella cultura abbiamo sperimentato modelli di partecipazione alla progettazione. Gli strumenti dunque ci sono, ma è evidente che non possono essere gestiti da un centro lontano".
Quali sono i casi concreti in cui avete applicato questi modelli?
"Abbiamo fatto un lavoro sperimentale nell’Area del Sud Milano, con un progetto sperimentale che abbiamo attivato già da 2 anni. Abbiamo messo assieme amministratori, funzionari, associazioni locali e un gruppo di artisti di varia estrazione. Il progetto si chiama 'La foresta della memoria'. Si tratta di una sorta di museo temporaneo, utilizzando dei container, 2 in ogni quartiere della città. In uno i cittadini portano le loro memorie: oggetti, fotografie e storia, veri e propri racconti delle loro vicende. Questo materiale viene poi organizzato ed esposto nell’altro container, in modo di ricostruire la storia di un centro attraverso le memorie dei suoi abitanti. Il progetto ha visto la sua prima realizzazione a San Giuliano, dove è stato possibile dar voce ai racconti di coloro che hanno visto ancora la San Giuliano contadina, la generazione successiva, con l’industrializzazione, e la fase attuale, che è connotata dalla seconda ondata migratoria. Questa stratificazione di esperienze è a mio parere molto interessante. Il progetto richiede la messa a fuoco di una buona metodologia. La mia idea sarebbe poi quella di estenderlo ad altri comuni".
Cosa avete fatto invece nell’ambito della valorizzazione delle strutture museali?
"Abbiamo chiamato degli artisti a fare delle opere di arte pubblica o arte sociale, la cosiddetta arte partecipata. Jochen Gerz ne ha fatto uno nel Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo. Anche in questo caso il lavoro preparatorio ha richiesto circa 2 anni. I cittadini sono poi venuti a farsi fotografare, in un formato standard per taglio e dimensioni. Con le immagini si è fatta una grande mostra, con tutti i volti a tappezzare interamente il museo. I cittadini son venute a vederla, e poi le immagini sono state distribuite a ciascuno, in modo però da dare una foto a caso, non la propria. Dunque un’opera d’arte che sta fisicamente nelle case degli abitanti di Cinisello Balsamo. In questo modo siamo riusciti ad avvicinare la cittadinanza a un’istituzione che in precedenza era vissuta un po’ come un corpo estraneo".
C’è qualcosa che le sarebbe piaciuto fare e che invece non vi ha visto riuscire?
"Niente. Servono solo forse più tempo e più soldi. Un mandato non può essere più lungo di 5 anni. Un amministratore ha anche bisogno di un momento di verifica. Se si vogliono però realizzare delle strutture 5 anni sono pochissimi, servono 2 mandati. O almeno una garanzia di continuità in ciò che è già stato intrapreso."
Parliamo di Expo. Meglio ideare nuovi contenitori e formati o utilizzare al meglio quelli preesistenti?
"Milano dovrebbe valorizzare molto di più quello che ha già. Forse la città è carente di strutture che ne rappresentino l’aspetto contemporaneo. Siamo convinti che tutte le grandi città del mondo non competono solo su ciò che hanno di storico, ma anche su quel che riescono a proporre di nuovo. Se di qualche nuova funzione si ha bisogno, secondo me è in questa direzione che occorre intervenire. Mancano ad esempio strutture che aiutino i giovani artisti di tutti i campi a mettersi assieme, avere degli spazi e dei laboratori. All’estero le chiamano Project House. Sono strutture d’incontro dei creativi: a Milano mancano completamente. Potremmo definirlo semplicemente un centro servizi, a disposizione di tutti quei gruppi di creativi che avrebbero cose da dire o da fare. Per il resto, abbiamo già molto, magari utilizzato male. Anche il progetto del museo d’arte contemporanea che si vuol fare nell’area di City Life secondo me è un’idea che più passa il tempo e più mi sembra perdere di attualità. Mi sembra che sia più interessante realizzare dei luoghi di produzione della cultura, piuttosto che di conversazione. In più mi sembra che non si sia pensato al rapporto tra la struttura e il contesto. Un museo non è una scatola bianca all’interno della quale si mettono delle cose".
In quest’ottica, come si dovrebbe coinvolgere gli attori a livello provinciale nell’ideazione dell’Expo?
"Bisognerebbe chiamare il nostro territorio a essere più protagonista. Tenendo anche presente che Milano è una provincia agricola. Se si parla di temi come l’alimentazione biologica, la fame nel mondo, l’uso dell’acqua, il risparmio energetico, il territorio ha tantissimo da dire. E occorre tessere relazioni coi Paesi di tutto il mondo, in particolare con quelli emergenti o non ancora emersi, in modo da far sì che questo evento non si trasformi in una fiera campionaria riservata a quelle realtà che se lo possono permettere. La cosa è un po’ più complessa, ma a oggi se la stanno gestendo nel giro di poche stanze".
Quello dell’integrazione è anche un tema culturale. Cosa avete fatto in tal senso?
"Abbiamo aperto a Lampugnano una struttura che si chiama “Casa delle culture del mondo”, che è animata dal tutte le associazioni di comunità, le università, le famiglie. C’è un grande bisogno di strutture analoghe, perché permettono ai cittadini autoctoni di entrare in dialogo con mondi che non conoscono, e son viste con grande favore da quei cittadini immigrati che vorrebbero prender parte in maniera più viva alla vita culturale della città. Abbiamo studiato le esperienze estere in questo senso, e credo di poter dire che questi luoghi di interconnessione e scambio s’inseriscono a un’idea di multiculturalità come grande risorsa anche per il dinamismo economico. A Berlino, in Olanda, a Londra gli artisti delle diverse nazionalità collaborano alla creazione di prodotti culturali che costituiscono un volano d’innovazione. Nel board of direction delle associazioni culturali di questi Paesi siedono persone non autoctone: da noi del fenomeno dell’immigrazione si continua a parlare solo in termini di sicurezza. A nessuno viene in mente che una partecipazione diversa degli stranieri alla vita cittadina si potrebbe rivelare una risorsa importantissima per dinamizzare la nostra vita sociale e culturale. Ma col tempi ci arriveremo".
Pochi giorni fa all’Anteo è stato proiettato “Fratelli d’Italia?”. In che maniera la Provincia e il suo Assessorato hanno partecipato a questa produzione indipendente?
"Sostanzialmente abbiamo dato il finanziamento di start up, con un contributo di 50.000 euro. È nata la fondazione “Memoriale della Shoah”, che avrà sede in quello che si suol chiamare “Binario 21” della Stazione Centrale, e di fatto invece è uno dei sotterranei dove caricavano i vagoni dei deportati. In scadenza di mandato, volevo sostenere in qualche modo questa fondazione, stimolandoli ad avere a disposizione del materiale che fosse memoria viva. In questo docu-film ad attivare i ricordi dei sopravvissuti sono i loro discendenti, i nipoti delle generazioni più giovani. Volevamo che per bocca dei ragazzi si ricostruisse la storia di queste persone che erano cittadini italiani come tutti gli altri e che progressivamente furono emarginati e poi deportati per l’annientamento. Si tratta di una storia di slittamenti progressivi, di cui la popolazione italiana non si è accorta. Nessuno ha percepito l’enormità di quel che stava accadendo, nessuno si è ribellato, al di là di coloro che poi hanno imbracciato le armi e hanno fatto la Resistenza. Ci interessava allora rimarcare che, in forme diverse, uno slittamento è sempre possibile".
Questo progetto mi pare possa essere definito a tutti gli effetti una “stelletta” nell’ambito di un bilancio di fine mandato. Ce ne vuole indicare un’altra?
"Abbiamo una collana di video che continuiamo ad alimentare, attraverso cui ricostruiamo la storia della città. Si chiama “Gente di Milano”, ed è fatta attraverso Medialogo. Siamo arrivati a circa 50 personaggi che hanno fatto la vita milanese. Si tratta di un vero fiore all’occhiello; nessun’altra istituzione lascerà alla città uno strumento così importante alla conservazione della memoria di Milano".
In caso le venisse rinnovato l’incarico, cosa farebbe?
"Ricalibrerei tutta l’attività che abbiamo fatto per adeguarla a un governo metropolitano, eliminando il più possibile i doppioni. Manterrei le manifestazioni come 'Suoni e Dintorni', la Milanesiana, Cannes a Milano, e però le unificherei con quelle del Comune di Milano. Forse portando l’Assessorato alla Cultura delle Provincia a lavorare ancor di più sulle reti e sulla periferia, così come sull’associazionismo culturale che vive sul territorio".
E se invece a vincere fossero i vostri avversari del Pdl?
"Chiederei loro di non 'smontare' le cose fatte. Avevo già fatto un mandato a metà Anni Novanta e devo dire con onestà che il nostro lavoro non è stato cancellato. Nell’evenienza di una vittoria dei nostri avversari domanderei di avere la stessa sensibilità di allora. Ma ho l’impressione che i tempi siano in tal senso cambiati".