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"TERRE VULNERABILI", IL CATALOGO È QUESTO

Un volume pubblicato da Corraini raccoglie il materiale che documenta l'evento espositivo "in quattro momenti" curato all'Hangar Bicocca da Chiara Bertola e Andrea Lissoni

 
 

Un oggetto che ha poco a che fare con l’idea di catalogo. Chiamato a documentare un evento espositivo segnato da un rapporto labile con il concetto tradizionale di mostra. Il volume “Terre Vulnerabili-A growing exhibition”, pubblicato da Corraini in coincidenza del finissage del progetto che ha animato per 9 mesi l’Hangar Bicocca, è uno strumento per molti versi aperto e anch’esso in progress, costruito com’è attraverso i contributi “sul campo” che i curatori hanno voluto archiviare in quello che nel cinema sarebbe definito “diario di lavorazione”, e che in questo caso guarda comunque più a mantenere intatto il portato del lavoro di costruzione della mostra che a documentarne gli esiti conclusivi. Chiara Bertola, ideatrice del progetto, unitamente all’altro curatore Andrea Lissoni, e a interlocutori che cambiano di volta in volta, ragiona sui presupposti teorici e sulle suggestioni che l’hanno spinta a costruire l’evento in quattro parti, a partire proprio dall’allargamento dell’idea di vulnerabilità e alle combinazioni che produce accostato ai significati che possiamo assegnare a “terra”.
Quattro momenti, “Le soluzioni vere vengono dal basso”, ispirata a una frase di Yona Friedman, “Interrogare ciò che ha smesso per sempre di stupirci”, che si rifà invece a George Perec, “Alcuni camminano nella pioggia altri semplicemente si bagnano” e “L’anello più debole della catena è anche il più forte perché può romperla (Stanislaw Lec); quattro innesti successivi che hanno determinato una continua ridefinizione dell’impianto stesso della mostra, con la forza di dispositivi che potessero “disinnescare” quanto consolidato nell’immaginario del visitatore sino a quel punto, rendendo a sua volta la fruizione “vulnerabile”. Questo, al di là delle inevitabili continuità qualitative delle opere realizzate, ci sembra l’aspetto più interessante del modus operandi di Bertola e Lissoni. “Terre Vulnerabili” non ha neppure rinunciato a quella che è l’ambizione più alta per chi si trova ad operare all’interno dell’Hangar Bicocca, ossia “neutralizzare” momentaneamente la forza evocativa dei “Sette Palazzi Celesti”, l’installazione di Anselm Kiefer. Le scansioni “stagionali” degli interventi hanno definito così una sorta di ciclicità (anch’essa naturalmente provvisoria), congruente con l’intuizione di creare nel sito espositivo una situazione iniziale di penombra, che venisse man mano rischiarata, sino appunto al punto terminale dell’evento, in cui è stato concentrato il numero maggiore di opere e interazioni, laddove certe “accensioni” andavano a individuare nuove concentrazioni di senso e a diminuire di contro l’impatto di altri lavori. Dal punto di vista del fruitore, questa modalità costituisce di certo un invito a ritornare, e a verificare come la natura di un contenitore sta cambiando, il che affranca uno spazio com’è l’Hangar dal dover ragionare in termini di “palinsesto”: un criterio che ci sembra rispondere in qualche modo alla necessità di un’ “ecologia” dell’evento. In questa chiave, era necessario lavorare in maniera mirata  sul pubblico, creando delle occasioni che consentissero di percepire quello che sta accadendo come una trasformazione e una stabilizzazione più che in chiave di persistenza e immobilità. Anche da questo punto di vista, “Terre Vulnerabili” ha dimostrato di essere più “organismo” che mostra, grazie a quelle che Chiara Bertola chiama “fessure”: proiezioni, concerti, video, eventi di danza, che hanno rafforzato l’idea di uno spazio vivo. Tornando a considerare in conclusione le opere, è anche giusto rimarcare quelle che sono rimaste in maniera meno “vulnerabile” nella nostra fantasia: a partire da “Testament”, la fotografia di Ackroyd & Harvey che, attraverso un processo di fotosintesi, fissa l’immagine di un volto di una donna anziana, “arato” dalle rughe, su una porzione rettangolare di prato fatta crescere dai due artisti su di una parete dell’Hangar. E che, fissata nei due colori del verde e del giallo, è destinata col tempo a svanire: per mantenerla il più lungo possibile, l’erba, su cui il negativo della foto viene proiettato inizialmente per una settimana, è fatta seccare, e il livello di luce è mantenuto il più basso possibile. L’altro intervento che vogliamo ricordare è quello dell’artista/docente Alberto Garutti, “Opera dedicata a chi vorrà guardare in alto”: dal soffitto dell’Hangar vengono fatti cadere dall’alto dei fogli bianchi, a intervalli di tempo fissi. I visitatori si trovano così di fronte a un cumulo di fogli, che possono spostare, calpestare, piegare, sottrarre per portarsi a casa un ricordo della mostra. Alcuni-non necessariamente tutti-vedranno il foglio mentre sta cadendo; altri si interrogheranno sul dispositivo e capiranno così come funziona. Da un lato dunque una maniera di scandire il “tempo interiore” della mostra; dall’altro l’unica maniera possibile per tener testa alle torri di Kiefer, attraverso l’evocazione di quello spazio aereo che il “fuori scala” dell’Hangar evoca, e con una declinazione “immateriale”che produce la riflessione più semplice e conclusiva sul tema della mostra: nel punto di dissolvenza di ogni epifania vulnerabile”, di ogni gesto non ripetuto, sul terreno resta una traccia, a innescare la domanda primaria sulla provenienza di tutte le cose.

   
Autore: Andrea Dusio
30/06/2011 - 17.16.00
 
"Terre Vulnerabili", il catalogo è questo
FOTO: "Terre Vulnerabili", il catalogo è questo
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